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CULTURA

Intervista al professore di storia contemporanea all'università di Torino

25 aprile, De Luna: "Nei vissuti dei partigiani scintilla che i giovani oggi possono recepire"

"C'è stata una lunga eclisse del ricordo della Resistenza e del 25 aprile, travolti da un lato dalla monumentalità della retorica della celebrazione e dall'altro dall'attacco revisionista che negli ultimi 20 anni è stato particolarmente insistito e ossessivo riducendo la Resistenza ad un fatto terroristico. Oggi questa tendenza sta un po' cambiando"

Giovanni De Luna
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di Emilio Fuccillo Ricorrono, quest’anno, i 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla Liberazione del nazifascismo. Abbiamo chiesto a Giovanni De Luna, professore di storia contemporanea all’università di Torino, di ripercorrere con noi quei giorni.

Professor De Luna, 70 anni fa il 25 aprile, cosa accadde quel giorno in Italia?
Il 25 aprile è una data importante per la nostra storia ma simbolica. Gli eventi dell'insurrezione contro i nazifascisti vanno infatti inquadrati in un arco temporale che va dal 18 aprile al 3 maggio. Il 18 aprile è il giorno in cui c'è il grande sciopero generale di Torino, che è una sorta di anticipazione di quello che accadrà nei giorni seguenti. L'insurrezione del nord Italia non è poi assimilabile o paragonabile alla presa del palazzo d'Inverno ed è una lunga insurrezione che passa per Genova, Torino, Milano ma con modalità diverse. A Genova per esempio i nazisti si arrendono ai partigiani, a mia memoria unico caso in Europa. A Torino si combatte nelle strade dal 26 al 29 aprile, a Milano i fascisti scappano. C'è una frammentazione di episodi. Dal punto di vista storiografico, quel che è importante, è che gli Alleati al sud arrivano come invasori; a Napoli come soccorritori; a Roma come liberatori e qui arrivano a cose fatte con i partigiani che hanno dato prova di saper governare le città.

La liberazione avvenne ed ebbe facce molto diverse nel nord e nel sud dell’Italia. Quali?
La prima città che si ribella ai tedeschi, va ricordato, è Napoli. Ma i fatti del settembre napoletano sono caratterizzati da una fortissima spontaneità: è cioè il popolo che insorge. Al nord no, l'insurrezione è organizzata. A Torino arrivano novemila uomini inquadrati perfettamente nelle formazioni partigiane. Arrivano da territori già liberati e vanno a Torino perché è ormai una resistenza molto matura. In generale è comunque ovvio che questa rottura tra Regno del Sud e quello che accade al nord, è una rottura che avrà pesanti implicazioni nel dopoguerra.

Il 25 aprile per l’Italia finiva la guerra, cosa accadeva sugli altri fronti?
L’aprile del ’45 è un epilogo definitivo, almeno in Europa, per il nazifascismo e per Hitler. La tenaglia che stringe il III Reich da ovest e da est si chiude in quei giorni: da occidente gli angloamericani e da oriente i sovietici occupano e liberano la Germania.

La seconda guerra mondiale è stata per noi anche una guerra civile, dopo 70 anni le ferite sono rimarginate? E se non lo sono, cosa potrebbe essere ancora fatto?
Non è facile, non è facile guarire questo tipo di ferite perché la guerra civile è quella che semina gli odi, i lutti, i rancori maggiori e il dolore più difficile da elaborare. Una cosa è essere chiamati ad uccidere il nemico che non conosci, che parla un’altra lingua, altro è ammazzare un ex vicino di banco, di casa. E’ molto complicato, per un popolo, elaborare i lutti di una guerra civile. Spetta alla classe dirigente, alla capacità delle istituzioni recintare uno spazio pubblico all'interno del quale si possano riconoscere dei valori che fanno parte di una sorta di patto di cittadinanza. Nella seconda guerra mondiale l’Italia non fu l’unico paese a vivere una guerra civile, anche Francia, Norvegia e molte altre nazioni coinvolte vissero esperienze simili.La nostra costituzione nasce dall'antifascismo e dalla resistenza, e contiene quei valori che vanno proposti nella nostra religione civile, che recintano il nostro spazio pubblico nostro.

