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SCIENZA

Spazio

Come pilotare Soyuz, Shuttle e modulo lunare… e sfasciare tutto senza fare troppi danni

L'inviato di RaiNews.it sperimenta alcuni simulatori di volo spaziale della sezione italiana della British Interplanetary Society. Creati con l'aiuto degli astronauti, vengono portati in giro per l'Italia: “Non possiamo portare la gente nello spazio, allora cerchiamo di portare lo spazio fra la gente”

Il simulatore di rendez-vous con la Stazione Spaziale Internazionale
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di Andrea BettiniCerveteri (Roma) La Stazione Spaziale Internazionale è sempre più vicina. Un tocco alla manopola di destra per aggiustare l’assetto della mia Soyuz, ma con troppa foga: la navetta inizia a ruotare. Provo a bilanciare con una spinta contraria, ma perdo di vista la mia velocità. Lo schianto diventa inevitabile: in un attimo ho perso la vita e soprattutto ho distrutto il laboratorio orbitante, facendo un danno incommensurabile all’intera umanità.
 
Per mia fortuna è tutto virtuale, anche se molto realistico. I comandi del simulatore sono identici a quelli usati dagli astronauti, anche perché per curare anche i dettagli la sezione italiana della British Interplanetary Society li ha fatti provare a tre persone che nello spazio ci sono state davvero: Paolo Nespoli, Luca Parmitano e Roberto Vittori. Per loro la manovra è complicata quanto parcheggiare un’auto, ma al secondo tentativo, con qualche dritta e un po’ di scossoni, anche io riesco a completare l’aggancio.
 
“Non possiamo portare la gente nello spazio, allora cerchiamo di portare lo spazio fra la gente”, spiega Paolo D’Angelo della BIS-Italia. I simulatori non sono videogiochi, ma vere e proprie riproduzioni. A Cerveteri (Roma) per l’iniziativa “A testa in su – Le stelle e lo spazio” ne hanno allestiti diversi e si fa la fila per prendere i comandi. Nei prossimi mesi li porteranno al Festival della Scienze nella Valle dei Templi e a Roma durante la Notte dei Ricercatori.
 
Ci sono razzi-modello capaci di volare a centinaia di metri di altezza e di rientrare a Terra con un paracadute. C’è un piccolo rover che si comporta e si manovra esattamente come quelli inviati dalla Nasa su Marte. Scienza da toccare, divulgazione che affascina mantenendo il massimo del rigore. “Alla gente piacciono le cose complicate – dice Fabrizio Bernardini, un altro dei organizzatori – Non è vero che bisogna banalizzare l’informazione: la si deve rendere sufficientemente complicata da farla risultare interessante”.
 
Complicata quanto la manovra necessaria per far atterrare uno Shuttle. Al primo tentativo, forse per la classica fortuna del principiante, mi riesce bene. Al secondo, a poche decine di metri dal suolo, esagero con la cloche e finisco fuori dalla pista. Addio navetta, addio equipaggio e un altro conto da svariati milioni di euro da pagare alle agenzie spaziali.
 
Per salvare l’onore non mi resta che tentare l’allunaggio. Prendo il controllo del LEM dell’Apollo 11 proprio sopra il Mare della Tranquillità. È il 20 luglio 1969. Supero un cratere, punto verso una zona pianeggiante. Con la mano destra controllo la direzione, con la sinistra premo una levetta che permette di aumentare o ridurre la velocità di discesa. Il propellente è quasi esaurito, ma questa volta non mi faccio distrarre dai vari indicatori che appaiono sullo schermo. L’allunaggio è da manuale. Boato in sala: Neil Armstrong non avrebbe saputo fare di meglio. Probabilmente la Nasa non mi assumerà mai, però che soddisfazione.
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