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SALUTE

Prof Luigi Cancrini, psichiatra e psicoterapeuta

La felicità un equilibrio delicato e complesso

La felicità si basa sulla grande fortuna di aver avuto una madre "buona": ma non tutto è scritto, dopotutto siamo solo esseri umani.

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Professor Cancrini, ci si nasce con una "predisposizione" alla felicità o si impara passo passo nella vita?
Quello che possiamo dire con certezza è che la felicità intesa come equilibrio e capacità di vivere in armonia con se stessi e con la propria vita dipende in larga misura dalla qualità del rapporto fra la madre e il bambino. Durante la gravidanza, come ha sostenuto efficacemente Winnicott, il pediatra psicanalista che più ha riflettuto su questo problema, e nei primi mesi di vita: fino al compiere di quella “nascita psicologica” del bambino che la Mahler colloca alla fine del terzo anno se la qualità del rapporto madre-bambino è sufficientemente buona e se intorno a lei ci sono state persone, fra cui, in particolare, il padre del bambino, sufficientemente vicine. Dove porre l’enfasi sul “sufficientemente” serve a dire che non c’è bisogno di doti straordinarie ma solo di quelle che sono le risorse naturale di due genitori equilibrati e della serenità complessiva dell’ambiente.

Alcuni la felicità la cercano stordendosi: con alcol, droga, col sesso compulsivo. Che tipo di gioia è quella?
Le droghe ed il sesso vengono utilizzati in modo equilibrato da chi nei loro effetti cerca piacere o gioia. Come quando ci si permette un buon vino o un rapporto sessuale con una persona cui si vuole bene. L’uso compulsivo, invece, di chi ne diventa dipendente serve, abitualmente, a ripararsi dal dolore cercando un’anestesia fisica e morale (l‘eroina o l’alcol) o la possibilità di non pensare (la cocaina o gli stimolanti e il sesso). Rinviando l’appuntamento con il dolore, però, la compulsività altro non fa che aumentarne l’intensità (e le ragioni). Con un risultato solo apparentemente paradossale: poche persone sono infelici, infatti, come quelle che a questa possibilità si abbandonano lasciandosene trascinare o travolgere.

Quando arrivò in Italia un fortunato antidepressivo si parlò di "pillola della felicità". È vero che le nostre emozioni sono modulate chimicamente, ma una pillola, un farmaco, può renderci realmente felici?
Gli studi su quello che accadde allora con il Prozac e che è accaduto poi di nuovo con altri antidepressivi sono unanimi oggi nel dire (a) che l’effetto di quei farmaci non è superiore a quello del placebo e (b) che l’enfasi proposta su tale effetto dai media sollecitati dalla propaganda (di persuasori occulti della industria farmaceutica) fu la ragione vera della loro apparente efficacia. Il tono dell’umore si esprime a livello cerebrale con delle variazioni biochimiche ma le variazioni biochimiche non si determinano autonomamente. Se noi decidiamo di correre sudiamo ma il sudore non è la causa del nostro correre e quello che accade quando un dolore, più o meno riconosciuto e consapevole ci colpisce è che esso si traduce, a livello cerebrale, in modificazioni anche biochimiche. Sono discorsi, questi, che non piacciano alle industrie farmaceutiche e a tanti medici ma sono discorsi seri. Su cui anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha posto più volte l’attenzione.

Nella sua esperienza clinica ha mai scorto una forma di felicità, seppure opportunistica, nella malattia mentale? Si dice che molti depressi abbiano "paura" di guarire, perché tutto sommato sono attaccati (felici?) alla loro malattia
Una felicità eccessiva, collegata ad un sentimento di forza onnipotente e di ottimismo esagerato accompagna molti disturbi psichiatrici: il disturbo maniacale, prima di tutto, ma anche le fasi espansive di un disturbo delirante e i momenti di esaltazione del disturbo narcisistico di personalità. La salute mentale è equilibrio ed armonia, la gioia per le cose belle che ti accadono (quando ci si innamora o quando ci si esalta per una impresa sportiva) è sempre momentanea e dolce proprio perché si lega alla paura che possa non durare e alla difficoltà di lasciarcene trascinare sapendone, nel profondo, il limite temporale e la complessità delle emozioni diverse che la accompagnano. Per ciò che riguarda i “depressi” ma anche tanti altri disturbi più o meno somatici e/o psicologici, l’idea che essi portino anche dei “vantaggi secondari” è stata proposta per primo proprio da Freud. All’inizio del suo viaggio nell’intimità dell’essere umano. Che questo abbia a che fare con la gioia o addirittura con la felicità, però, mi sembra assai difficile da sostenere.

