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MONDO

Dal 30 novembre all'11 dicembre

Clima, a Parigi l'ultima chance per un accordo

Nella capitale francese, dopo gli attentati del 13 novembre, sicurezza ai massimi livelli per la conferenza sul clima a cui parteciperanno 40mila delegati di oltre 190 Paesi da tutto il mondo. L'obiettivo è riuscire a raggiungere una accordo vincolante per tutti i Paesi per ridurre le emissioni di Co2 e mantere la temperatura terrestre al di sotto della soglia critica di 2°C

Cop21 (Ansa)
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Parigi Quarantamila delegati di 195 Paesi da tutto il mondo: tutti a Parigi per 12 giorni, dal 30 novembre all'11 dicembre . Per il clima e contro il terrore. La Conferenza sui cambiamenti climatici, la cosidetta Cop21 (la XXI conferenza delle parti) è la riunione più importante degli ultimi anni per decidere come rallentare e, se possibile, fermare l’aumento della temperatura terrestre per i prossimi decenni. Il summit, che prende il via a poco più di due settimane dagli attentati del 13 novembre, parte con misure di sicurezza elevatissime (verranno dispiegati quasi 11.000 agenti di polizia).

Tutti presenti alla Cop21 per il clima
Obama, proprio per questo motivo, ha invitato tutti i leader del mondo a partecipare alla conferenza ribadendo quanto sia “assolutamente vitale per gli Stati Uniti e per ogni altro leader inviare un segnale: la malvagità di una manciata di assassini non fermerà il mondo a proseguire nei suoi affari fondamentali”. Lo stesso presidente americano ad agosto scorso, presentando il suo piano sul clima, aveva detto che questa, "la sua, è l'ultima generazione in grado di fare qualcosa per il Pianeta e per le future generazioni". All'appello tutti hanno risposto che ci saranno. Propio il summit sarà il modo di comunicare che il mondo nop ha paura.

I dati e l'allarme dell'IPCC
Se non si interviene subito, il rischio di lasciare un pianeta devastato alle prossime generazioni, è forte. Non solo perchè il surriscaldamento globale porterà a un veloce schioglimento dei ghiacciai e il conseguente innalzamento dei mari, ma anche perchè ci saranno sempre più periodi di siccità, con piogge sporadiche ma di portata eccezionale. E le conseguenze sulle popolazioni saranno devastanti con possibili scoppi di conflitti e migrazioni dovute a carestia. Le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera - riferisce il rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico dell'Onu (Ipcc) - sono ai massimi livelli da "800.000 anni a questa parte". Tra il 1880 e il 2012, continua il gruppo dell'Onu, la temperatura della superficie terrestre e degli Oceani è salita di 0,85°C, a un ritmo troppo veloce. Resta poco tempo per intervenire e mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei  2°C. Oltre all'impatto dell'uomo, analizza come i cambiamenti climatici siano già in corso e possano diventare irreversibili a meno che le emissioni di gas serra non siano tagliate. Secondo l'Ipcc, gli scienziati sono certi al 95% che l'aumento dei gas serra dovuto a combustione di carboni fossili e la deforestazione siano le principali cause del riscaldamento dalla metà del ventesimo secolo. Ridurre le emissioni del 40-70%. Le emissioni mondiali di gas serra dovranno essere ridotte del 40-70% fra il 2010 e il 2050, e disperare entro il 2100, secondo l'Ipcc.  



Agenzia meteo Onu: temperatura media record nel 2015
A preoccupare ulteriormente sono i dati raccolti fra gennaio e ottobre dall'Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite (Omm) che indicano che la temperatura media sulla superficie del pianeta nel 2015 sarà la più alta registrata da quando vengono fatte le misurazioni. Le stime - aggiunge l'agenzia Onu - indicano che la temperatura media ha raggiunto la soglia simbolica di un grado centigrado sopra i livelli pre-industriali (dal 1880 al 1899). Secondo gli esperti, a contribuire all'innalzamento delle temperature sono il fenomeno meteorologico di El Nino, che nei prossimi mesi si intensificherà a livelli che non si vedevano da decenni, e il riscaldamento generale della superficie terrestre. "Stiamo vivendo un intenso momento di attività di El Nino, la cui potenza sta aumentando. La sua influenza può essere vista nel tempo meterologico in molte zone del mondo e ha provocato un mese di ottobre eccezionalmente caldo", ha detto il segretario generale dell'Omm Michel Jarraud. La valutazione provvisoria dell'Organizzazione sulla situazione del clima nel 2015 anticipa di qualche giorno la conferenza mondiale sul cambiamento climatico che si aprirà lunedì a Parigi, in Francia.

