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MONDO

1995-2015

20 anni di Dayton: l'accordo che chiuse la guerra nell'ex Jugoslavia e ridisegnò i Balcani

L’intesa politica raggiunta il 21 novembre 1995 in Ohio e sottoscritta a Parigi 3 settimane più tardi mise fine ad uno dei più tragici eventi europei dalla fine della Seconda guerra mondiale: la guerra civile in Bosnia Erzegovina. Nonostante la comunità internazionale e l’Ue abbiano garantito un clima di sostanziale pacificazione, vent’anni dopo molte delle speranze e delle certezze di Dayton sembrano vacillare

Da destra: Clinton, Tudjman, Izetbegovic, Milosevic
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di Emilio Fuccillo Era il 14 dicembre del 1995 quando, a Parigi, venne messa la firma sul General Framework Agreement for Peace, quello che passerà alla storia come ‘l’accordo di Dayton’. Accordo che fu discusso in realtà oltreoceano, negli Stati Uniti, in Ohio, nelle prime tre settimane di novembre e che metterà fine alla guerra civile in Jugoslavia, considerato il conflitto più sanguinoso dalla fine della Seconda guerra mondiale in Europa, sancendo un nuovo assetto politico istituzionale della regione, ed in particolare di quella che sarà la Bosnia-Erzegovina, e ridisegnando la cartina geopolitica dei Balcani.
 
Oltre a rappresentare un evento altamente simbolico, gli accordi di pace hanno favorito – eccezion fatta per il Kosovo – una certa stabilità regionale, promuovendo un equilibrio in tutta l’area dei paesi della ex Jugoslavia. Nonostante la comunità internazionale e l’Unione europea abbiano garantito un clima di sostanziale pacificazione, vent’anni dopo molte delle speranze e delle certezze di Dayton sembrano oggi vacillare di fronte al ritorno di vecchi problemi e all’emergere di nuovi fenomeni. La questione migratoria, il radicalismo islamista, il ruolo delle potenze esterne e il riaffiorare di nuove fratture politiche all’interno degli stessi paesi sembrano condizionare l’attuale sistema di stabilità balcanico.

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I partecipanti
Ai non facili colloqui di pace parteciparono tutti i più importanti rappresentanti politici della regione: Slobodan Milošević, presidente della Serbia e rappresentante degli interessi dei Serbo-bosniaci (Karadžić era assente), il presidente della Croazia Franjo Tuđman e il presidente della Bosnia Erzegovina Alija Izetbegović, accompagnato dal ministro degli esteri bosniaco Muhamed "Mo" Sacirbey. La conferenza di pace fu guidata dal mediatore statunitense Richard Holbrooke, assieme all'inviato speciale dell'Unione Europea Carl Bildt e al viceministro degli esteri della Federazione Russa Igor' Ivanov. Ovviamente anche l’allora presidente americano Bill Clinton seguì e anzi lavorò attivamente all’accordo insieme al cancelliere tedesco Helmut Kohl e al primo ministro di Londra John Major. Visto che, almeno formalmente, Jugoslavia e Croazia non risultavano essere parti in conflitto sul territorio bosniaco-erzegovese, i tre presidenti si presentarono nelle vesti di leader e garanti delle rispettive comunità etno-nazionali.  
 
Gli accordi
Gli accordi siglati nella base americana di Wright-Patterson, stabilivano nella loro parte centrale il nuovo assetto politico istituzionale del nascente stato di Bosnia. La Jugoslavia era infatti già un ricordo vicino nel tempo ma lontanissimo nella realtà del terreno. Slovenia e Croazia avevano già ottenuto il loro status di stati sovrani e la Serbia avava di fatto già abbandonato il nome della repubblica che Tito aveva guidato sino alla sua morte. Gli accordi sul futuro della Bosnia furono strutturati mutuando parzialmente il modello libanese di divisione dei poteri. Dayton portò così alla creazione di una fisionomia di stato sui generis altamente frammentato e profondamente segnato da istanze contrapposte di centralizzazione e decentralizzazione. Nella fattispecie il modello bosniaco si potrebbe esemplificare nei seguenti modi:

