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"La Biennale è un po' come un supermercato": l'estro cinematico di Drivas alla Galleria Nazionale

Venerdì 15 settembre alle 18 alla Galleria Nazionale di Roma ci sarà il finissage della mostra /Uncinematic di George Drivas, che quest'anno rappresenta la Grecia alla Biennale di Venezia, un artista/regista che si riferisce alle sue opere come a film documentari. 

"Partecipare alla Biennale - afferma Drivas in un'intervista sul sito della Gnam - ti consente da un lato di impegnare una grande somma di denaro in tuo lavoro, dall’altro non è però sempre gratificante. Non amo molto questo tipo di rassegne, che per certi aspetti sono come dei supermercati. Le persone hanno in media 2 giorni per visitare tutti i padiglioni, e ciò rende impossibile la contemplazione e l’interpretazione dei lavori dei singoli artisti. In questo senso la possibilità di una mostra alla Galleria Nazionale è per me di notevole rilevanza. Il Museo per me è uno spazio sacro, dove l’arte va contemplata".

"È necessario riattivare una dimensione “rituale” partecipativa. Questo è il motivo per cui nella mia vita, e non solo nel mio percorso artistico, ho sempre amato molto le chiese e assistito a messe di differenti religioni. Non mi interessava l’aspetto spirituale ma quello simbolico. In tutte le società, dalle più arcaiche a quelle contemporanee, sono necessarie forme di rappresentazione della coesione interna tra gli individui, delle tensioni che le attraversano, delle paure e delle speranze. Ecco, per me l’arte deve sollecitare tutto questo e il Museo è il posto dove ciò può accadere".

"Cinematografia e fotografia intrattengono da sempre un rapporto significativo. L’immagine fissa è la materia prima per la creazione dell’immagine in movimento, ed è precisamente così che la uso. Da un lato quindi il ritorno al fotogramma è un omaggio al cinema, riducendolo alla sua struttura originaria, dall’altro è il mio modo di rappresentare la realtà: che cos’è la realtà se non un insieme di momenti?"

"I miei luoghi? Li definirei universali. Questo perché le situazioni che racconto sono estratti di realtà, che potrebbero accadere a Roma come ad Atene, a Londra, a Berlino. E questa è la ragione anche dell’uso del bianco e nero (o della desaturazione): rendere tali posti inaccessibili, non identificabili, nemmeno dal punto di vista spazio-temporale". (fonte: ufficio stampa)