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CULTURA

Conversazione con Juan Vicente Boo

Jorge Mario Bergoglio, "Il Papa dell’allegria"

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di Roberto Montoya

Nella lunga storia della Chiesa cattolica non c'è mai stato un pontificato, come quello di Papa Francesco, che abbia “rivoluzionato” le regole, segnato i tempi e sia stato oggetto di massima attenzione da parte degli storici, pensatori, scientifici, politici, giornalisti e pubblico in generale. I gesti, le parole, l’umiltà e la semplicità, il sorriso, la tenerezza e la misericordia sono il sale per la conversione di persone lontane dalla fede. Il Papa argentino, anche con la sua fermezza, ha attirato l’attenzione di giornali e televisioni di tutto il mondo. I messaggi di Francesco sono stati ascoltati da persone di culture e religioni molto diverse da quella cattolica. Da quel 2013 giorno, in cui Jorge Mario Bergoglio è salito sul soglio di Pietro, è diventato un riferimento mondiale per milioni di persone.

Il Pontefice è un uomo che non si nasconde, affronta in maniera serena e a viso scoperto le grandi sfide della Chiesa Universale. È contrario al clericalismo, alla comodità, alle lamentele e a tutto quello che ha fatto allontanare i fedeli dal gregge. Un Papa che sta facendo pulizia, creando scompiglio e resistenza nel clero. Punta il dito contro il carrierismo, il clericalismo e la corruzione, con un occhio di riguardo ai laici. Un Papa inarrestabile, che si alza alle 4 del mattino per pregare, celebra la messa come un “parroco mattiniero” anche quando viaggia, fa turni di lavoro di 8, 12 e a volte di 16 ore, mettendo sotto torchio i giornalisti che lo accompagnano nel viaggio.

Il Papa che viene dall’altra parte del mondo, nonostante le sue giornate a volte pesanti, mostra un volto sereno, rilassato e allegro. Saluta i giornalisti durante il volo, parla faccia a faccia e senza fretta, scherza con loro come fossero amici di vecchia data, prega per l’intenzione di ognuno, e ti fa sentire la persona più importante al mondo. Il Papa più mediatico della storia raccomanda ai giornalisti di raccontare in modo imparziale quello che accade, senza perdere i dettagli. E aggiunge: “Uno dei segreti della mia allegria è abbandonarmi a Gesù, allora dormo come un sasso”. Un papa riformatore, che ravviva sentimenti di solidarietà verso i rifugiati, capace di riconciliare paesi in guerra tra di loro, riesce a suscitare una risposta globale al cambiamento climatico e convince i leader religiosi musulmani a deporre il fanatismo islamico.

Cosi ci racconta Juan Vicente Boo, autore del libro: “Il Papa dell’allegria”, corrispondente vaticanista del giornale spagnolo ABC. È in trincea sulle mura vaticane da più di 30 anni, con più di 60 viaggi all’attivo: dal tempo di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI per poi seguire attentamente il pontificato del Papa Latinoamericano. È stato anche per molti anni corrispondente da Bruxelles e da New York. Il vaticanista spagnolo con il suo libro, edito dalla casa editrice Elledici, guarda in maniera laica e racconta con uno spirito obiettivo l’allegria e il sorriso del pontefice, nonostante l’età, l’enorme peso sulle spalle, le preoccupazioni e i problemi dei fedeli di tutto il mondo.



Perché Papa Francesco ha voluto il sinodo dei giovani?
Il Sinodo dei giovani è stata un’idea molto intelligente di Papa Francesco. Da un lato fa capire che la Chiesa si occupa dei giovani. Dall’altro lato mette a riflettere i vescovi e i sacerdoti in generale sull’importanza dei giovani nel mondo. Francesco invita i sacerdoti a uscire dalle loro parrocchie per incontrare i giovani, ascoltandoli, accompagnandoli, per sentire cosa piace e non piace a loro, ma anche cosa serve per migliorare il rapporto con loro. Nei corridoi si sente un ambiente molto familiare, di fiducia; i giovani e gli sposati partecipano e intervengono nelle sessioni di lavoro. Sono vivaci quando si identificano con una tematica che li riguarda, fanno chiasso, cominciano ad applaudire e addirittura fanno coro da stadio. Questo ottimismo dei giovani conterà molto nel documento finale.

