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TENDENZE

Da indefinibile parco a modello da esportare

La High Line di New York

Paesaggio segreto  – passerella – parco sopra il cielo – fucina di idee – luogo di attese – esperienza totalizzante –  sono soltanto alcuni dei modi in cui è stata definita la High Line, l’indefinibile parco newyorchese inaugurato nel 2011 lungo il confine occidentale di Manhattan. Nato dall’idea semplice e geniale di reinterpretare in modo nuovo un’infrastruttura urbana destinata alla demolizione (la ferrovia), il parco ha rivoluzionato, prima ancora di nascere, la storia del verde pubblico
 
 

Foto di Iwan-Baan
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di Laura Mandolesi Ferrini Quando ancora l'approvazione ufficiale non era arrivata, la sua realizzazione è stata il frutto di un lavoro collettivo nato dal basso, fra progettisti, associazioni e gruppi di cittadini. Un esempio riuscito di progettazione partecipata che affonda le radici nell’approccio già collaudato e tipicamente americano del Community-Based Planning: pianificazione basata sulla partecipazione della comunità. Un meccanismo impegnativo ma agile: gli abitanti dei quartieri adiacenti alla ferrovia si riunivano per stilare una lista di priorità: come immaginavano il parco, come lo sognavano, come volevano utilizzarlo. E i progettisti sono partiti da questo.
 
Ciò che ha fatto della High Line un luogo tanto speciale è stata la comune intenzione di conservare l’incanto del paesaggio botanico sorto sui binari inutilizzati. Anni di abbandono avevano infatti lasciato il campo alla colonizzazione da parte delle piante selvatiche. Questa natura, potente e inaspettata, al centro di New York ha stregato tutti, fino a suggerire agli architetti di conservare, come dice James Corner, il “carattere selvatico, distinto dal tipico paesaggio urbano ‘leccato’”.
 
Ma c’è dell’altro. Uno spazio verde tanto innovativo ha attirato l’interesse di molti, portando ai quartieri circostanti un arricchimento in molti altri ambiti. L’architetto italiano Matteo Zambelli che assieme al brasiliano Henrique Pessoa Alves ha dedicato un libro alla storia del progetto (“La High Line di New York”, Mimesis, 2012)  spiega perché il parco newyorkese non finisce dove terminano i suoi confini. 

Agopuntura urbana
Matteo Zambelli, in "La Hig Line di New York" lei sostiene che uno degli aspetti più affascinanti della High Line è “il coinvolgimento attivo dei membri della comunità nello sviluppo del progetto”. Ma al di là di questo fattore, che fa ormai parte della sua storia, quale elemento della High Line la ha più attratta all’inizio tanto da spingerla a scriverci un libro?
La High Line mi ha affascinato per diverse ragioni, oltre a quella riportata nella domanda. La prima è l’idea che lo scarto, il dimenticato e il trascurato possa diventare, e portare, valore semplicemente attraverso una nuova prospettiva da cui guardare un certo oggetto (è l’importanza lo sguardo laterale), in questo caso un’infrastruttura abbandonata, e di dargli un nuovo significato, trasformandola in un parco urbano lineare che non porta più merci ma persone. La rifunzionalizzazione della High Line è un insegnamento morale: c’è sempre una seconda possibilità di vita, e forse altre ancora, per tutto e soprattutto per tutti (all’epoca dell’incontro con la High Line stavo leggendo il libro di Zigmunt Bauman Vite di scarto).
La High Line mi interessava, e mi interessa, come esempio di “agopuntura urbana”, perché è un intervento localizzato e puntuale che ha avuto dei riflessi positivi su tutto il corpo della città di New York, il che mi fa pensare che spesso non servono azioni palingenetiche, ma basta poco per migliorare la situazione di una città e di chi la abita. Infine, un’altra ragione del mio interesse per la High Line è la possibilità di riutilizzare le sue modalità/procedure realizzative e suoi obiettivi applicandoli in altri contesti laddove ci siano infrastrutture e strutture della modernità in stato di abbandono e di degrado. Oggi, poi, fra gli architetti in particolare, è molto in voga il tema del re-cycle; uso questo termine a proposito, perché a Roma, un paio d’anni fa c’è stata una mostra al MAXXI proprio con questo titolo e da essa è nata una ricerca, il cui nome è lo stesso, che coinvolge la maggior parte delle “facoltà” di architettura italiane.
 
