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SALUTE

Giovani e la fede

Calano le vocazioni, anche verso i valori sociali

La società sempre più secolarizzata, che non tiene in considerazione Dio, e si scorda anche dei valori che fondano il patto che ci rende comunità. Solidarietà, amore, altruismo: a molte persone sembra che di tutto questo si possa fare a meno. Altre invece si radicalizzano, ed in nome di una fede mal interpretata o strumentalizzata arrivano ad uccidere, a sopraffare, a commettere violenza contro il prossimo. Quanto i giovani siano dentro questi meccanismi, nel colloquio con don Mauro Manganozzi del Cortile dei Gentili

Don Mauro Manganozzi del Cortile dei Gentili
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Secondo lei come vivono la religione e la fede gli adolescenti di oggi rispetto alle passate generazioni, quelle che crescevano all'oratorio, che la domenica dovevano andare a messa coi genitori mettendo il vestito buono?

Quello che in passato offriva solamente l'oratorio, anche fosse solo il campo di calcio, oggi lo si trova altrove. La chiesa e l'oratorio non rappresentano più per i giovani un polo di attrazione. In passato la religione era una componente essenziale della formazione di un adolescente, anche se bisogna dire che non tutti quelli che da adolescenti andavano all'oratorio oggi frequentano la messa oppure si sono sposati in chiesa o hanno fatto battezzare i loro figli. La sfida rimane sempre la stessa: far sentire a chi, da adolescente, si affaccia sullo scenario del mondo, che Dio è dalla sua parte, che ha un progetto interessante sulla vita di una persona. L'attrattiva di tipo sociale che prima esercitava la parrocchia era sicuramente uno strumento pastorale efficace per l'annuncio del Vangelo, ma non va considerato il fine. Oggi la parrocchia potrebbe cercare di offrire ai giovani e ai loro genitori un ambiente familiare, accogliente, dove sia possibile nutrire la mente e il cuore. Sarebbe anche un modo per condividere le tante difficoltà che oggi le famiglie e i ragazzi sono chiamati ad affrontare. Occorre cercare di acquistare autorevolezza sul campo attraverso la convinzione che la conoscenza di Cristo Risorto dialoga con le sfide che la vita offre a tutte le età e aiuta a non perdere la speranza.

Lo scorso Natale abbiamo avuto la polemica tra adulti di chi voleva eliminare il Presepe e addirittura cancellare la festività, in nome del multiculturalismo e del "rispetto" delle altre confessioni. Ma davvero un bambino ebreo o musulmano si offende, a vedere un Presepe o un Crocefisso, e quanto un bambino cattolico, oggi, vive con fede questi simboli?

Io penso che un bambino ebreo o mussulmano non si offende affatto davanti al Presepe, che suscita sempre curiosità e commozione. Magari davanti al crocifisso potrebbe rimanere intimorito visto che è l'immagine di un uomo sofferente. D'altronde anche noi abbiamo acquisito una maggiore confidenza con Gesù Crocifisso solo un po' più avanti nel cammino di fede. Il Crocefisso attira a sé per le domande che suscita. I bambini, anche quelli cattolici, si fidano degli adulti e quindi vivono con fede se gli adulti di cui si fidano trasmettono loro la fede e la gioia che ad essa si accompagna. Attualmente i simboli cristiani hanno sempre meno forza. Paradossalmente i paladini del multiculturalismo accettano facilmente tutte le differenze, ma vivono male proprio la differenza religiosa e la percepiscono come pericolosa per la pace sociale se non addirittura per la libertà. Al contrario, in un mondo plurale, soprattutto la differenza religiosa va vissuta come ricchezza. San Paolo nella lettera agli Efesini dice che " Cristo è la nostra pace", quindi i cristiani sono chiamati a promuovere la pace proprio a partire dalla fede in Cristo e attraverso la sua forza pacifica. Bisogna anche guardare con interesse a coloro che sono capaci di fare la stessa cosa promuovendo la loro identità religiosa. Penso che più i cristiani si nascondono e più al pace si allontana.

Gli orrori a cui assistiamo in nome della religione, estremisti ce ne sono in tutte le confessioni, quanto rischiano di secolarizzare ancor di più le nostre società, allontanando i giovani dalla fede, se l'esempio è che in nome della fede si arriva ad uccidere o emarginare chi si ritiene impuro?

Sicuramente la violenza che può nascere dall'appartenenza religiosa è un grosso problema. Sia per chi, come i giovani, deve scegliere personalmente se aderire o no alla fede, sia per coloro che devono governare in quanto possono arrivare a percepire la fede come un'ulteriore difficoltà da gestire. La violenza in nome della fede può spingere a pensare che sia meglio farne a meno per agire "come se Dio non esistesse". I cristiani sanno molto bene quanto le lotte tra cattolici e protestanti hanno fatto male all'Europa. Allo stesso tempo però privare il pensiero della componente morale sta diventando un grosso problema, specialmente nei temi riguardanti il welfare, la bioetica, la famiglia. Il relativismo può essere autodistruttivo. I credenti hanno il dovere di affermare che la pace è veramente possibile a partire dall'appartenenza religiosa. Riuscire in questo obiettivo presenterebbe la fede per quella che è veramente: una proposta affascinante che Dio ha per l'uomo. Questo renderebbe più facile anche ai giovani l'adesione alla proposta della fede.

Sempre più nelle parrocchie celebrano preti di varie nazionalità, e molte sono state accorpate, per mancanza di un responsabile. Quella che da qualche decennio chiamiamo crisi delle vocazioni ha svuotato i seminari europei, ed anche se ovviamente la Chiesa Cattolica è universale, la conduzione italiana che c'è sempre stata almeno fino a Giovanni Paolo II sembra dover cedere il passo a nuove leve che arrivano soprattutto dall'Africa, dall'America Latina. Cosa è accaduto, cosa sta accadendo da questo punto di vista, quello delle mancate vocazioni, agli europei ed agli italiani?

Gli europei e gli italiani sono stati missionari per decenni in tutto il mondo e ora Europa e Italia stanno via via diventando terra di missione. Non vedo questo fatto come un grosso problema. La cosa veramente importante è che per ascoltare la voce di Dio occorre liberare il campo da tanti altri rumori o parole che non hanno la stessa importanza. Forse la chiesa del futuro potrebbe anche avere una fisionomia diversa, con una minore trazione di carattere clericale. Il problema vero è che l'Europa e l'Italia sono girate da un'altra parte e vogliono prendere una certa distanza da Dio, sentono il bisogno di altro. Forse bisognerà andare fino in fondo a questo percorso per arrivare a capire che si rischia di mettere cose vane a fondamento della vita e da lì ricominciare a scegliere il Paradiso come il fine della vita di una persona. Solo se con San Filippo Neri riusciremo a dire "preferisco il Paradiso" allora si potrà assistere a una nuova fioritura delle vocazioni. Oggi infatti le vocazioni non sono scarse solo nel campo clericale o religioso, ma anche in quello della famiglia. Anche il matrimonio non viene percepito come vocazione. Da qui mi sembra di poter affermare che manca proprio la percezione dello sfondo vocazionale nel quale si muove la vita, infatti si arriva con difficoltà a percepire il fascino della relazione con Dio.
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