Papa Francesco come guarda i giornalisti?
Nonostante i dispiaceri che a volte gli diamo, il nostro viaggio sull’aereo inizia sempre con un suo ringraziamento a tutti, ci chiede scusa per la mole di lavoro. Una volta gli ho chiesto. Che virtù consiglia a noi giornalisti? Io mi aspettavo una risposta da predicatore, invece mi disse: “Raccontare con obiettività quello che accade, senza perdere i dettagli”. Questo è un consiglio strettamente professionale, ma tra le righe voleva far capire che essendo professionisti onesti, possiamo aiutare gli altri colleghi e la società a onorare la verità e a mettere in pratica il Vangelo. Quando Papa Francesco rilasciò un’intervista ad un giornale di Amsterdam, fatto dai senza tetto, consigliò in maniera molto grafica: “Cercate di non cadere mai in alcuni vizi dei giornalisti, come quello di insistere sempre sulle cose negative. Fate molta attenzione perché potrebbe poi diventare patologico e potreste cadere nella coprofilia! Dovete stare molto attenti perché alcuni dei vostri lettori potrebbero cadere nella coprofagia”. Personalmente non ho mai sentito un commento cosi grafico su quello che noi giornalisti possiamo erroneamente fare.

Oggi in Centro America ci sono migliaia di persone che migrano verso gli Stati Uniti. Ci racconti il viaggio di Papa Francesco alla frontiera tra il Messico e Usa?
Mi ricordo quel viaggio di Francesco alla frontiera tra Messico e gli Stati Uniti: fece un incontro e una messa tra i fedeli messicani e statunitense separati dal Rio Grande e da un recinto di filo spinato. La prima cosa che fece Francesco fu visitare le persone in carcere, le persone delle periferie esistenziali. Possiamo dire che mandò un messaggio al regime carcerario duro degli Stati Uniti. Un gesto molto forte di solidarietà con i migranti latino-americani che cercano il loro futuro negli Usa. Questo era un messaggio essenziale del suo compito di pontefice, Pontifex, che vuol dire costruttori di ponti. A noi giornalisti ci ha detto tanto volte, di non alzare i muri, ma costruire ponti. Francesco sa benissimo che questo non piace al governo americano. Come pure non piaceva al governo francese che andasse nella Repubblica centroafricana; per la situazione di caos, di instabilità e senza controllo della città di Bangui. Il Pontifex si recò lo stesso, voleva mettere in chiaro che quello che succedeva in quella parte del mondo, non era una guerra tra musulmani e cristiani, ma era una guerra tribale, alimentata da interessi economici che volevano solo la instabilità. E’ stato un esempio chiaro di come aiutare la persona più bisognosa anche in situazione di guerra.

Perché i giornali economici americani lo chiamano il manager del XXI secolo?
Papa Francesco è un intellettuale, ma usa un linguaggio molto semplice, colloquiale. I giornali economici americani lo definiscono come un manager del secolo XXI, perché governa fuori dall’ufficio in mezzo alla gente, come fanno i manager buoni. Si adatta istintivamente ai sistemi contemporanei che non sono più piramidali, senza gerarchia, ma si avvale della rete sociale, navigando istintivamente in acque turbolente. Le sue origini di latinoamericano lo portano naturalmente ad essere estroverso, chiaro, a non avere paura, a saper chiedere perdono immediatamente, a saper sorridere e sdrammatizzare la vita. Tutto questo è un’iniezione di vitalità che aiuta molto il suo pontificato.
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