MONDO

La crisi dei diritti umani

Il Myanmar e la fuga dei Rohingya. Aung San Suu Kyi a sorpresa diserta l'Assemblea generale ONU

L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva aspramente criticato la 'collega' Nobel, la birmana Aung San Suu Kyi, che di fatto guida il Paese, per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya, che ha costretto decine di milgliaia di persone a fuggire in Bangladesh nelle ultime settimane

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 Il leader de facto del Myanmar Aung San Suu Kyi non sarà presente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in programma la prossima settimana. Lo ha annunciato il portavoce del governo Zaw Htay, senza fornire ulteriori dettagli.

Il premio Nobel per la Pace, che lo scorso nel corso del suo primo discorso ufficiale alla tribuna dell'Onu aveva affrontato la delicata questione legata alla condizione della minoranza musulmana dei Rohingya, nell'ultimo mese è stata aspramente criticata dalla comunità internazionale per la gestione della crisi nello stato di Rakhine.  Secondo stime delle Nazioni Unite, circa 370.000 musulmani Rohingya hanno dovuto lasciare i propri villaggi e tornare in Bangladesh per la violenta repressione dei militari birmani, iniziata a fine agosto e vivono in grande precarietà. Una situazione che l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein, ha denunciato come "pulizia etnica da manuale".

Aung San Suu kyi: "E' solo disinformazione"
Aung San Suu Kyi, in una telefonata con il Presidente turco Erdogan nei giorni scorsi aveva denunciato la "disinformazione" sulla crisi dei Rohingya. La 'Lady', come e' conosciuta dai birmani, aveva parlato di "pesante iceberg di disinformazione", che deforma il racconto di quel che sta accadendo. "Questo tipo di false informazioni e' solo la parte piu' visibile di un enorme iceberg di disinformazione", ha detto la San Suu Kyi.

La minoranza perseguitata
I Rohingya sono una minoranza di religione musulmana che vive nello Stato di Rakhine la cui repressione sta sollevando le critiche internazionali e gli appelli dei premi Nobel, 'colleghi' di Aung San Suu Kyi, il cui silenzio ha attirato molte perplessita'. Alcuni attivisti per i diritti umani indonesiani, il piu' popoloso Paese musulmano al mondo, hanno addirittura invitato il comitato per i Nobel a ritirare il premio alla leader birmana.  Parlando per la prima volta della crisi con un comunicato diffuso dal suo ufficio, lo scorso 25 agosto, Aung San Suu Kyi aveva detto che le 'fake news' erano messe in giro ad arte per "creare moltissimi problemi tra le diverse comunita'" e per promuovere "l'interesse dei terroristi".



L'atto di accusa di Malala
La voce più alta che si è levata contro la leader birmana è quella di un altro Nobel per la Pace. L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva infatti  aspramente criticato la 'collega' per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya, che ha costretto 125.000 persone a fuggire in Bangladesh negli ultimi 10 gionri.

"Ogni volta che leggo le notizie il mio cuore si spezza per le sofferenze del musulmani Rohingya in Myanmar", ha denunciato Malala, sopravvissuta miracolosamente ad un tentativo di assassinio da parte dei talebani locali in Pakistan quando a soli 15 anni nel 2012 lottava per dell'educazione femminile. "Nel corso degli ultimi anni ho ripetutamente condannato questa trattamento tragico e vergognoso. Sto ancora aspettando che la mia collega premio Nobel Aung San Suu Kyi faccia lo stesso", ha denunciato Malala, che conquisto' il Nobel per la pace nel 2014. Suu Kyi, Nobel per la Pace nel 1991, che ha passato oltre 20 anni isolata nella sua casa dalla giunta militare, e' ormai dal 2016 ministro degli Esteri e Consigliere di Stato (carica creata apposta per lei) che la pone di fatto, sempre con il placet dei generali, alla guida dello Stato. Ma Suu Kyi, buddista, non vuole inimicarsi il sostegno della maggioranza della popolazione birmana che odia i mususlmani.

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