Idee inusuali
Al progetto finale si è arrivati dopo due concorsi pubblici. In effetti solo il secondo era rivolto a professionisti, mentre il primo era aperto a tutti, per “sollecitare l’opinione pubblica sulle potenzialità della High Line”. Come dice Hammond, “era un concorso di idee e le idee non devono essere realistiche”. E’ d’accordo?
Il concorso di idee del 2003 (bandito da Friends of the High Line, l’associazione non-profit fondata da Robert Hammond e Joshua David per salvare la High Line dal decreto di abbattimento) era rivolto a tutti, non c’erano preclusioni di sorta legate al possedere un certo titolo o una particolare competenza architettonica o ingegneristica, il concorso era aperto a chiunque avesse idee coraggiose e inusuali, per catturare l’attenzione, anche se alcune di queste idee, di fatto, non erano proprio realistiche; tant’è vero che c’è perfino chi ha pensato di trasformare la High Line in una piscina lunga un chilometro e mezzo o ha immaginato di installare delle montagne russe lungo e attorno il suo tracciato in modo che fosse possibile vedere scorci incredibili di New York prillando come una trottola per il percorso. Questo primo concorso, bandito dopo aver ottenuto l’appoggio ufficiale della Città di New York, rappresentava una strategia che aveva il doppio scopo di sollevare il “caso High Line” all’attenzione di un pubblico più vasto e di raccogliere idee e di capire che cosa volesse chi poi avrebbe frequentato il parco, ossia la gente comune e i turisti, infatti, sulla scorta dei risultati del concorso di idee, in cui dichiarato che il vincitore non avrebbe mai realizzato il progetto, sono state elaborate le linee per il concorso di progettazione del 2004 rivolto ai professionisti; e di idee ne devono essere arrivate molte, visto che furono inviate 720 proposte da 36 paesi del mondo.
 
Spiazzamento tipologico
La High Line ha una potenza innovativa senza precedenti su molti aspetti: crea nuovi modi di vedere la città, trasforma la percezione dello spazio, incorpora il passato nel nuovo… i suoi progettisti hanno persino parlato di “agri-tettura”, a proposito della sua composizione organica e edilizia al tempo stesso. Si può intravedere, a suo avviso, in questa estraneazione, in questa rielaborazione così originale di una forma, un’eredità dell’esperienza decostruttivista newyorchese?
In realtà, penso che le condizioni di straniamento appartenessero già a questa infrastruttura, e derivassero sia dalla scelta di chi nel 1929 aveva deciso di costruire una ferrovia a nove metri dal suolo e facendola passare attraverso edifici preesistenti, sventrandoli, sia, soprattutto, grazie alla natura, che in modo silenzioso aveva trasformato, con i semi portati dal vento o dagli uccelli, una linea ferroviaria in un parco naturale lineare sopraelevato nel cuore di Manhattan, città dove l’artificio e l’artificialità hanno il sopravvento (nonostante le presenza di parchi). La bellezza e le condizioni di selvatichezza del parco naturale integrale erano tali che Joel Sternfeld, il fotografo incaricato da Friends of the High Line di mostrare e immortalare la bellezza selvaggia della natura cresciuta sulla High Line, quando sale sulla sopraelevata si trova di fronte all’imprevisto, uno spettacolo inatteso, commovente, che ricorda così: “La prima volta che salii fu magico. Fu un’esperienza da Alice nel paese delle meraviglie. Passai per il buco della serratura e improvvisamente mi trovai in un altro mondo che mai avrei immaginato esistesse. La High Line è una vera rovina, è così, è meravigliosa, è rigogliosa, è piacevole. Era rimasta intatta per venticinque anni, perciò era un gioiello simile. Era del tutto primigenia”. Se vogliamo parlare di esperienza decostruttivista in riferimento alla High Line, anche se non ne sono convinto, si può ricorrere al concetto di “spiazzamento tipologico, o crossprogramming” formulato da Bernard Tschumi, un architetto il cui nome viene sempre fatto rientrare all’interno del movimento architettonico (o ismo, a seconda dei punti di vista) conosciuto come decostruttivismo e decostruzionismo. Ma perché mi riferisco proprio a Tschumi? Prima ragione: perché la strategia progettuale dello spiazzamento tipologico, o crossprogramming, consiste nell’utilizzare una configurazione spaziale concepita per un certo programma, per un altro scopo (Tschumi fa l’esempio di una chiesa che si trasforma in un bowling, o una prigione o un museo trasformati un parcheggio): nella High Line una sopraelevata ferroviaria si trasforma in un parco. Seconda ragione: Tschumi è stato preside della Columbia University di New York, una delle scuole di architettura più prestigiose al mondo; può essere che i suoi scritti abbiamo influenzato i progettisti. Tuttavia, ripeto, mi sembra una forzatura pensare alla High Line come a un’eredità dell’esperienza decostruttivista newyorchese, anche se il concetto di spiazzamento tipologico le calza a pennello.
 
