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MONDO

Verso Cop 21

Che clima si respira a Parigi?

Manca meno di un mese alla Conferenza. Dopo la riunione di Bonn, tra l’8 e il 10 novembre nella pre-Cop si dovrebbe scrivere il testo definitivo su cui si negozierà per la sottoscrizione dell’accordo finale. C'è ottimismo perchè la maggior parte delle nazioni sembrano pronte a impegnarsi nel contenimento delle emissioni. 

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di Juana San Emeterio Manca ormai meno di un mese alla Conferenza di Parigi sul clima. Dopo la riunione che si è svolta a Bonn, l’Onu ha rinnovato l’appello a mantenere gli impegni presi dai 146 paesi della comunità internazionale per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e ha denunciato che non sono ancora  sufficienti per scongiurare l'aumento della temperatura oltre la soglia dei due gradi. E’ assolutamente indispensabile, anche nel caso in cui questi obiettivi per i prossimi 15-20 anni vengano raggiunti , si legge nel rapporto,  che "siano fatti ulteriori sforzi per arrivare a una riduzione molto più consistente dei gas a effetto serra" se l'umanità vuole davvero evitare conseguenze climatiche devastanti.
 
Il contributo complessivo, così come è, porterà a un aumento della temperatura di 2,7 gradi entro il 2100, ha precisato la responsabile Christiana Figueres, definendo i contributi come "un eccellente primo passo". Il risultato "non è ancora sufficiente, ma va meglio rispetto alle stime di crescita di quattro, cinque o anche più gradi prevista prima".
 
E mentre l’Onu continua a spingere per un accordo il testo ancora non c’è. Lo scenario quindi è sempre più complesso.  Per fare il punto sullo stato dell’opera abbiamo sentito il direttore dell’ufficio Europeo di Legambiente a Bruxelles, Mauro Albrizio. 
 
Come è andata la sessione negoziale del Gruppo ADP sulla piattaforma di Durban, tenutasi a Bonn?
 

“Bonn era l’ultimo incontro preparatorio per Parigi a livello dei capi negoziatori, quindi a livello tecnico,  è stato un lavoro che ha portato un testo su cui adesso spetterà ai politici prendere le decisioni. Da questo punto di vista c’è stato un piccolo passo in avanti in quanto si sono ricomposte alcune schermaglie tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi industrializzati. Si è arrivati ad un accordo sul testo che adesso troverà un primo momento di confronto politico nel prossimo incontro tra l’8 e il 10 novembre nella pre-Cop a Parigi dove si scriverà il testo definitivo su cui si negozierà durante la Conferenza per arrivare alla sottoscrizione dell’accordo finale. Questa è la valutazione tecnica, dal punto di vista strettamente politico solo un piccolo passo in avanti. Rimangono alcuni nodi importanti da risolvere e spetterà alla politica nelle prossime settimane affrontarli”.
 
Uno dei nodi irrisolti è quello dei finanziamenti?
 

“Anche. il nodo principale è come colmare il gap tra gli impegni annunciati di riduzione delle emissioni e quanto serve ancora per restare sotto la soglia dei 2 gradi centigradi, perché il problema vero per cui si va a Parigi è risolvere la crisi climatica. Tutto il mondo scientifico internazionale ci dice che dobbiamo stare sotto questa soglia. Secondo il Carbon Action Tracker che è il consorzio dei principali istituti di ricerca a livello mondiale che ha fatto una prima valutazione degli impegni annunciati: sono 150 i paesi che coprono circa il 90% delle emissioni se paragoniamo con Kyoto è un grandissimo passo avanti. Kyoto ha 35 paesi che coprono appena l’11% delle emissioni. Bene se questi impegni vengono realizzati rigorosamente siamo ancora a 2,7 gradi centigradi. Bisogna quindi introdurre un meccanismo dinamico di revisione al rialzo degli impegni di riduzione in maniera tale da colmare questo gap. E’ indispensabile pertanto che subito dopo Parigi si avvii un processo di revisione che termini nel 2018, in maniera tale che i nuovi impegni addizionali in linea con la traiettoria dei 2 gradi centigradi siano operativi nel 2020 quando l’accordo di Parigi entrerà in vigore”.
 
Sulla questione dei finanziamenti c’è una differente posizione tra Paesi industrializzati e quelli del terzo mondo? 
 

