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MONDO

E alle autorità: "Ricerca privilegi reca corruzione, droga, violenza"

Messico, papa Francesco contro i 'narcos: "Metastasi che divora"

Bagno di folla in Messico. Francesco invita a pensare al futuro dei giovani e più impegno sul bene comune: basta violenza e narcos. E sull'incontro con il patriarca di Mosca rivela un retroscena: ne parlai a Raul Castro già a settembre. Al Santuario di Guadalupe: "Qui rinasce la speranza di sofferenti e emarginati"

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Appena messo piede in territorio messicano, papa Francesco è entrato subito nelle ferite e nelle questioni 'forti' del Paese, come quella del crimine e del narcotraffico. Bergoglio ne ha parlato già nel primo incontro ufficiale, quello a Palazzo Nazionale - mai un Pontefice vi era stato ricevuto prima in sei precedenti visite papali in Messico - con le autorità e la società civile, subito dopo il colloquio privato col presidente Enrique Pena Nieto.
   
"Un futuro ricco di speranza si forgia in un presente fatto di uomini e donne giusti, onesti, capaci di impegnarsi per il bene comune, quel 'bene comune' che in questo secolo ventunesimo non è molto apprezzato", ha scandito Francesco dopo aver ricordato la ricchezza per il Messico costituita dai giovani.
   
"L'esperienza ci dimostra - ha quindi aggiunto - che ogni volta che cerchiamo la via del privilegio o dei benefici per pochi a scapito del bene di tutti, presto o tardi la vita sociale si trasforma in un terreno fertile per la corruzione, il narcotraffico, l'esclusione delle culture diverse, la violenza e persino per il traffico di persone, il sequestro e la morte, che causano sofferenza e che frenano lo sviluppo".
   
Ma è soprattutto nel successivo incontro con i vescovi nella cattedrale di Città del Messico che il Papa "riformatore che porta la Chiesa all'incontro con la gente", oltre che uomo "sensibile e visionario" - così lo ha definito oggi Pena Nieto -, è andato ancora più a fondo al problema, con parole profonde e severe allo stesso tempo, descrivendo il narcotraffico come "una metastasi che divora". "Vi prego di non sottovalutare la sfida etica e anti-civica che il narcotraffico rappresenta per l'intera società messicana, compresa la Chiesa", ha detto.
   
"Le proporzioni del fenomeno, la complessità delle sue cause, l'immensità della sua estensione come metastasi che divora, la gravità della violenza che disgrega e delle sue sconvolte connessioni, non permettono a noi, Pastori della Chiesa, di rifugiarci in condanne generiche, bensì esigono un coraggio profetico e un serio e qualificato progetto pastorale". ha avvertito. E questo, ha detto il Pontefice, "per contribuire, gradualmente, a tessere quella delicata rete umana, senza la quale tutti saremmo fin dall'inizio distrutti da tale insidiosa minaccia". Francesco è preoccupato - citando Matteo - dai "tanti che, sedotti dalla vuota potenza del mondo, esaltano le chimere e si rivestono dei loro macabri simboli per commercializzare la morte in cambio di monete che alla fine tarme e ruggine
consumano e per cui i ladri scassinano e rubano".
   
Ed esortando i vescovi ha aggiunto: "Solo cominciando dalle famiglie; avvicinandoci e abbracciando la periferia umana ed esistenziale dei territori desolati delle nostre città; coinvolgendo le comunità parrocchiali, le scuole, le istituzioni comunitarie, la comunità politica, le strutture di sicurezza" solo così "si potrà liberare totalmente dalle acque in cui purtroppo annegano tante vite, sia quella di chi muore come vittima, sia quella di chi davanti a Dio avrà sempre le mani macchiate di sangue, per quanto abbia il portafoglio pieno di denaro sporco e la coscienza anestetizzata".
   
Il Papa ha toccato anche altri temi centrali del viaggio, come quello degli indios, che riprenderà nel Chiapas, o dei migranti, su cui si soffermerà a Ciudad Juarez, ma ai vescovi ha raccomandato anche la "conversione pastorale" con basi nel testo di Aparecida. Li ha invitati a essere "vescovi di sguardo limpido, di anima trasparente", a non "avere paura della trasparenza", perché "la Chiesa non ha bisogno dell'oscurità per lavorare", né delle "penombre della nebbia della mondanità".
   
