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MONDO

Vertice del Pacifico

Summit Apec: nessun accordo a causa dello strappo tra Cina e Stati Uniti

La frattura decisiva è stata causata da una disputa sulla menzione o meno dell'Organizzazione Mondiale del Commercio con un appello per la sua riforma congiuntamente ad un passaggio relativo a "pratiche commerciali ingiuste" che ha irritato Pechino

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di Tiziana Di Giovannandrea Flop. Si è concluso con un flop il vertice Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), il summit delle economie che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Le divergenze, sulle politiche tariffarie e sulla competizione per la sfera d'influenza sull'area del Pacifico, sono state tali tra Cina e Stati Uniti che non si è neppure arrivati ad un comunicato finale congiunto. 

E' la prima volta nella storia dell'Apec (Cooperazione Economica Asia-Pacifico) che non viene redatto un comunicato finale congiunto fra i 21 Paesi membri che hanno partecipato al summit di Port Moresby, in Papua Nuova Guinea. A dare l'annuncio della mancata redazione di un documento congiunto tra i partecipanti al vertice Apec è stato il primo ministro canadese, Justin Trudeau, immediatamente sostenuto dal primo ministro della Papua Nuova Guinea, Peter O'Neill. 

Le discussioni dell'ultimo minuto sarebbero state "molto tese" secondo quanto riportato da fonti interne al summit al punto tale che la presidenza di turno della Papua Nuova Guinea, in corner, nei prossimi giorni ma non si sa di preciso quando, emetterà una dichiarazione (un "chairman's statement") a nome di tutti i partecipanti per arrivare ad un testo che abbia il consenso unanime.

In pratica il vertice è stato un continuo scontro tra Pechino e Washington durato per tutto il tempo del summit. La mancanza di una visione comune sul futuro dell'area, soprattutto tra i due principali attori, appunto Cina e Stati Uniti, ha pesato come un macigno sui lavori e sulla possibilità di un accordo secondo anche quanto dichiarato dal ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea, Rimbink Pato. A produrre la frattura decisiva sarebbero state una disputa sulla menzione o meno dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e un appello per la sua riforma e un passaggio relativo a "pratiche commerciali ingiuste", che ha irritato Pechino.

Tra l'altro ci sarebbe anche stato un tentativo dei diplomatici cinesi di convincere il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea a fare passare nel comunicato finale la versione di Pechino, presentandosi nel suo ufficio senza preavviso. Pato avrebbe minacciato di chiamare le Forze dell'ordine, qualora i diplomatici cinesi non se ne fossero andati ma questa versione è stata smentita dai delegati cinesi.

Le dichiarazioni di Pechino e di Washington
La rivalità tra le due grandi economie mondiali era già emersa durante i lavori nei discorsi del presidente cinese, Xi Jinping, e del vice presente degli Stati Uniti, Mike Pence. "Il protezionismo è destinato a fallire", aveva detto Xi, riferendosi alla politica della Casa Bianca guidata da Donald Trump. "La storia dimostra che il confronto, sia nella forma di una guerra fredda, calda o di una guerra commerciale, non produce vincitori", ha ribadito il presidente cinese.

Il vice presidente degli Stati Uniti, Mike Pence, a capo della delegazione Usa, aveva dichiarato, invece, che gli Usa manterranno la linea dura con la Cina sul commercio "finché la Cina non cambierà metodi". "Non anneghiamo i nostri partner in un mare di debiti", aveva detto Pence in riferimento alle accuse rivolte alla Cina di usare una "diplomazia del debito" nei confronti degli alleati di Pechino.

A quest'ultima accusa ha risposto il Ministero degli Esteri cinese, con un lungo comunicato nel quale difende l'importanza della cooperazione e dello sviluppo comune tra i Paesi membri dell'Apec.  La Cina rassicura che nessun Paese in via di sviluppo cadrà nella trappola del debito per la cooperazione con Pechino. 
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