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CULTURA

Conversazione con Franco Rotelli

Dall’istituzione negata a quella inventata, Trieste dopo la legge 180

"L'istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010" ripercorre trent'anni di servizi, attività, progetti all'insegna dei principi della L.180. "Nel mondo ci sono 1000 Basaglia. Il problema è l'assunzione di responsabilità, governare quello che accade dopo l'abbattimento dei muri"

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di Alessandra Solarino “Possiate ricordarvi domani mattina, all’ora della visita, quando senza alcun lessico tenterete di conversare con questi uomini, che nei loro confronti non avete nessuna altra superiorità che la forza”: scriveva così Antonin Artaud, negli anni Quaranta, in una lettera agli psichiatri del manicomio dove era ricoverato. La sua “Lettre aux mèdecins des asiles de fous” è uno dei testi riportati nel volume “L’istituzione inventata. Almanacco Trieste 1971-2010” (EdizioniAlphabeta Verlag). Fotografie, articoli di giornale, citazioni, testimonianze e riflessioni, per raccontare cosa è accaduto prima e soprattutto dopo la legge 180 del ’78 nel capoluogo giuliano. A curare il libro è Franco Rotelli, tra i principali collaboratori di Basaglia a Trieste, direttore dell’ospedale psichiatrico San Giovanni quando lo psichiatra veneto si trasferì a Roma, per quindici anni a capo del dipartimento di salute mentale e poi alla guida dell'azienda sanitaria della città.


“Fino a al 1978  - ci spiega - c’è una storiografia abbastanza diffusa, dopo quella data sembra che più nulla sia accaduto, invece il libro dà conto di tantissime esperienze accadute dopo la legge 180 che ne hanno inverato i principi”. Istituzioni inventate, appunto, che raccontano come a Trieste la battaglia iniziata allora non si sia mai fermata e come si sia concretizzata in una rete di servizi per i cittadini, non solo nel campo psichiatrico ma in quello della sanità e del sociale in generale, all’insegna di una grammatica dell’inclusione e della persona come attore sociale.  

“Si è cominciato con un manicomio di mille duecento internati, destrutturandolo pezzo a pezzo, indicando il significato di quel che si stava facendo (l’istituzione negata), si è continuato con l’ossessiva costruzione di alternative sostenibili (inventandole)”. Quando a Trieste, con la 180, venne chiuso l’ospedale psichiatrico, ci fu l’esigenza di inventare istituzioni per la deistituzionalizzazione: “buttare giù i muri è cosa buona e giusta in molti casi, che cosa fare in sostituzione dei muri è un problema. Noi diciamo per i migranti che non vogliamo i muri ma dobbiamo anche dire cosa ci inventiamo per integrare, accogliere, ospitare. Il libro vuole dare conto di questa assunzione di responsabilità". Una rete di servizi, "dalle cooperative sociali, ai gruppi appartamento, dai centri di salute mentali aperti 24 ore su 24 sette giorni su sette, alle case famiglia, alle associazioni di utenti e familiari e anche al collegamento molto forte con il cambio dei servizi sanitari della città”. Attività in costante dialogo con la collettività, aperte al confronto e all'esterno, azioni "plurali" che hanno portato a Trieste delegazioni da tutto il mondo, e in tutto il mondo operatori triestini. Esperienze “straordinarie, come immaginarsi che si potesse costruire un albergo a Santo Domingo per portarci i pazienti psichiatrici, che costasse meno che portarli in vacanza a Grado, così come una grande barca a vela che per anni ha navigato nel golfo”.

La chiusura degli Opg
Un percorso tortuoso, fatto di entusiasmanti salti in avanti, ma anche di sconfitte, di obiettivi ancora da realizzare, passando per polemiche, indifferenze e ostracismi. Alla legge del 2012 che ha dichiarato la chiusura dei manicomi giudiziari (Opg), Rotelli non fa sconti: “questa legge è stato l’unico attacco vincente nei confronti della 180, è una legge fasulla perché con l’intento dichiarato di chiudere gli esistenti ospedali giudiziari propone la creazione di una rete di piccoli opg in tutta Italia, proponendo moduli da 20 posti letti regionalizzati e sanitarizzati”. “Questo passaggio  - prosegue - si sta inverando all’italiana in modo tragicomico: hanno appena inaugurato a Castiglione questa nuova residenza per le misure di sicurezza, si è cambiato il nome, ci sono dentro 260 persone e hanno tutta l’aria di restarci perché Piemonte, Lombardia, Liguria e Valle d’Aosta sono convenzionate per lasciare lì le loro persone”.  Un cambiamento di facciata, denuncia Rotelli, che mantiene “in piedi tutta la cultura che sta intorno al matto pericoloso”.