I precedenti summit chiusi con impegni ma nulla di vincolante
La consapevolezza del pericolo si è fatta strada molto lentamente e ha incontrato enormi resistenze. Ma che il clima stesse cambiando se ne erano accorti già nel XX secolo, quando iniziarono i primi studi e le prime misurazioni. A partire dai primi anni Novanta ebbero inizio i primi vertici sul clima. Nel '92 a Rio de Janeiro, in Brasile, fu organizzata una prima conferenza volta a costruire un piano per contrastare il cambiamento climatico. Ma gli effetti non furono tangibili: ogni Paese fece di testa sua e si arrivò a un nulla di fatto. Cinque anni dopo fu la volta di Kyoto dove si mise a punto un protocollo che prevedeva una riduzione delle emissioni di Co2 pari al 5 per cento rispetto al 1990, obiettivo da raggiungere entro il 2012. Per Paesi come Cina, Corea del Sud, non furono posti obiettivi specifici vista la loro specificità di Paese emergenti. Questo diede loro la possibilità di aumentare di fatto le emissioni di Co2 pur di non rallentare la crescita economia. Per rendere valido il protocollo era tuttavia necessaria la ratifica dei principali Paesi inquinanti, responsabili del 55% delle emissioni di Co2 nell'atmosfera. Stati Uniti e Russia non lo firmarono, ma nel 2004 Mosca decise di tornare sui suoi passi : il protocollo fu così operativo. Nel 2007 a Bali fu firmato un nuovo impegno finalizzato a superare Kyoto per mettere tutti d'accordo. Ma così non avvenne.

Il nulla di fatto a Copenaghen
​Si arrivò a Copenaghen senza grandi progetti e con le idee poche chiare nonostante un enorme battage pubblicitiario e una copertura mediatica senza precedenti; si concordò la necessità di ottenere riduzione delle emissioni, ma non fu firmato nessun accordo vincolante. Fu riaffermato, però, un principio di solidarietà di fronte al pericolo: i paesi ricchi dovevano aiutare quelli più poveri a organizzare politiche per ridurre le emissioni. I paesi industrializzati concordarono lo stanziamento di 30 miliardi di dollari come prima fonte di assistenza, impegnandosi non formalmente a distribuire in tutto 100 miliardi entro il 2020. I paesi in via di sviluppo a Parigi chiederanno che nel patto siano comprese garanzie su questo impegno, che è comunque stato mantenuto in buona parte già adesso, e chiederanno che politiche simili siano estese anche dopo il 2020, cosa su cui sarà invece più complicato raggiungere un accordo.A Cancùn, l'anno dopo, cambiò ben poco. A Parigi si ripartirà, quindi dal nulla di fatto di Copenaghen per provare a costruire un nuovo accordo, fondamentale per decidere come affrontare il tema del cambiamento climatico almeno per i prossimi 15 anni.

Gli impegni dei Paesi e il nodo dei finanziamenti
Oggi è quindi più che mai necessario arrivare a un accordo di più ampio respiro che stabilisca le regole almeno fino al 2030. Se gli Stati non osservassero gli impegni e procedessero con le politiche attuali, l’aumento del termometro rispetto al livello preindustriale sarebbe di 3,6 gradi. A Parigi le nazioni arrivano con piani nazionaIi formulati su base volontaria. I piani nazionali possono potenzialmente, se realizzati, apportare un certo miglioramento, ma non bastano. Il rapporto dell'ONU è in questo senso chiarissimo “non è sufficiente. Siamo ancora lontani da dove dovremmo essere”, osservano gli esperti. Un paradosso. Gli unici Stati ad aver presentato piani in linea con il contenimento del riscaldamento globale entro i due gradi sono Etiopia e Marocco. 

Quand'anche gli impegni venissero aggiornati resta ancora in sospeso la creazione di un meccanismo di monitoraggio in grado anche di comminare sanzioni. Nessun trattato vincolante sarà firmato a Parigi ha ammonito prima del vertice il segretario di stato americano John Kerry.

Ma sul tavolo c'è anche il nodo dei finanziamenti. I Paesi emergenti cercano infatti sostegno economico per organizzare la transizione verso le energie rinnovabili e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Nozipho Mxakato-Diseko, delegato sudafricano che presiede il blocco di 134 Paesi più poveri (il G77), ha detto che i colloqui di Parigi "saranno giudicati in base a ciò che sarà contenuto nel capitolo sulla finanza. Quello - ha aggiunto - sarà il metro di misura per il successo". 

Sebbene le potenze più avanzate abbiano accettato di raggiungere il tetto dei 100 miliardi l’anno entro il 2020 in aiuti agli Stati del mondo più in difficoltà, restano le domande sul dopo e la necessità di un sistema condiviso per calcolare i contributi dei Paesi sviluppati. I paesi occidentali sono riluttanti a fornire impegni precisi oltre il 2020, e chiedono un contributo anche da parte dei più ricchi fra i Paesi in via di sviluppo. Non accettano più la formulazione di “responsabilità comuni ma differenziate” fra ricchi e poveri, tracciata nel 1992 dalla Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo di Rio.