"Non lasciatevi corrompere dal volgare materialismo - ha ammonito - né dalle illusioni seduttrici degli accordi sottobanco; non riponete la vostra fiducia nei 'carri e cavalli' dei faraoni attuali". Non si perda tempo, ha esortato, "nelle chiacchiere e negli intrighi, nei vani progetti di carriera, nei vuoti piani di egemonia, negli sterili club di interessi o di consorterie". Da superare "la tentazione della distanza e del clericalismo, della freddezza e dell'indifferenza, del comportamento trionfale e dell'autoreferenzialità".
   
Sempre salutato da ali di folla in visibilio - centinaia di migliaia i fedeli per le strade di Città del Messico al suo passaggio in 'papamobile' aperta (per il rientro in Nunziatura ha ritrovato anche la Fiat 500L come negli Usa) - Francesco nel pomeriggio, cioè la notte italiana, ha celebrato la messa nel santuario della Vergine di Guadalupe, il più visitato al mondo, rendendo omaggio alla 'Morenita', veneratissima patrona delle Americhe.

Al Santuario di Guadalupe: "Qui rinasce speranza sofferenti e emarginati"
Al santuario di Nostra Signora di Guadalupe, patrona del Messico e delle Americhe, il pensiero del Papa è andato "ai più piccoli, ai sofferenti, agli sfollati e agli emarginati, a tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre". Nella messa - presente anche il capo dello Stato Enrique Pena Nieto -, ricordando la nascita della tradizione di Guadalupe e le apparizioni mariane originarie, Francesco ha sottolineato che "Maria, la donna del sì, ha voluto anche visitare gli abitanti di questa terra d'America nella persona dell'indio san Juan Diego. Così come si mosse per le strade della Giudea e della Galilea, nello stesso modo raggiunse il Tepeyac, con i suoi abiti, utilizzando la sua lingua, per servire questa grande Nazione".
   
"In quell'alba di dicembre del 1531 - ha proseguito -, si compiva il primo miracolo che poi sarà la memoria vivente di tutto ciò che questo Santuario custodisce. In quell'alba, in quell'incontro, Dio risvegliò la speranza di suo figlio Juan, la speranza del suo Popolo". In quell'alba, ha aggiunto, "Dio ha risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti, degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non avere un posto degno in queste terre". In quell'alba "Dio si è avvicinato e si avvicina al cuore sofferente ma resistente di tante madri, padri, nonni che hanno visto i loro figli partire, li hanno visti persi o addirittura strappati dalla criminalità".
   
Per il Pontefice, "nella costruzione dell'altro santuario, quello della vita, quello delle nostre comunità, società e culture, nessuno può essere lasciato fuori". "Tutti siamo necessari - ha rimarcato -, soprattutto quelli che normalmente non contano perché non sono 'all'altezza delle circostanze' o non 'apportano il capitale necessario' per la costruzione delle stesse".

"Il santuario di Dio è la vita dei suoi figli - ha detto ancora il Papa -, di tutti e in tutte le condizioni, in particolare dei giovani senza futuro esposti a una infinità di situazioni dolorose, a rischio, e quella degli anziani senza riconoscimento, dimenticati in tanti angoli. Il santuario di Dio sono le nostre famiglie che hanno bisogno del minimo necessario per potersi formare e sostenere. Il santuario di Dio è il volto di tanti che incontriamo nel nostro cammino". Al termine, Bergoglio ha richiamato anche le opere di misericordia, cui ha dedicato il suo Giubileo straordinario. La Vergine di Guadalupe, mentre ci consola delle nostre sofferenze, ha spiegato, "sii mio messaggero - ci dice - dando da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, da' un posto ai bisognosi, vesti chi è nudo e visita i malati. Soccorri i prigionieri, perdona chi ti ha fatto del male, consola chi è triste, abbi pazienza con gli altri e, soprattutto, implora e prega il nostro Dio".
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