Mappe etniche e pre e post guerra in Bosnia Erzegovina​​


Stato federale composto da tre popolazioni costitutive (bosgnacchi, serbi e croati), organizzato politicamente e amministrativamente nella Federazione di Bosnia-Erzegovina (BiH, a maggioranza croato-musulmani) e nella Republika Srpska (Rsb, Repubblica serba di Bosnia). Il territorio fu e rimane diviso al 51% tra croato-musulmani e al 49% ai serbi. Sempre gli accordi diederono origine al distretto di Brčko, un’unità amministrativa autonoma nord-est del paese, la cui sovranità ricade sotto la giurisdizione dello stato federale centrale di Bosnia-Erzegovina. Essendo un territorio conteso dalle tre etnie, l’intero distretto è ancora oggi sotto la supervisione della comunità internazionale.
 
La Bosnia Erzegovina dopo Dayton
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L’antefatto e il ruolo della Nato
Con la morte nel 1980 di Josip Broz, meglio conosciuto come Tito, l’uomo che era riuscito a tenere unite fin dalla sua elezione e presidente nel 1946 le diverse etnie dell’eterogenea Jugoslavia durante il suo lungo mandato, il timore maggiore fu inizialmente di una minaccia russa. Ma l’Unione Sovietica dei primi anni Ottanta si dovette scontrare già sotto la guida di Jurij Vladimirovic Andropov con l’irreversibile crisi economica scaturita dall’inefficienza e la corruzione del sistema sovietico, e fu quindi troppo presa dagli affari interni per aspirare a mire egemoniche nei confronti di uno stato sul quale l’Unione Sovietica aveva perso da subito la sua influenza.
 
Con gli anni di Michail Gorbacëv la crisi jugoslava ha rappresentato una delle conseguenze della destabilizzazione e dell’incertezza del nuovo assetto internazionale e, come ha spiegato Lucio Caracciolo, si è trattato di una crisi che era stata prevista, ma che non si è voluto fermare perché fermarla non era nell’interesse delle grandi potenze, soprattutto degli Stati Uniti. Secondo lo storico Jože Pirjevec “l’ex Jugoslavia divenne per Washington uno spazio in cui sperimentare la nuova dottrina politica dell’unilateralismo che l’amministrazione Clinton stava scoprendo per affermare il proprio status in un mondo non più diviso fra i due blocchi contrapposti”.
 
La crisi jugoslava fu senza dubbio una conseguenza della dissoluzione dell’impero sovietico e segnò di conseguenza un nuovo corso per la NATO nelle aree di crisi che, da Dayton in poi, si sarebbe presentata come alleanza difensiva. La NATO si dichiarò non soltanto in grado di mantenere la pace a livello internazionale, ma di “imporla”, come è avvenuto con l’intervento in Bosnia Erzegovina. La NATO ‘sfruttò’ questa occasione per creare un precedente che ha aperto la strada a una prassi che ormai possiamo considerare consolidata: usare la forza a scopo detentivo e coercitivo, in una nuova veste rispetto ai canoni del peacekeeping tradizionale. Come ha ricordato Anastasia Gruša della Facoltà di Giornalismo dell’Università “Lomonossov” di Mosca si è trattato di un accordo basato “sul diritto della forza e non sulla forza del diritto”.

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Il genocidio di Srebrenica
Un indubbio ruolo sul raggiungimento degli accordi di Dayton ebbero i fatti di Srebrenica. Era il luglio di quello stesso anno, il ’95, quando la popolazione dell’enclave musulmana di Srebrenica furono massacrati dalla forze serbe che non risparmiarono donne e bambini. Un massacro definito poi genocidio che si consumò proprio nel luogo dove i caschi blu dell’Onu che dovevano garantire la sicurezza della popolazione avevano la loro base logistica ed operativa, dimostrando quanto le Nazioni Unite fossero in realtà del tutto impotenti e inefficaci nel loro ruolo. Il massacro, oltre a ridimensionare il ruolo dell’Onu nelle trattative in favore della Nato, contribuì anche a livello mediatico a far diventare l’accordo non più rimandabile.

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*le immagini sono tratte dal sito dell'Ispi, l'​Istituto per gli studi di politica internazionale
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