Una battaglia ancora aperta
La battaglia per la libertà è ancora tutta aperta: “se parliamo dei manicomi il mondo è pieno di manicomi, dalla Francia al Giappone, dove ci sono 300mila persone rinchiuse. Se parliamo di servizi alternativi all’ospedale psichiatrico purtroppo,  anche in Italia, la realtà non è affatto consolante, soltanto in alcune città sono stati allestiti servizi degni di questo nome e all'altezza di quello che si può fare nel 2015. Se ci riferiamo alle questioni poste dalla 180, cioè un altro contratto sociale con il disturbo mentale, con la follia, anche qui siamo lontani, quanto allo sguardo nei confronti della diversità basta guardare quello che succede ai confini con l’Ungheria per vedere quanto siamo ancora lontani dal realizzare i principi su cui da 40 anni ci stiamo muovendo”.


La L.180, 37 anni dopo
Se a Trieste è stata scritta la storia, e la sanità è stata rivoluzionata, nel resto d'Italia “c’è tutto e il contrario di tutto". Sui nodi della 180, 37 anni dopo, quale situazione vivono le famiglie dei malati? "Quello di cui dovrebbero poter contare sono centri di salute mentale aperti 24 ore su 24 7 giorni su 7, destinati a un arco di popolazione determinata. Dovrebbero poter contare sulla possibilità di sostegno, l’inserimento lavorativo attraverso una rete di cooperative sociali, su case famiglie, gruppi appartamento, in cui le persone possano essere assistite su vari livelli di intensità e autonomia, su una serie di forme associative favorite dal servizio pubblico che consentano alle persone di comunicare, costruire attività, avere laboratori, avere possibilità di incontro, non essere soli”. Nell’immaginario delle famiglie c’è nostalgia per il “vecchio” ospedale psichiatrico? “Credo proprio di no, le famiglie giustamente vorrebbero dei servizi, la ministra Lorenzin ha detto che la salute mentale è  il fanalino di coda del sistema sanitario italiano, ed è così. Le aziende sanitarie locali investono molto poco in questi servizi, quando lo fanno spesso lo fanno in cliniche private, in residenze a gestione privata in cui si accumulano le persone per anni, e si fa molto poco di quello che si dovrebbe fare e molto di quello che non si dovrebbe fare”.


Emblematico il caso di Andrea Soldi a Torino, morto soffocato mentre i vigili urbani eseguivano un’ordinanza di trattamento sanitario obbligatorio (tso), non ultimo di una serie di casi analoghi, come quello del 29 luglio a Sant’Urbano, nelle campagne tra Padova e Rovigo, quando Mauro Guerra venne freddato da un colpo di pistola sparato da uno dei carabinieri che era entrato nel suo cortile per eseguire il Tso. “Penso che questo denunci le carenze gravissime dei servizi psichiatrici in giro per l’Italia, è assurdo che il servizio di salute mentale non fosse presente nel caso di Soldi, sono assurde queste procedure di arresto attraverso il tso che si traduce in una forma di mandato di cattura”.

Ricordando Franco Basaglia
Tra le tante foto degli anni di Franco Basaglia, nel libro una in particolare racconta chi era l'autore della "Utopia della realtà" e cosa intendeva per cura: quella della gita aerea a Trieste. 40 anni fa, lo psichiatra portò i suoi pazienti in volo sulla città. Vestiti a festa, non più soltanto immagini segnaletiche destinate agli archivi, i malati sorridono, finalmente volti, soggetti, identità, cittadini. “Fu una giornata straordinaria – ricorda Rotelli - un gesto emblematico, anche da un punto di vista comunicativo,  un momento di festa, che spiega molte cose”.


Gli anni dell'istituzione negata, Rotelli li condensa così: “credo sia stato un incontro a tre, Basaglia, da un lato, e il manicomio dall’altra. Guardando quello che accadeva abbiamo immaginato che non potesse essere quello il nostro lavoro, non quella la psichiatria, non la medicina. Bisognava creare una cosa completamente diversa se si voleva mantenere la dignità del nostro lavoro”. Non “schedatori di cartelle” ma, come scriveva Basaglia, “alla ricerca di un ruolo che non abbiamo ancora mai avuto”.
“Ci sembrò – scrive Rotelli nel libro – che la contraddizione tra una “società più giusta” e una “società più libera” potesse essere sanabile. Non ci rendevamo conto che questo era in qualche modo possibile solo attraverso un costo personale che noi e loro eravamo disposti a pagare ma non il mondo intorno a noi. Ma la contraddizione resta aperta a un futuro che dovrà affrontarla di nuovo. E di nuovo ancora”.


In un mondo in cui si ricostruiscono muri, barriere, quanto occorre ricominciare da questa scuola di libertà, “profezia e laboratorio di un futuro non eludibile”? Quanto c’è bisogno di persone come Basaglia e come lo stesso Rotelli? “Ci sono oggi in giro mille piccoli Basaglia – conclude Rotelli - mille persone che fanno cose intelligenti, che lavorano a demolire questi muri e a creare alternative nei più vari settori, in vari angoli del Paese e di altri Paesi. Il tema è l’assunzione di responsabilità, governare quello che accade quando si riesce a fare senza i muri. Questo è quello che ancora manca. Io credo che i muri vadano buttati giù ma contemporaneamente bisogna creare delle alternative dentro un processo democratico diverso dal muro che cade”.
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