Mussolini fu sostituito alla guida del governo da Badoglio, un ‘uomo per tutte le stagioni’ ante litteram. Chi era il generale cui il Re affidò la guida del Paese?
La definizione di 'uomo per tutte le stagioni' è calzante. Badoglio è quello della conquista di Addis Abeba, è quello che aiuta Mussolini a fondare l'impero, un ufficiale di provata fedeltà monarchica che si è distinto durante la prima guerra mondiale per la presa del Sabotino. Badoglio è l'uomo che ha attraversato con grande disinvoltura tutta la carriera nei vertici militari del Re, senza deflettere da un certo tipo di rapporto con il fascismo. Dopo gli ultimi anni, dopo il fallimento dell'attacco alla Grecia nel '40, la rottura con il fascismo è più esplicita, anche per la rivalità che c'è con Graziani. Il 25 luglio del '43 è quasi ovvio il ricorso del Re a Badoglio, anche proprio per questa sua capacità di galleggiare come un uomo della continuità col fascismo più che della rottura. Ed anche i suoi primi atti sono proclami di continuità, e la sua gestione del potere nei 45 giorni che terminano con l'8 settembre è sostanzialmente intrisa di quello che il fascismo aveva portato nella gestione del potere. Badoglio è l'uomo della continuità cui il Re guarda per salvare la corona dopo la caduta del fascismo.

Dopo la Liberazione quale fu il contributo dei partigiani nella nascita dell'Italia repubblicana?
Nelle elezioni del 2 giugno del ‘46 la presenza di quadri di quanti hanno fatto la resistenza è molto significativa e certamente molto superiore di quella che si registrerà nelle elezioni politiche del '48. Direi che per tutta la prima fase, per il biennio '45/'46, sino al governo De Gasperi del maggio del '47, il miracolo dell'unità della resistenza è un miracolo che continua ad operare i suoi frutti. La Costituzione approvata in quei due anni è figlia di questa unità, la ricostruzione del Paese in pochissimo tempo è merito anche dello slancio unitario di una classe politica cementata dalla resistenza. Poi le cose cambiano, dal '48 in poi l'anticomunismo diventa prevalente rispetto all'antifascismo e comincia un'altra stagione.

Con la caduta dell’Urss è venuto meno lo spettro di una terza guerra mondiale tra le due superpotenze che dal ‘45 si sono divise il mondo. Oggi cosa potrebbe portare ad una nuova guerra mondiale?
La dimensione in cui viviamo è una dimensione di netta discontinuità rispetto al '900. Tutto è stato travolto e tutti i pilastri del '900 hanno cambiato la loro valenza concettuale: il lavoro non è più lavoro, lo Stato non è più Stato. Ed anche la guerra non è più guerra. La guerra di oggi non ha niente a che vedere col confronto simmetrico e bilaterale tra eserciti contrapposti che aveva luogo in passato. Oggi la guerra ha una dimensione molecolare, non ha fronti, una trasformazione che fotografa nella sua accezione militare quello che chiamiamo ‘globalizzazione’. E' una guerra soprattutto senza pace. Le guerre del '900 finivano, e quando finivano c'era la pace. Oggi è come se la guerra fosse diventata un fattore endemico, si spegne un focolaio in Somalia e si accende in Libia...

Come vivono le nuove generazioni il 25 aprile?
C'è stata una lunga eclisse del ricordo della Resistenza e del 25 aprile, travolto da un lato dalla monumentalità della retorica della celebrazione e dall'altro dall'attacco revisionista che negli ultimi 20 anni è stato particolarmente insistito e ossessivo, riducendo la Resistenza ad un fatto terroristico. Oggi questa tendenza sta un po' cambiando. Finita l'ossessione revisionista, e finito il vecchio monopolio dei partiti della prima repubblica sulla memoria, oggi c'è più spazio per avvicinarsi direttamente al vissuto dei partigiani attraverso le loro storie. Questo è confortante. Quello che crolla l'8 settembre è lo stato totalitario, non uno stato qualsiasi, quello stato che ti organizzava la vita dalla culla alla tomba. Nei vissuti dei partigiani c'è una scintilla che i giovani oggi possono recepire.
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