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MONDO

Il fenomeno della coabitazione in Europa

Cohousing, i modelli europei. Incontro con Matthieu Lietaert

Matthieu Lietaert, politologo dell’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, vive in un cohousing a Bruxelles. E' autore del libro 'Cohousing e condomini solidali'

Matthieu Lietaert
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di Alessandra Solarino Matthieu Lietaert non è solo un teorico del cohousing, l'autore del saggio 'Cohousing e condomini solidali' (edito da Terra Nuova). Nel 2010 ha iniziato un progetto di cohousing a Bruxelles, con 30 adulti e 15 bambini. "È intergenerazionale - ci spiega - dai  6 mesi ai 70 anni, però il 60 per cento degli abitanti ha 40 anni. Cinque persone sono intorno ai 60". Un'idea di abitare nata in Nord Europa cinquant'anni fa, quando una madre sola con due figli pubblica un annuncio per condividere un appartamento con altre donne nella sua situazione. "Quando ero piccolo giravo per le strade senza problemi, oggi la gente ha paura di lasciare fuori a giocare i bambini. Ci sono poi molti anziani che cercano soluzioni per non vivere da soli. Come fare per mantenere la privacy ma beneficiare dell’aiuto di un gruppo, anche economico? La gente pensa ci siano molti problemi- aggiunge - noi qui ci confrontiamo con idee, riunioni, non sempre facili. Ognuno è libero di dire quello che vuole dire, c’è sempre un grande rispetto".
Matthieu vive in un cohousing di tipo danese, con una sala comune, di circa 120 metri quadri, polivalente: "i mobili possono essere chiusi o aperti se c’è una festa. C’è una cucina che permette di cucinare per 40-50 persone". La condivisione dei pasti è uno dei momenti tipici del cohousing. "I  danesi lo fanno ogni sera, in Belgio una volta a settimana, si sceglie". C'è anche una sala per i bambini, che all'occorrenza si trasforma in una sala ospiti, con bagno e cucina. "Abbiamo pannelli solari, un posto per lavorare la legna, per i lavori manuali, il parcheggio per le bici, la lavanderia, un giardino di 300 metri quadri. Perché insieme possiamo permetterci molto di più". 

Il cohousing in Europa è un fenomeno di nicchia o una tendenza sociale?
"Un fenomeno di nicchia, abbiamo avuto una prima ondata negli anni Settanta poi, dal Duemila, c'è stato un nuovo movimento internazionale. Negli Usa nel 1990 c'erano 40 progetti, nel 2010 erano 150,  oggi sono più di 200. Quindi è una nicchia ma in crescita. Saremo forse a un migliaio di esperienze in Europa, ma la progressione è interessante. Non è scientifico ma vedo quante mail, quante domande dai giornalisti, l’impressione è che la domanda ci sia e sia in aumento". 

In Europa c'è un riconoscimento da parte dello Stato?
"Sì, in Nord Europa, negli anni 70’ e 80’,  gli appartamenti erano dati in affitto dallo Stato. Oggi però con l'austerity non ci sono più finanziamenti, tranne che per progetti sociali destinati a chi vive ai margini della società".

C'è interesse da parte delle istituzioni, che rapporto avete?
"Anche oggi abbiamo un incontro con venti persone delle istituzioni, vengono da noi per capire come funziona. Il tema è come trasformare una città che oggi è malata, dove la gente vive sola. Ho in programma di incontrare anche architetti e promotori immobiliari, perché la domanda esiste, e noi mostriamo loro un prototipo. L'obiettivo è come farlo in scala più grande. Senza i politici e chi lavora nel campo non possiamo trasformarlo in un progetto di società".

Come ci si prepara a vivere insieme? 
"Ci sono tante riunioni, mia mamma vive in un condominio e ha una riunione annuale, noi ogni due settimane per anticipare i problemi. C’è da lavorare. Il risultato è incredibile però non è a costo zero, poter ascoltare l’altro è la chiave che abbiamo dovuto apprendere. Quando abbiamo iniziato c’era tensione, abbiamo chiamato i facilitatori, che ci hanno dato degli strumenti, un metodo per parlare e ascoltarci".

Un bilancio di questi anni di coabitazione?
"E' come quando vai nella foresta e ti senti meglio. Noi qui abbiamo la stessa sensazione, un benessere che non sappiamo spiegare, dobbiamo viverlo". 
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