SALUTE

Allevamenti intensivi: ecco i rischi

Conigli, polli, tacchini e suini: gli allevamenti sempre più intensivi, per offrire ai consumatori grandi quantità di carne a bassissimo costo, pongono un problema etico rispetto alle condizioni di vita di questi esseri viventi, ma anche rischi concreti per i consumatori: con quei processi produttivi è indispensabile l’uso di antibiotici, a strettissimo contatto tra di loro gli animali tendono ad ammalarsi e a trasmettersi rapidamente patologie che potrebbero sterminare l’intero allevamento. Colloquio con Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia Onlus
 

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Direttrice, quanto è diffusa l’antibioticoresistenza negli allevamenti avicoli italiani?

Nello stesso report del Ministero della Salute i dati sull’antibioticoresistenza negli allevamenti di polli e tacchini italiani sono definiti preoccupanti. E anche la FNOVI (Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani) ha definito i dati “alquanto allarmanti”.

Si tratta di una preoccupazione che CIWF Italia condivide in pieno, perché la resistenza coinvolge anche antibiotici di importanza critica per l’uomo. Mi riferisco in particolare all’alta resistenza ai fluorochinoloni e, anche se in maniera più lieve, alle cefalosporine di 3a e 4a generazione, un aspetto che non deve assolutamente essere sottovalutato data l’estrema importanza di questi antibiotici per la saluta umana.

Voi denunciate anche le condizioni in cui vivono, per un tempo molto breve, questi animali destinati alla macellazione: spazi angusti e dieta solo artificiale, che impatta sulla qualità delle loro carni.

Le condizioni in cui questi animali vengono allevati, nel caso dei polli a densità che possono raggiungere i 20 polli per mq, e il fatto che le razze allevate siano selezionate geneticamente per crescere in maniera abnorme il più velocemente possibile, portano con sé gravi conseguenze per la salute e il benessere dei polli, come lo sviluppo di zoppìe, malattie cardiovascolari e respiratorie, e ridotte difese immunitarie (immunodepressione). Questi aspetti sono tra i fattori principali che rendono praticamente necessario l’uso sistematico degli antibiotici. Il problema, però, è che più si usano gli antibiotici, più questi perdono di efficacia. Consideri che l’Italia è il terzo utilizzatore di antibiotici in UE dopo Spagna e Cipro e il 70% degli antibiotici venduti nel nostro Paese è destinato agli animali da allevamento.

Il problema dell’antibioticoresistenza attraverso gli animali non dovrebbe coinvolgere i consumatori, visto che la legge impone che cinque giorni prima della macellazione i trattamenti vanno sospesi, quindi nelle carni non dovrebbero esserci residui di farmaci. Da dove nasce l’allarme, per gli esseri umani?

Il problema non è la presenza di residui di antibiotici nella carne, ma il fatto che il loro utilizzo in quantità così elevate favorisce la moltiplicazione di batteri resistenti, cioè capaci di resistere ai trattamenti antibiotici. Sono questi batteri resistenti a essere presenti nella carne cruda che compriamo e a causare rischi per la salute umana: maneggiandola i consumatori possono infettarsi o contaminare altri cibi o utensili presenti in cucina, senza considerare che anche il personale che lavora in allevamento può rappresentare un potenziale veicolo di trasmissione di questi batteri. Per questo si raccomanda ai consumatori di non lavare il pollo, di lavare invece tutte le superfici che vengono a contatto con la carne e tutte le stoviglie con cui si maneggia la carne cruda (ad esempio, non usare lo stesso tagliere per la carne cruda e quella cotta o la verdura) e di lavarsi le mani dopo aver maneggiato la carne cruda.

Le normative italiane sugli allevamenti e la produzione di prodotti alimentari come dovrebbe cambiare, per tutelare la salute degli animali e quella dei consumatori?

Il problema principale è che al momento non si conoscono i dati di consumo di antibiotici nelle diverse filiere d’allevamento, esistono solo stime e dati generici dell’intero comparto zootecnico basati sulle quantità di farmaco vendute. Attualmente, infatti, esistono solo piani volontari per la riduzione degli antibiotici e solo per alcune specie, come polli e i conigli. Questi piani, di cui abbiamo chiesto copia al Ministero senza ottenerla e di cui quindi non possiamo commentare la potenziale efficacia, dovrebbero diventare obbligatori e non volontari ed essere sviluppati per tutte le specie animali.

I piani di monitoraggio obbligatorio sono indispensabili per fare un’analisi del settore e delineare le possibili strategie per ridurre l’uso sistematico e profilattico degli antibiotici (soprattutto negli allevamenti di conigli, polli, tacchini e suini), e per diminuire sensibilmente, se non addirittura eliminare, l’uso degli antibiotici di importanza critica per l’uomo. Nello specifico, ad esempio, sarebbe necessario il divieto di utilizzare cefalosporine nelle vacche e nei suini e fluorochinoloni nei polli.

Le modalità di attuazione dei piani dovrebbero essere trasparenti e dovrebbero essere fissati degli obiettivi precisi nel tempo, perché gli attuali obiettivi di riduzione di cui parla il Ministero non assumono significato se non conosciamo qual è il punto di partenza attuale e il reale consumo di antibiotici. A tal proposito, è importante sottolineare anche un altro aspetto generale: è impossibile pensare di risolvere il problema degli antibiotici soltanto con il miglioramento delle condizioni ambientali degli allevamenti. Solo lavorando almeno anche sugli aspetti di selezione delle razze (optando per animali ad accrescimento più lento) e sulla diminuzione delle densità sarà possibile ridurre l’uso di antibiotici e tenere sotto controllo il fenomeno della resistenza, che attualmente rappresenta una vera e propria minaccia per la salute pubblica. Nessun interesse commerciale dovrebbe avere la priorità rispetto alla salute dei cittadini italiani.


 

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