Sembra che la nostra società abbia una certa diffidenza, delle persone felici: sul lavoro, una persona troppo allegra viene considerata superficiale, inaffidabile, il vecchio adagio avvertiva che il riso abbonda sulla bocca degli stupidi...
L’uomo (o la donna) che ride troppo o troppo facilmente non è necessariamente felice. Il ridere troppo, spesso, è un ridere difensivo, che tiene a distanza l’altro e la consapevolezza dei problemi. A piacere e a dare sicurezza è l’uomo (o la donna) che sorride nel momento dell’incontro con l’altro dimostrando interesse e disponibilità. Le ragioni neurofisiologiche di questo “successo” con l’altro sono state studiate per prime da Rizzolatti che mise in evidenza la funzione dei “neuroni specchio” e i loro collegamenti con quella che chiamiamo “empatia” fra gli esseri umani. Al di là della neurofisiologia, però, c’è la realtà della condivisione e della capacità di stare con l’altro che naturalmente si fondano sul sorriso accogliente e sull’interesse autentico per lui.

Quanto è importante la ricerca ( il ricordo?) del "fanciullino" dentro di noi, per restare felici anche in età avanzata, quando la vita ci ha messo tante volte di fronte a situazioni che felici non erano. Ed è questa, la strada per essere felici?
Il bambino che sta in contatto con la madre “sufficientemente buona” di cui ho già parlato può essere per molti di noi il ricordo di un paradiso perduto (uno spazio mitico in cui tutti i tuoi bisogni e desideri sono soddisfatti) in cui volentieri ci si rifugia nei momenti di difficoltà. La strada per essere felici, tuttavia, è fatta anche della capacità di affrontare, insieme ad altri, i momenti di pena e di difficoltà. A rendere felici tanti adolescenti (e tanti adulti) è il viaggio, non la mèta cui con il viaggio si arriva. O no?

Perché molte persone non sopportano la felicità altrui, e si adoperano per annientarla
L’invidia è il frutto avvelenato dell’esperienza di bambini che non hanno avuto la fortuna di avere madri (e padri e figure materne e paterne) sufficientemente buone nelle fasi difficili del loro sviluppo. La rabbia contro il seno “cattivo” da cui non sono stati nutriti a sufficienza ne è l’origine e il senso, secondo Melanie Klein, che per prima esplorò le prime fasi dello sviluppo, nei primi mesi di vita del bambino. Attenti, tuttavia, a non semplificare troppo. Il mondo non si divide in persone fortunate e sfortunate che hanno o non hanno avuto madri sufficientemente buone perché ognuno di noi si porta dentro, in proporzioni diverse, esperienze buone e cattive e perché le differenze sono sempre quantitative e mai qualitative. Anche una persona equilibrata ed armoniosa può sperimentare l’invidia in circostanze particolari, infatti, e vite apparentemente dominate dall’invidia possono trasformarsi, in altre fasi, in vite più tranquille e serene perché il destino dell’essere umano non è definitivo una volta per tutte e perché il variare delle situazioni può riportare in primo piano le esperienze più positive o quelle più negative. Nel fluire continuo della vita di ognuno di noi.

Conoscere e frequentare consapevolmente gli antri più bui della nostra psiche, ci aiuta, la aiuta ad essere felice?
Indirettamente sì nella misura in cui ci aiuta a osservare ed a controllare le nostre reazioni, emotive e comportamentali. Meglio se con la guida, però, di un terapeuta che ci aiuta a rivisitare i momenti difficili. Completando gli aspetti positivi del lavoro fatto da altri quando eravamo piccoli. 
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