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SALUTE

Sanità ed elettronica

Benvenuto digitale, ma mettiamoci la testa

Tra continui rinvii per il fascicolo sanitario elettronico, soluzioni fantozziane come il “promemoria” che sostituisce la ricetta ma troppo piccolo per attaccarci le fustelle dei farmaci, la impreparazione tecnologica di molta parte del personale sanitario e aspettative millenaristiche che sono smentite dai fatti, coi robot per l’alta chirurgia che alla fine servono solo per operare la prostata. Cosa serve davvero al nostro Sistema sanitario Nazionale. Colloqui con Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE
 

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Presidente si parla di più di 10 miliardi che potrebbero essere risparmiati, introducendo per davvero la digitalizzazione nella sanità. Le sembra possibile?

E’ necessario distinguere nettamente due concetti: sanità digitale e informatizzazione della sanità che ne rappresenta solo un elemento. Sanità digitale oggi vuol dire m-health, telemedicina, online health communities, robotica sanitaria (sistemi per la produzione di farmaci “su misura”, robot chirurgici, armadi farmaceutici automatizzati, carrelli robotizzati per la distribuzione di terapie, etc), , tecnologie indossabili, ingeribili e impiantabili, stampa 3D di protesi e ausili. Ovviamente ciascuna di queste avvincenti innovazioni è una tecnologia sanitaria la cui efficacia, sicurezza e costo-efficacia deve essere validata, da adeguati studi. Ad esempio, nonostante la corsa all’armamento tecnologico abbia determinato una notevole diffusione dei robot chirurgici, rigorose valutazioni indipendenti dimostrano che i reali benefici per i pazienti sono modesti e limitati solo ad alcuni ambiti (chirurgia della prostata). In altre parole, tutte le straordinarie innovazioni tecnologiche proposte dalla sanità digitale dovrebbero innanzitutto essere adeguatamente sperimentate in contesti reali e, aspetto non trascurabile, se realmente efficaci e costo-efficaci, essere inserite nei livelli essenziali di assistenza. A tal proposito, anche se può sembrare paradossale, nonostante la telemedicina sia efficace nel monitoraggio domiciliare di pazienti con varie malattie croniche, non è ancora rimborsata dal SSN.

Se poi ci riferiamo all’informatica applicata alla sanità, l’ipotesi che permetta di risparmiare è un ibrido tra leggenda metropolitana infondata e sapiente strategia di marketing. Infatti, considerato che in l’informatica può soltanto facilitare la reingegnerizzazione dei processi, in sanità è possibile trovare ampi spazi di razionalizzazione della spesa solo incidendo sui processi di erogazione delle prestazioni cambiando il modo di lavorare e non informatizzando l’esistente. In altre parole, la burocrazia digitalizzata non genera economie di scala. In ogni caso, facendo riferimento alla tassonomia degli sprechi elaborata nell’ambito della campagna della Fondazione GIMBE “Salviamo il Nostro SSN”, tale informatizzazione permetterebbe di recuperare circa 3 miliardi, ma a patto di accettare che maggiori investimenti in tecnologie informatiche si accompagnino a una riduzione del personale, in particolare di quello amministrativo.

In ogni caso, come insegnano casi internazionali di successo, nelle fasi di sviluppo e sperimentazione della sanità digitale serve un coinvolgimento attivo dei professionisti sanitari che, nel nostro Paese – nella migliore delle ipotesi – sono in grado di utilizzare programmi e applicazioni.

Allo stato attuale vediamo reparti dello stesso ospedale che non sono in rete, ed una ecografia l'infermiere la deve portare fisicamente, a mano, nella stanza di chi deve esaminarla. Sul fascicolo sanitario elettronico, lo scorso giugno è arrivato l'ennesimo rinvio...

Il fascicolo sanitario elettronico (FSE), anche nelle Regioni in cui già esiste, oggi non rientra nella operatività quotidiana dei professionisti sanitari e pochissimi cittadini ne sono a conoscenza. Un giro in un ospedale o nell’ambulatorio di un medico di famiglia è sufficiente per rendersi conto di come stanno realmente le cose: ad esempio, in pronto soccorso si compilano e si stampano lettere di dimissioni, i laboratori e stampano referti e il referto “cartaceo” diventa “digitale” nella misura in cui viene trasformato in file PDF che alimentano il FSE, senza alcuna utilità per il medico che invece di una pila di referti cartacei ha sul video decine di file PDF da consultare. Mauro Moruzzi - padre del fascicolo sanitario elettronico dell’Emilia-Romagna - definisce queste applicazioni dell’informatica a fini prevalentemente amministrativi e giuridici che «vecchia burocrazia sanitaria condita dall’informatica». Secondo la tabella di marcia definita dall’Agenzia per l’Italia Digitale, lo scorso 30 giugno tutte le Regioni italiane avrebbero dovuto dotarsi del FSE, ma la scadenza è stata prorogata sia per i ritardi nei tempi di attuazione da parte della maggior parte delle Regioni, sia per la mancanza del decreto attuativo che - dopo oltre 20 mesi di stand-by a Palazzo Chigi - è diventato realtà il 3 settembre u.s. con la firma del Ministro Lorenzin. Aspettiamo dunque fiduciosi la nuova scadenza del 31 dicembre per un sistema unificato su tutto il territorio in grado di garantire l'interoperabilità tra Regioni, consapevoli che nemmeno le infrastrutture informatiche sono immuni dal virus del federalismo che ha creato 21 diversi sistemi sanitari, come ha recentemente ammesso lo stesso Ministero della Salute secondo cui «Le Regioni presentano un’elevata variabilità in termini di infrastrutture ICT, di architetture applicative, di modalità di informatizzazione del FSE, nonché dei documenti resi disponibili ai propri cittadini».