Sviluppo commerciale
Il parco sopraelevato ha avuto subito un enorme successo di pubblico. A cui è seguita una notevole spinta immobiliare. Ma se questo ha aumentato il valore degli immobili e innescato un processo di sviluppo esteso a tutti i quartieri confinanti, la massa del costruito non può a sua volta aver ridotto il valore, la bellezza o la godibilità del parco?
In realtà, il piano di rinnovamento urbano di West Chelsea approvato nel 2005 (West Chelsea District Rezoning Proposal), grazie al quale la High Line viene salvata definitivamente dalla distruzione, prevedeva sì uno sviluppo commerciale e soprattutto residenziale lungo 10th e 11th Avenue (strade fra le quali corre la High Line) e in alcune aree intercluse, però stabiliva anche le norme che definivano l’arretramento, l’altezza e l’ingombro degli edifici, sia per evitare che le nuove costruzioni stravolgessero l’aspetto caratteristico di Chelsea e del waterfront dell’Hudson, sia per fare in modo che esse non interferissero con le viste da e verso la High Line. In buona sostanza, il piano di rinnovamento urbano ha fatto sì che i nuovi edifici non possano incombere sul parco. L’aspetto interessante, di cui mi ha detto Roberto Hammond, è che la bellezza e la riuscita della High Line ha indotto gli investitori immobiliari a coinvolgere nei loro progetti architetti bravi, per avere la certezza della qualità delle nuove edificazioni, per non rovinare la bellezza riscoperta dei quartieri attraversati dal parco. Di fatto, la High Line è diventata un attrattore di buone architetture e di architettii in gamba; lungo di essa, o in prossimità, c’è una parata di edifici progettati da architetti bravi e di grido come Neal Denari, Morris Adjmi Architects, Jean Nouvel, Kengo Kuma, Selldorf Architects, Lindy Roy, Della valle Bernheimer, Audrey Matlock, WORK Architecture Company e Renzo Piano, che dovrebbe costruire il nuovo Withney Museum; su questa area sorge anche l’IAC/InterActiveCorp di Frank Owen Gehry, che però era stato realizzato ben prima che la High Line venisse progettata e si innescasse il rinnovamento immobiliare nei quartieri attraversati dal parco.
 
Recupero e riuso
Dopo la High Line nessuno potrà più pensare di abbattere a cuor leggero vecchie infrastrutture. A Roma si parla da tempo di sogno “americano” a proposito della Tangenziale Est. Ma l'idea di fare qualcosa di simile all'esperienza di New York, non sta tanto nella forma, quanto nei modi in cui vi si può arrivare. Ora, c’è un progetto di un architetto canadese, già presentato il 12 febbraio alla commissione Politiche comunitarie di Roma Capitale. La prima assemblea cittadina si è tenuta però il 26. Modalità molto diverse da quelle del sogno americano. 
A proposito di vecchie strutture abbandonate e del loro destino, Friends of the High Line sono stati chiamati un po’ ovunque a raccontare il processo che ha condotto al restauro della High Line; a prospettare modalità di recupero e riuso di relitti urbani e brandelli di città abbandonati; a spiegare come il recupero di un’infrastruttura urbana abbia innescato processi di gentrificazione apportatori di benefìci sociali, economici e imprenditoriali sia ai quartieri nelle immediate vicinanze sia all’economia dell’intera città. Così oggi la High Line è diventata un modello da esportare in altri contesti. Il suo successo ha indotto amministratori di città, dove è presente qualche infrastruttura inutilizzata, a prendere in considerazione la possibilità di convertirla in un parco e/o in un percorso ciclo-pedonale per innescare un potente motore economico. L’Harsimus Stem Embankment a Jersey City nel New Jersey, il Reading Viaduct a Filadelfia, la Bloomingdale Freight Line (lunga il doppio della High Line) a Chicago, i ponti ferroviari a Florida Keys (Florida Keys Overseas Heritage Trail) sono in attesa di un riuso, promosso da organizzazioni modellate sull’esempio di Friends of the High Line. Anche Detroit, St. Louis e Rotterdam hanno dei tracciati ferroviari inutilizzati e le amministrazioni locali stanno cercando di capire cosa farne. Non sono al corrente di quanto è accaduto e sta accadendo a Roma a proposito della Tangenziale Est, dico solo che il coinvolgimento delle comunità per il progetto della High Line è stato possibile per due ragioni, una culturale, perché, come dice Lorenzo Venturini in “Urbanistica e Comunità. Politiche e Piani per la Rigenerazione Urbana a New York”, la pratica della progettazione sociale che affonda le propri radici nella cultura statunitense fin dalle sue origini, nell’attitudine degli americani ad associarsi spontaneamente per affrontare le più disparate questioni ritenute di interesse comune, e in Italia non mi sembra questa pratica sociale abbia dei riscontri; la seconda ragione è che la High Line ha dimensione più contenute della Tangenziale Est e, quindi, risulterebbe difficile mettere d’accordo più persone in vista di un progetto partecipato.
 
 
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