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SPORT

Prevenzione e repressione

Daspo, come funziona e a che cosa serve davvero

Le misure prese dai questori nei confronti dei tifosi violenti aumentano di anno in anno, ma le polemiche sulla legittimità di questo strumento non mancano

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di Giancarlo UsaiRoma

Un dato numerico vale più di ogni altra considerazione: nella stagione 2012/2013 sono stati emessi 2.472 provvedimenti di Daspo legati ad eventi sportivi, l’anno successivo si è arrivati a 5.043. Un incremento del 29% che testimonia una recrudescenza della violenza attorno allo sport in Italia. E il calcio, manco a dirlo, domina in modo schiacciante questa statistica. Nella stagione sportiva passata, infatti, degli oltre cinquemila Daspo emessi, 4.763 sono stati decretati per tifosi del “gioco più bello del mondo”.



Una circostanza che trova conferma nei dati che il ministero dell’Interno ha diffuso attraverso il suo Osservatorio sulle manifestazioni sportive, nel cui ultimo rapporto emergono informazioni tanto interessanti quanto allarmanti. Partiamo prima di tutto dall’emergenza ultrà legata al mondo del calcio. Pensare che lo stadio sia l’unico centro nevralgico di concentrazione delle tensioni restituirebbe solo una parte della situazione complessiva: centri urbani, aeroporti, autostrade e autogrill, autobus cittadini, tutti luoghi o mezzi di trasporto a rischio, dove si sono verificati episodi che hanno poi portato l’Autorità a prendere contromisure contro frange esagitate di tifosi. Insomma, si tratta di un fenomeno che deve essere osservato da lontano, dove l’impianto sportivo è solo il centro aggregatore finale, ma intorno a cui c’è tutta una realtà che costringe le forze dell’ordine a un monitoraggio esteso per chilometri quadrati, di domenica in domenica.

Ma che cosa è il Daspo? Introdotto nel 1989 e poi reso più stringente nel 2007, dopo i fatti di Catania, quando il derby siciliano venne funestato dalla guerriglia urbana che portò alla morte dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, da un apposito decreto del governo Berlusconi, è una misura decisa dal questore che è tuttora di difficile definizione. Tant’è che un dibattito giuridico ancora in corso ne ha sovente messo in dubbio la legittimità costituzionale perché resta pur sempre un provvedimento restrittivo della libertà personale che può essere emanato anche in assenza di una condanna o, addirittura, di un processo. Ci ha pensato la Corte costituzionale, però, ad ammetterne l’esistenza nell’ordinamento perché si tratterebbe di una misura preventiva, e non quindi punitiva, e come tale avrebbe la funzione di prevenire la commissione di eventuali reati.



Certo, può anche essere accompagnato come pena accessoria a una condanna per uno dei cosiddetti “reati da stadio”, ma fondamentalmente la sua funzione primaria è quella di contrastare l’accesso alle manifestazioni sportive di soggetti che l’autorità considera pericolosi.

In questi anni di operatività, nonostante migliaia di decisioni individuali, il Daspo non ha però impedito il proliferare della tensione attorno alle partite. Nell’ultima stagione, ad esempio, gli esempi si sprecano, dalle invasioni ultrà nelle strutture di allenamento di alcuni club fino a striscioni e atti provocatori verso avversari e forze dell’ordine messi in scena direttamente dagli spalti. L’estate scorsa, sulla scia emotiva di quanto accaduto a Ciro Esposito, morto dopo essere rimasto ferito prima della finale di Coppa Italia a Roma, un decreto del governo Renzi ha irrigidito ulteriormente la disciplina. Sono stati introdotti in serie: il Daspo di gruppo per i collettivi particolarmente animosi, per i recidivi la durata è estesa dai canonici cinque anni di “pena massima” fino a otto anni, la possibilità di vietare le trasferte e di chiudere il settore ospiti degli stadi fino a un massimo di due anni. Non solo, il decreto ha anche previsto che i club contribuiscano alle spese per la sicurezza con una (minima) percentuale dei loro introiti.



Una stagione, quella 2014/2015, che ha tentato di ripartire dopo lo choc per quello che è accaduto il 3 maggio 2014. Ogni qual volta una vittima resta a terra, il governo corre ai ripari con misure nuove e possibilmente più severe. Anche se tutto ciò ancora non è stato sufficiente a debellare definitivamente il fenomeno dai nostri campi di gioco.

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