A suo avviso i medici e gli operatori sanitari sono pronti a questa rivoluzione? A visitare un malato con la web cam, a leggere un elettrocardiogramma a distanza, su uno schermo. Soprattutto a gestire la malattia ed il tempo del malato in modo manageriale, inviando lui stesso i dati che occorrono ad un laboratorio oppure ad un collega, evitando al malato di spostarsi?

William Gibson, scrittore cyberpunk statunitense, affermava che «il futuro è già qui, solo che non è stato uniformemente distribuito». Nulla di più vero rispetto alle tecnologie informatiche che, in sanità, incontrano ancora un grado di analfabetismo inaccettabile, anche in considerazione delle possibili applicazioni. Peraltro, la sanità digitale continua a rimanere sistematicamente fuori dai programmi dei corsi di Laurea e di Specializzazione, rendendo incolmabile il gap con gli altri paesi e soprattutto ignorando che le nuove generazioni di professionisti sanitari sono dei “nativi digitali”.

Di ricetta elettronica abbiamo iniziato a parlare quindici anni fa, nel Lazio l'annuncio del Presidente che si partiva è del primo ottobre: tutto predisposto, ma i medici ancora usano quelle rosse. E che dire in certe ASL calabre passate alla cronaca perché non avevano neppure redatto il bilancio: realisticamente, come procederà il Paese?

La dematerializzazione della ricetta rossa permette di collegare in maniera sincrona l’attività prescrittiva di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta con farmacie, azienda sanitaria, Regione e Ministero delle Finanze. Effettivamente se ne parla da un po’: infatti, è la Legge 326/2003 ad introdurre l’obbligo di trasmissione telematica dei dati delle ricette, il DL 78/2010 a dare valore legale alla trasmissione telematica dei dati delle ricette, decretando la scomparsa della ricetta rossa cartacea. Infine il DM 2 novembre 2011 definisce che entro dicembre 2012 le Regioni dovranno avere a regime il sistema di ricetta elettronica.

Nei fatti abbiamo assistito ad una odissea senza fine arricchita da inconvenienti dal sapore fantozziano: il più eclatante è l’impossibilità per le farmacie ad applicare le fustelle nel promemoria della ricetta dematerializzata consegnato al paziente. Infatti, se inizialmente previsto in formato A5 (lo stesso della ricetta rossa) per garantire la compatibilità con i software, le sperimentazioni hanno messo in evidenza l’assenza di uno spazio dedicato alle fustelle. In Emilia Romagna il problema è stato risolto recentemente permettendo ai medici di stampare il promemoria in fogli A4, rigorosamente forniti dalle ASL su richiesta dei sindacati.

Mancata redazione del bilancio nelle ASL? In un’azienda sanitaria, sempre al sud, è successo di peggio: dopo il commissariamento ci si è accorti che i documenti fiscali in entrata (fatture) venivano distrutte!

Già oggi ogni ASL ha o compra un proprio software, per questi servizi: il rischio è che non solo si inneschi il solito business che fa pagare migliaia di euro programmi gratuiti in rete, ma anche che un ospedale di Palermo non sa in grado di scambiare dati con uno di Milano, vanificando il senso stesso della sanità digitale. Che ne pensa?

Oggi paghiamo a caro prezzo l’assenza di una governance per realizzare le piattaforme informatiche in sanità. Di conseguenza, uno dei problemi dei sistemi informativi aziendali è la loro non comunicabilità: oggi, in una azienda sanitaria sono presenti numerosi sistemi informativi (schede di dimissione ospedaliera, farmaceutica, diagnostica ambulatoriale, etc), spesso tecnologicamente molto avanzati, ma con il peccato originale della reciproca incomunicabilità perché sviluppati in tempi diversi da software house diverse che tendono a “blindare” in maniera intollerabile i loro sistemi, vincolando l’estrazione di dati specifici in contratti capestro.




 
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