Di seguito gli impegni dei principali Paesi:

Il Canada ha proposto di ridurre le sue emissioni del 30% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030. Questo obiettivo richiederà al Paese di avviare la decarbonizzazione ad un tasso del 3,9% l'anno, simile a quello della Francia quando, negli anni '80, è passata al nucleare.

La Cina si è impegnata per raggiungere il picco di CO2 prima del 2030, e ha detto che ridurrà le emissioni per unità di PIL del 60-65% entro il 2030 rispetto ai livelli 2005. Entro la stessa data, si è data l'obiettivo di aumentare le fonti non fossili nel consumo di energia primaria a circa il 20 per cento. Il governo ha dichiarato che raggiungere il target richiederà investimenti in infrastrutture low carbon per 6 mila miliardi di dollari in 15 anni.

L'India, terzo produttore mondiale di gas serra, ha promesso di ridurre le emissioni del 33-35% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005 e lo farà innanzitutto aumentando fino al 40% la quota di elettricità generata da fonti diverse dai combustibili fossili come carbone e gas. Le fonti rinnovabili rappresentano oggi circa il 30% delle risorse equamente ripartito tra energia solare ed eolica e grandi centrali idroelettriche e nucleari."Ogni nostra azione sarà più pulita di quanto fosse prima", ha detto il ministro indiano dell'Ambiente Prakash Javadekar, assicurando che tradizioni e cultura indiani sono già "un tutt'uno con la natura" e ha rinnovato l'impegno del Paese nella riforestazione, con cui si spera di poter assorbire fino a 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica entro il 2030.Messico: si è impegnato a ridurre la CO2 del 22% rispetto ai a uno scenario al 2030 di business as usual. Rispetto ai livelli 2005, si tratta di una riduzione del 6% circa. Potrebbe aumentare il suo obiettivo al 36% in caso di un accordo globale sul prezzo del carbonio. Anche la riduzione del 22% rappresenterebbe una svolta nelle politiche climatiche e negli investimenti. Infatti, richiederebbe al Paese un tasso di decarbonizzazione del 4,8% annuo, che lo pone tra le economie in via di sviluppo con i piani più ambiziosi.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato una riduzione delle emissioni del 26-28% rispetto al 2005 entro il 2025. Più o meno, il taglio richiederà uno sforzo simile a quello dell'UE. Anche gli Stati Uniti dovranno quasi raddoppiare l'attuale tasso di decarbonizzazione per raggiungere l'obiettivo. Sulla base di previsioni di crescita economica previsti, gli Stati Uniti dovranno decarbonizzare a un tasso di circa il 4% l'anno.

L'Unione europea ha detto che nel 2030 avrà ridotto le emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990. In considerazione della crescita economica prevista nella regione, questo significa che l'UE dovrà raddoppiare il tasso di decarbonizzazione per raggiungere l'obiettivo.

L'Etiopia ha promesso una riduzione del 64% entro il 2030, rispetto a uno scenario business as usual. Data la crescita economica prevista del Paese, ciò equivale a un taglio del 3% rispetto al 2010.

Il Gabon ha detto che ridurrà la CO2 del 50% entro il 2025 rispetto ad uno scenario business as usual.

L'Islanda dichiara che aiuterà l'UE a raggiungere il suo obiettivo di ridurre i gas a effetto serra di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030.

Il Giappone ridurrà le emissioni del 26% sui livelli del 2013, al 2030. Il Paese è stato criticato per la scarsa ambizione dei suoi obiettivi. Tuttavia, data una crescita attesa dell'1.4%, significherebbe che il tasso di decarbonizzazione salirebbe dallo 0.5% al 3.1% annuo.

Il Liechtenstein si è impegnato a garantire una riduzione delle emissioni del 40% sui livelli del 1990 entro il 2030, in linea con l'Unione Europea.

Il Marocco prevede un taglio del 13% rispetto al business as usual, che potrebbe salire al 32% se ricevesse nuove fonti di finanziamento da parte delle nazioni più ricche.

La Norvegia si impegna a ridurre di almeno il 40% la CO2 entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.

La Russia si è impegnata a ridurre le emissioni del 25 -30% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, a seconda di come andranno i negoziati e a seconda dei contributi degli altri Paesi.

La Serbia ha detto che taglierà le emissioni del 9,8% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Questo porterà ad un aumento della CO2 complessiva del 15%.

La Corea del Sud ridurrà le emissioni del 37% rispetto al business as usual, un obiettivo superiore rispetto alla riduzione del 15-30% che aveva inizialmente proposto.

La Svizzera prevede un taglio del 50% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, superando l'impegno dell'UE. Tuttavia, utilizzerà anche i crediti di carbonio previsti da meccanismi internazionali per raggiungere l'obiettivo.

 
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