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SALUTE

Primo Piano

La fine del pollo

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di Gerardo d'Amico
Già spendiamo 1 miliardo e mezzo all’anno, in Europa, per tentare di curare e comunque assistere una massa crescente di persone che si ammalano di qualcosa, una polmonite, un ascesso, una gastroenterite fino a qualche anno fa erano assolutamente risolvibili con un antibiotico, ed oggi muoiono. Altre centinaia di milioni li spendiamo in farmaci per tirar su in un tempo record, tra i 39 ed i 42 giorni, il mezzo miliardo di polli d’allevamento che si affacciano nei nostri stabilimenti a produzione intensiva, non possiamo permettere che si ammalino perché a strettissimo contatto ne basta uno, per far partire l’epidemia. Ed allora, antibiotici per tutti. Secondo l’AIFA gli antibiotici rappresentano il 20% dei farmaci che ingoiamo inutilmente, al primo raffreddore, o per patologie su base virale: e ai virus gli antibiotici non fanno neppure il solletico. Mentre sono bombe atomiche per la nostra flora batterica intestinale, parte integrante del sistema immunitario, che così viene depontenziato lasciando altro campo libero ai virus e a batteri che prendono il sopravvento su quelli che normalmente ci fanno da scudo. In più: una parte consistente di quel milione e mezzo di italiani che ogni giorno assume un antibiotico decide di interrompere la terapia anticipatamente, rispetto al protocollo consigliato. Tre giorni invece di cinque, quattro invece di sette….Appena ci si sente meglio, via le pillole, che si sa fanno male. Ma fa peggio la resistenza che si regala ai batteri che sopravvivono al trattamento: la prossima volta, quello specifico principio attivo non avrà più effetto, il microrganismo sarà in grado di difendersi. Ed allora ce ne vorrà un altro, di antibiotico, un’altra classe: ma il problema è che da decenni la grande industria sforna nuove molecole col contagocce, e per alcuni tipi di tubercolosi o di infezioni ospedaliere non c’è niente da fare, si muore. In India è nato anche un "superbatterio", NDM-1, che ha raggiunto alcuni paesi europei tra cui la Gran Bretagna. Uno studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, lo definisce resistente alla maggior parte degli antibiotici, meglio non incrociarlo. Mani non lavate, contaminazioni da carne come raccontiamo in questo focus, fai-da-te terapeutico: è sempre brutto, fare la fine del pollo.
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