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EUROPA

La legge è in vigore dal 1992

La Corte di Strasburgo dice che l'Italia deve riformare la legge sull'ergastolo ostativo

La Cedu ha respinto il ricorso dell'Italia dopo la sentenza dello scorso 13 giugno.  Bonafede: "Faremo valere in tutte le sedi le ragioni dello Stato italiano". Il Dap: ergastolani 'ostativi' sono 1.106

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L'Italia deve riformare la legge sull'ergastolo ostativo. Questa le sentenza della Corte europea dei diritti umani (Cedu) con sede a Strasburgo, in Francia, "perché viola i diritti umani", impedendo al condannato di reati particolarmente gravi, per esempio mafia e terrorismo, di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. 

Quindi un carcere a vita che non prevede benefici né sconti di pena in assenza di collaborazione con la giustizia da parte del condannato. L'ergastolo ostativo è stato introdotto in Italia con la legge numero 356 dell'agosto del 1992, nei mesi successivi alla morte dei magistrati Falcone e Borsellino.

La sentenza respinge quindi il ricorso del governo italiano, confermando la condanna emessa lo scorso 13 giugno quando aveva considerato ammissibile il ricorso avanzato nel dicembre del 2016 dal detenuto per mafia Marcello Viola e stabilito che c'era stata una violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, ovvero "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti".

La Corte, che fa parte del Consiglio d'Europa e non dell'Unione europea, ritiene che la pena detentiva inflitta al ricorrente Marcello Viola, coinvolto negli avvenimenti tra cosche a inizio anni '90 con omicidi, sequestri e detenzione di armi, ai sensi dell'articolo 4 bis della legge sull'Ordinamento Penitenziario italiano, abbia "eccessivamente limitato le sue prospettive di rilascio e la possibilità di revisione della sua sentenza". Non dice che Viola deve essere liberato, ma che l'Italia deve cambiare la legge sull'ergastolo ostativo in modo che la collaborazione con la giustizia del condonato non sia l'unico elemento che gli impedisce di non avere sconti di pena. 

Bonafede: non condividiamo assolutamente la decisione della Cedu
"Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione della Cedu, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la giustizia". Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede sulla sentenza europea, parlando con i cronisti in Transatlantico alla Camera.

"In tutte le sedi possibili - ha risposto il ministro ai giornalisti che chiedevano dettagli -,un Consiglio d'Europa, un comitato dei ministri. Faremo valere a livello europeo una scelta legislativa, non di adesso, fatta su impulso di magistrati che hanno perso la vita nella lotta alla criminalità organizzata".

"Abbiamo un ordinamento che rispetta i diritti di tutte le persone e che si rende conto che di fronte alla criminalità organizzata bisogna reagire con grande determinazione - ha detto ancora Bonafede -. Finora abbiamo preteso che chi chiede accesso ai benefici dimostri di essersi pentito e di collaborare con la giustizia".

Le reazioni
Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso dalla mafia in Via D'Amelio, spiega all'Agi: "La legislazione europea sul tema della criminalità organizzata è molto più indietro rispetto a quella italiana che è particolarmente avanzata. Purtroppo, queste sentenze risentono di questa inadeguatezza ed è una cosa veramente avvilente. Si distruggono quelle che erano le conquiste per le quali magistrati come Giovanni Falcone e mio fratello Paolo hanno anche sacrificato la vita".

Una sentenza pericolosa, quella della Cedu, secondo Maria Falcone. "Le mafie italiane hanno peculiarità tali da aver indotto il legislatore ad adottare normative come quella che nega i benefici agli ergastolani per reati di mafia che non collaborino con la giustizia. Un automatismo che deriva proprio dalla natura del tutto singolare della criminalità organizzata nel nostro Paese, una singolarità che purtroppo abbiamo imparato a conoscere in anni di violenze,morti, terrore e sopraffazione" dice la sorella del giudice ucciso a Capaci dalla mafia.  "La parola - aggiunge - passa ora al legislatore italiano che dovrà adeguarsi alle indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.  Alla politica tutta, senza distinzioni di colore, rivolgo un appello a trovare una soluzione che non vanifichi anni di lotta alla mafia e che sappia contemperare i  diritti con la sicurezza dei cittadini".

Le reazioni
Luigi Di Maio, ministro degli affari Esteri, dichiara si chiede: "Ma stiamo scherzando? Se vai a braccetto con la mafia, se distruggi la vita di intere famiglie e persone innocenti, ti fai il carcere secondo certe regole. Nessun beneficio penitenziario, nessuna libertà condizionata. Paghi, punto. Qui piangiamo ancora i nostri eroi, le nostre vittime, e ora dovremmo pensare a tutelare i diritti dei loro carnefici?". Il Movimento 5 Stelle, di cui Di Maio è capo politico, "non condivide in alcun modo la decisione presa della Corte".

Con questa decisione della Cedu "è a rischio il 41bis, un regime di carcere in cui è rigorosamente controllata ogni forma di comunicazione del detenuto. Non si può e non si deve comunicare, perché non avendo dato segni di ravvedimento, il ristretto è considerato ancora vicino all'organizzazione". A dirlo è Nicola Morra, presidente della commissione Antimafia che si dichiara non in ginocchio, "ma sconfitto su un fronte importantissimo". 

Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale, in merito alla sentenza ha detto: "Una sconfitta per la giustizia? Non credo, anzi, la Corte di Strasburgo difende i diritti dell'uomo e non può che essere orientata alla giustizia. È solo una conferma, dovevamo aspettarcelo".

"Queste erano le aspettative degli stragisti", così definisce all'Agi la sentenza della Grande Chambre di Strarburgo, Nino Di Matteo, pubblico ministero della Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

Patrizio Gonnella, presidente dell'Antigone, associazione per i diritti e garanzie nel sistema penale, esulta: "Una sentenza importante, da tanto tempo aspettata, che sottolinea come non sia compatibile con l'ordinamento giudiziario avanzato la prospettiva dell'ergastolo senza prospettive di rilascio".

DAP: ergastolani al 4bis sono 1.106
In Italia gli ergastolani definitivi 'puri' (cioè quelli condannati all'ergastolo su cui non pende alcun altro giudizio definitivo) sono 1.633: di questi, 1.106 sono ergastolani 'ostativi', ai sensi dell'articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario. Sono dati aggiornati ad oggi del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia. Dei 1.633 ergastolani definitivi, 773 sono in carcere da oltre 20 anni e 454 da oltre 25 anni; dei 1.106 ergastolani ostativi, 628 sono in carcere da oltre 20 anni e 375 da oltre 25 anni. Gli ergastolani definitivi con l'associazione di tipo mafioso sono 944, quelli ai quali è applicato anche il 41 bis sono 101 in carcere da oltre 20 anni e 55 in carcere da oltre 25 anni. Ad oggi, i detenuti nelle carceri italiane sono 60.894, di cui 36.903 'definitivi'.

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