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CULTURA

carnevale

U Rumit di Satriano, la foresta che cammina

A Satriano si tiene uno dei più caratteristici, suggestivi e misteriosi carnevali della Basilicata, uno degli ultimi riti arborei sopravvissuti nella loro integrità. Assieme al carnevale di Tricarico, è tra le più importanti manifestazioni della Regione

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di M. Vittoria De Matteis Siamo in Lucania, a Satriano. Dove c’è una tradizione secolare, quella che l’ultima domenica prima del martedì grasso ci si traveste da Rumit (eremita). La maschera altro non è che un uomo completamente ricoperto di foglie di edera, un uomo albero. All’alba questi cespugli vaganti escono dal bosco per raggiungere le strade del paese. Con il ‘fruscio’, un bastone con all’apice un ramo di pungitopo, bussano a tutte le porte: chi riceve la visita del Rumit rispetta il silenzio della maschera e, in cambio di buon auspicio, gli dona qualcosa. 

Nel corso dei decenni l’interpretazione che le varie generazioni hanno dato a questa misteriosa figura sono cambiate: gli anziani parlano di un eremita che - dopo un inverno rigido - usciva dai boschi per chiedere qualcosa da mangiare. Poi le vicende dell’emigrazione hanno accostato questa figura al satrianese che non aveva la possibilità di lasciare la Basilicata e che, rimasto in una situazione di assoluta indigenza, si nascondeva con delle foglie per restare anonimo. Ora i giovani satrianesi hanno intenzione di utilizzare U Rumit, come si dice in dialetto locale, per lanciare un messaggio universale che è un rovesciamento dei valori, una rivoluzione copernicana: ristabilire un rapporto autentico, antico, con la Terra per rispettare gli uomini e le donne che la abiteranno in futuro. 

Nella rappresentazione, altre maschere rituali sono Urs e Quaresima: la prima simboleggia l’uomo-animale vestito di pelli ovine e indica prosperità, fortuna e successo. E’ l’ emigrato che ha fatto fortuna e perciò tornato con pelli pregiate e ricchezze, e che - a causa della prolungata lontananza dalla sua terra - è praticamente muto. La Quaresima, invece, è una donna coperta da un manto nero che procede lungo le vie del paese con passo lento e malinconico, portando sulla nuca una cesta con suo figlio concepito durante il periodo del Carnevale, di cui però non si conosce il padre. Poi c’è ‘A Zita e Lu Zit (la sposa e lo sposo, in dialetto): la messa in scena del matrimonio contadino con lo scambio dei ruoli, i maschi fanno le femmine e viceversa. Percorrono così le strade del paese a ritmo di balli e risate, accompagnati da un bizzarro corteo nuziale.
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