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MONDO

6 agosto 1945

Hiroshima, la bomba atomica nel ricordo di Dacia Maraini: "Eravamo rinchiusi in campo non lontano"

La scrittrice ricorda gli anni di prigionia: "Non eravamo in un campo di sterminio ma ci lasciavano morire di fame". E lo scoppio della prima bomba atomica: "Una cosa orribile, proprio per le conseguenze: continua ad uccidere dopo anni che è stata sganciata"

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di Emilio Fuccillo Il 6 agosto del 1945, alle ore 8,15 locali, la prima bomba nucleare della storia scoppiò a 580 metri di altezza sopra la città giapponese di Hiroshima, facendo entrare il pianeta nell’era atomica e aprendo le porte ad un possibile futuro di orrore sino a quel momento inimmaginabile.
 In Giappone, non molto lontano da Hiroshima, si trovava una giovane Dacia Maraini rinchiusa dal 1943, insieme alla sua famiglia, in un campo di concentramento dove erano stati internati dopo essersi rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò.
 
Dacia Maraini, lei ha trascorso un pezzo dell’infanzia in Giappone, che ricordi ha di quel paese?
Ricordi buoni e ricordi cattivi. Buoni perché i giapponesi sono un popolo con cui sono rimasta amica e vicina, amica di un popolo straordinario e di grande generosità e solidarietà. Cattivi perché sono stata nemica. Cattivi perché sono stata rinchiusa in un campo di concentramento. Ma già da piccola avevo imparato a distinguere la gente comune, che era contro la guerra e solidale anche con noi nemici in quanto antifascisti, dai poliziotti e dalle guardie del campo che erano dei sadici.
 
Anni, quelli trascorsi nel campo, in condizioni a dir poco pessime. Che vita era?
Vita durissima come nei campi di concentramento. Non eravamo in un campo di sterminio ma ci lasciavano morire di fame, non mangiavamo quasi nulla, tanto è vero che avevamo tutte le malattie tipiche della malnutrizione, dell’assenza di vitamine, proteine: scorbuto, anemia… Eravamo malridotti.
 
Il 6 agosto del ’45 la bomba atomica su Hiroshima, cosa accadde in Giappone?
Noi non abbiamo saputo nulla in quei giorni. Non avevamo radio né giornali. Tutto quello che abbiamo saputo lo abbiamo saputo dopo, quando è cominciato il passaggio delle persone che scappavano, dei feriti, delle persone malate… Eravamo vicini. Ricordo la storia del marito della nostra balia che era giapponese, militare, che si salvò per caso perché fu lanciato senza che se ne rendesse contro dentro una pozza d’acqua che lo protesse. Anche se poi non è vissuto a lungo si era comunque salvato da quella mostruosità che era la bomba e che ha ucciso migliaia di esseri umani. Una storia che però la nostra balia ci ha raccontato quando siamo usciti dal campo.
 
Oggi sappiamo cos’è una bomba atomica, ma allora nessuno sapeva di cosa si trattasse. Come veniva vissuto, e raccontato, quel che accadde in quei giorni?
Il problema era proprio quello, della non conoscenza. La gente che accorse, dimostrando ancora una volta la grande solidarietà popolare giapponese, non sapeva nulla, non sapeva che aiutando i feriti o trasportando i morti sarebbe stata inquinata, specie dalle piogge nere. Molti si sono ammalati di cancro. Loro non sapevano nulla, si era capito che si trattava di una bomba fuori dall’ordinario, in grado di uccidere molta gente, ma non sapevano di cosa si trattasse. Della radioattività ad esempio nessuno sapeva.
 
La bomba, la scelta di lanciarla, fu una scelta giusta degli americani per far finire la guerra evitando lunghi mesi di combattimenti e morti, o uno sfoggio di potenza verso l’Urss o ancora un crimine di guerra? Negli anni, e ancora oggi, il dibattito rimane aperto. Cosa ne pensa?
Parlare di crimine di guerra in quelle condizioni è difficile. Certo, ci sono molte ragioni per dire che probabilmente la guerra la si sarebbe vinta lo stesso, senza bisogno di buttare le bombe che sono state una cosa orribile, proprio per le conseguenze di una bomba che continua ad uccidere dopo anni che è stata sganciata. Cosa che si è scoperta piano piano, vedendo come la gente continuasse a morire. Penso, credo anche se non sono un’esperta, che la guerra fosse ormai quasi vinta e non ci fosse bisogno di un atto forza. Aggiungerei forse il bisogno di sperimentare, è orribile a dirsi ma probabilmente c’era anche l’esigenza di capire se la bomba funzionasse o meno.
 
Lei è tornata molte volte in Giappone, come lo ha trovato?
E’ un paese che ha avuto uno sviluppo impressionante. Quando siamo usciti dal campo siamo andati a Tokyo, che era una città deserta fatta di macerie. Non c’era nulla, nemmeno una casa in piedi, si vedeva da una parte all’altra della città. Noi giocavamo tra le macerie, tanto che io mi sono anche ferita cadendo. Tornando ho avuto modo di vedere che sono state fatte cose straordinarie in poco tempo. Ho anche cercato il campo dove ero stata rinchiusa, ma non c’era più. Lo hanno voluto forse dimenticare, in realtà era un campo da tennis trasformato in campo concentramento…

Sono stata ad Hiroshima, al museo, e quel che colpisce è vedere la trasformazione della materia causata dalla bomba: bottiglie trasformate in grumi di vetro, pietre su cui è rimasta l’ombra delle persone che vi si erano appoggiate, case ridotte a scatole di fiammiferi. Lì i giapponesi hanno molto coltivato la memoria e oggi - sono stata l’anno scorso - c’è un grande contrasto tra chi vuole chiudere con il nucleare, compreso quello civile, e la parte più tradizionale che vuole questa politica. Mi ha colpito molto, moltissimo, che anche la moglie del premier Shinzo Abe abbia detto di essere contraria. Una cosa che forse noi non comprendiamo appieno, ma il Giappone è ancora una società fortemente patriarcale e per la moglie di un primo ministro dissentire dalla politica del marito è una bomba, una cosa straordinaria.
 
Su questo ha influito molto anche il disastro di Fukushima.
Certo, la tecnologia giapponese è meravigliosa e sicuramente avevano costruito alla perfezione, non si aspettavano che la natura si comportasse così. Intorno alla centrale ci sono ancora zone dove non si può andare, dove non si può coltivare. E soprattutto le donne, che hanno più a che fare col cibo, sono contro il nucleare. Poi c’è una politica, calata dall’alto, con uno spirito forse più guerresco.
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