“Sì, per colmare questo gap di riduzione delle emissioni i Paesi in via di sviluppo, in particolare, hanno bisogno del sostegno finanziario, affinché possano mettere in atto i cosiddetti interventi di mitigazione,  ossia  di riduzione delle emissioni, e al tempo stesso, questo è il vero elemento di scontro, risorse aggiuntive per l’adattamento ai mutamenti climatici in corso. Infatti questi Paesi stanno già vivendo i problemi climatici, colpiti da fenomeni meteorologici estremi, dagli uragani alla desertificazione, da un estremo all’altro. Non hanno però le risorse per adattarsi a questi cambiamenti climatici in corso. Sin da Copenaghen 2009 i Paesi industrializzati si sono impegnati ad un aiuto entro il 2020 di 100 miliardi di dollari l’anno. Secondo gli ultimi dati dell’Ocse siamo a 60 – 62 miliardi. Per l’obiettivo principale che è come contenere la temperatura al di sotto della soglia critica dei 2°C, la questione finanziaria sarà un elemento centrale per raggiungere questo obiettivo che è la priorità delle priorità. Per questo esiste Parigi, per questo esiste la convenzione internazionale sul clima. Perché abbiamo bisogno di un accordo globale ambizioso e giusto in grado di farci vincere la crisi climatica e garantire alle prossime generazioni un futuro rinnovabile e libero da fossili”.
 
A Parigi si può trovare questo tipo di accordo? Ottimista ?
 

“A mio avviso la questione delle risorse finanziarie verrà affrontata e verrà trovato un accordo. Un   segnale importante che i leader internazionali hanno sottovalutato è che per la prima volta le economie emergenti iniziano a contribuire. Questo è un dato importante, non solo perché fa notizia della Cina che ha costituito un fondo dove ci ha messo tre miliardi di dollari che guarda caso corrisponde all’impegno finanziario degli Stati Uniti ma anche altri paesi penso a Messico, lo stesso Perù, la Colombia e tanti altri iniziano a ragionare non solo in termini di riduzione ma a loro volta cercano di contribuire ad aiutare i cosiddetti paese più vulnerabili che sono quelli bisognosi e meno sviluppati.  Penso alle piccole isole che rischiano di rimanere sommerse e non hanno le risorse finanziarie sufficienti per adattarsi ai cambiamenti climatici. Quindi è cambiata una dinamica. Il problema vero sarà se si mette in campo da subito un  accordo che da Gennaio 2016 ci farà fare dei passi in avanti spediti oppure alcuni nodi verranno affrontati solo parzialmente saranno  rimandati alla conferenza successiva perché non dimentichiamo che sin da Durban 2011 abbiamo concordato che Parigi sottoscrive l’accordo e diventa operativo nel 2020. Le prossime settimane saranno decisive. Penso che alla fine un accordo ci sarà. Ma molto dipende come verranno sciolti alcuni nodi centrali, che sembrano molto tecnici ma che hanno invece una forte valenza politica. In pratica se i Paesi si impegnano da subito ha limitare le emissioni e ad aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai cambiamenti climatici oppure se gli impegni addizionali di riduzione delle emissioni e sostegno finanziario ai paesi più poveri vengono spostati nel tempo visto la scadenza del 2020.  Comunque vada i leader politici diranno che è stato un successo. Ma dovremo vedere quali strumenti operativi l’accordo metterà a disposizione per avviare la transizione globale verso emissioni zero entro il 2050. Solo così sarà possibile contenere il riscaldamento del pianeta al di sotto dei 2°C: soglia critica oltre la quale la crisi climatica può raggiungere il punto di non ritorno. Parigi non sarà la destinazione di questo viaggio, ma deve essere il luogo dove si decide la giusta direzione di marcia e si mettono in cantiere le necessarie azioni per progredire verso la meta, senza ambiguità”.
 
 
In questo processo como si pone l’Europa?
 

“In Europa all’indomani di Parigi si avvia la discussione sul pacchetto legislativo su clima e energia 2030.  E’ indispensabile aumentare il nostro impegno attuale di riduzione del 40%. L’attuale livello di ambizione comunitario non è coerente con la traiettoria di riduzione necessaria per contribuire a non superare la soglia critica dei 2°C. Entro il 2030 in linea con questa traiettoria l’Europa deve impegnarsi almeno al 55% di riduzione delle sue emissioni come contributo ad un accordo globale ambizioso e giusto. Un obiettivo realistico e a portata di mano visto che nel 2014 ha già ridotto le sue emissioni del 23% con un aumento del Pil del 46%. Quindi ridurre le emissione fa bene all’economia. Non ci sono alibi. Senza una posizione più ambiziosa difficilmente l’Europa potrà svolgere a Parigi quel ruolo di leadership indispensabile a garantire la sottoscrizione di un nuovo accordo globale sul clima in grado di vincere la crisi climatica e porre le basi per un futuro rinnovabile e libero da fossili. L’Europa deve pertanto impegnarsi a garantire un giusto sostegno finanziario ai paesi in via di sviluppo e ridurre senza sotterfugi le sue emissioni interne di ben oltre il 40%. Un impegno indispensabile non solo per il successo della Conferenza di Parigi. Ma soprattutto per indirizzare nella giusta direzione la transizione verso un efficiente sistema energetico fondato sulle rinnovabili e l’efficienza, che faccia da volano per lo sviluppo di una competitiva economia europea finalmente libera dai fossili. La sola in grado di farci superare la doppia crisi climatica ed economica, creando nuove opportunità dal punto di vista dell’occupazione, dell’innovazione e dello sviluppo di tecnologie pulite. Una sfida che l’Europa non può fallire.
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