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ITALIA

Donna coraggio

Chi era Lea Garofalo, testimone di giustizia uccisa dalla 'Ndrangheta

Decisiva nel processo la testimonianza di sua figlia Denise contro suo padre Carlo Cosco. Lea aveva testimoniato sulle faide di 'ndrangheta tra la propria famiglia e quella dell'ex compagno. Il programma di protezione, il suo omicidio

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"Avvocato, non si preoccupi: finché con me ci sarà mia figlia Denise, non mi accadrà nulla". Disse così al proprio legale, Lea Garofalo, annunciandogli il proprio trasferimento a Milano. Lea Garofalo, testimone di giustizia, vittima di 'ndrangheta. Due definizioni forse non esaustive, per una donna che ha fatto del coraggio la cifra della propria vita. Nata a Petilla Policastro, in provincia di Crotone, nel 1974 e morta a Milano, il 24 novembre 2009. E Denise, sau figlia, è stata decisiva per ridarle giustizia, dopo la sua morte. La sua testimonianza contro il padre - Carlo Cosco - è stata importantissima per le indagini.

Le testimonianze
Lea Decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Parlò della "bestia nel cuore" in casa sua. Fu sottoposta a programma di protezione dal 2002. Suo padre era stato ammazzato quando lei aveva nove mesi. Floriano Garofalo - suo fratello - era il boss di Petilla Policastro, ma non si limitava ad attività malavitose in Calabria. Le sue attività mafiose si estendevano anche in Lombardia, a Milano. Floriano fu assassinato in un in un agguato nella frazione Pagliarelle di Petilia Policastro l'8 giugno 2005. In particolare, Lea, interrogata dal pm Antimafia Sandro Dolce, riferì dell'attività di spaccio di stupefacenti condotta dai fratelli Cosco grazie al benestare del boss Tommaso Ceraudo. Inoltre, Lea dichiarò al pm: "L'ha ucciso (Totonno U lupu ndr) Giuseppe Cosco, mio cognato, nel cortile nostro", attribuendo così la colpa dell'omicidio al cognato, Giuseppe, detto Smith (dal nome di una marca di pistole) e all'ex convivente, Carlo Cosco, e fornendo anche il movente. 

Il programma di protezione, il tentativo di rapimento
Nel 2006 fu estromessa dal programma di protezione, perché il suo apporto fu giudicato "non significativo". Nel dicembre del 2007 - dopo una pronuncia del Consiglio di Stato - venne riammessa al programma, ma nell'aprile del 2009 – pochi mesi prima della sua scomparsa – decise all'improvviso di rinunciare volontariamente a ogni tutela e di tornare a Petilia Policastro, per poi trasferirsi a Campobasso in una casa che le trova proprio l'ex compagno Carlo Cosco. 
Il 5 maggio 2009, a causa di un guasto alla lavatrice, la donna decide di chiamare l'ex compagno Carlo Cosco, residente a Milano per metterlo a corrente della situazione e l'uomo le invia nell'abitazione, Massimo Sabatino. Si tratta però non di un idraulico ma di un uomo recatosi sul posto per rapire e uccidere Lea Garofalo. La donna riesce a sfuggire all'agguato grazie al tempestivo intervento della figlia Denise e informa i carabinieri dell'accaduto ipotizzando il coinvolgimento dell'ex compagno. Lea Garofalo conosceva, infatti, molti segreti della faida fra le famiglie Garofalo e Mirabelli di Petilia Policastro. 

L'omicidio e il processo
Nel novembre del 2009 Cosco attirò l'ex compagna in via Montello 6 con l'intento di parlare del futuro della loro figlia Denise. Sabatino e Venturino rapirono la donna e la consegnarono a Vito e Giuseppe Cosco, i quali la torturarono per ore per farla parlare e poi la uccisero il 24 novembre. Il corpo venne portato in un terreno nella frazione di San Fruttuoso (Monza).
Il processo vede come testimone chiave la presenza della figlia della donna - Denise - che ha deciso di testimoniare contro suo padre. Ora la Cassazione ha confermato i quattro ergastoli - il suo ex compagno Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino - e la condanna a 25 anni per il pentito Carmine Venturino, emessi dalla Corte d'Assise d'Appello di Milano il 25 maggio 2013.  Venturino, in particolare, è stato colui che, dal carcere, iniziò a collaborare con gli inquirenti facendo ritrovare i resti del cadavere di Lea Garofalo in un campo in Brianza. Durante l'udienza pubblica che si era svolta il 5 dicembre scorso, la Procura generale della Suprema Corte aveva sollecitato la conferma dei quattro ergastoli e della condanna a 25 anni per Venturino. La Corte si era riservata di decidere, fissando per oggi la lettura della sentenza. 
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