MONDO

Intervista con il giurista Angel Almendros Manzano

La giustizia europea alle prese con le tecnologie informatiche e i social media

Con sempre maggiore frequenza le istituzioni europee devono confrontarsi con i problemi posti dallo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche, il web e i social media. Abbiamo chiesto a Angel Almendros Manzano, consigliere giuridico per gli affari amministrativi della Corte di giustizia dell'Ue, di presentarci alcune sentenze su queste tematiche

Angel Almendros Manzano
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di Martino Seniga Quali sono i problemi con cui deve confrontarsi la Corte di Giustizia dell’Unione Europea per quanto riguarda le nuove tecnologie informatiche e la rete internet?

La Corte di Giustizia dell’UE deve confrontarsi con i mutamenti legali, politici e sociali che derivano dall’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche e di internet, particolarmente per quanto riguarda l’impatto di queste tecnicnologie sui diritti fondamentale dei cittadini europei. Le sentenze della Corte hanno riguardato in particolare il rispetto della vita privata dei cittadini e dei loro dati personali. Questo ha portato ad una doppia sfida: da un lato la Corte deve cercare di tenere conto di queste nuove tecnologie e dei nuovi problemi giuridici che pongono, per quanto riguarda l’applicazione delle disposizioni già esistenti; dall’altra la Corte deve fornire un’interpretazione omogenea delle nuove disposizioni approvate dagli organismi legislativi europei: il parlamento, il consiglio e la commissione, al fine di regolare l’utilizzo di queste nuove tecnologie.
 
Ci può fare un esempio degli argomenti trattati e delle sentenze emesse dalla Corte riguardo a questi problemi?

Un primo esempio riguarda la sentenza del 2014 nella causa “Digital Rights Ireland”. In questo caso la corte ha considerato inapplicabile una direttiva sulle comunicazioni digitali approvata dai legislatori dell’Unione.  Questa direttiva cercava di armonizzare le legislazioni nazionali in merito alla conservazione dei dati prodotti nelle comunicazioni digitali: con chi parliamo? Quando parliamo? Qual è il contenuto dei messaggi trasmessi con i nuovi mezzi di comunicazione elettronica?
La direttiva in questione prevedeva l’obbligo per i fornitori di servizi di comunicazione digitale di conservare tutti i dati per un determinato periodo di tempo. La Corte, rispondendo alle questioni pregiudiziali sollevate da alcuni stati membri, ha considerato che questa direttiva non poteva essere applicata perché comportava un’ingerenza eccessiva nella  vita privata dei cittadini europei. Infatti non faceva distinzioni tra i cittadini su cui è necessario effettuare attività di sorveglianza e i normali cittadini. La direttiva si applicava in modo generalizzato a tutti gli utenti e non precisava in modo sufficiente in quali casi e secondo quali procedure le autorità nazionali potevano avere accesso ai dati, infine non garantiva che i dati conservati dai fornitori di servizi elettronici non fossero trasmessi a stati non appartenenti all’Unione europea.

Il problema della salvaguardia del diritto fondamentale dei cittadini europei alla riservatezza dei propri dati informatici è stato al centro di un'altra sentenza della corte che riguardava in particolare i dati generati da Facebook e trasferiti su server sotto esclusivo controllo delle autorità americane. Cosa ha deciso la Corte in questo caso?

Proprio la sentenza di cui abbiamo appena parlato ha in parte anticipato quanto deliberato nella sentenza Schrems  del 2015. In questo caso bisognava verificare la compatibilità con il diritto dell’Unione ed in particolare con il diritto fondamentale alla tutela dei dati personali delle disposizioni che consentivano la trasmissione agli Stati uniti dei dati generati da Facebook in Europa.
La direttiva europea sul trattamento dei dati personali prevedeva che fosse possibile comunicare a stati non membri dell’Unione i dati personali dei cittadini europei se questi stati assicuravano un livello di protezione omologo a quello garantito all’interno dell’Unione.
Maximillian Schrems, un utente austriaco di Facebook, ha ritenuto che questa protezione non fosse sufficiente nel caso dei dati conservati dal social media americano. In questo caso i dati venivano trasferiti dalla filiale irlandese di Facebook nei server della società negli Stati uniti. Schrems riteneva che questa trasmissione non fosse legale perché negli Stati uniti non sarebbe stata assicurata una protezione paragonabile a quella prevista in Europa. La corte ha ritenuto che le autorità nazionali preposte al controllo dell’applicazione delle disposizioni in materia di protezioni dei dati hanno sempre il diritto di impugnare la legittimità del trasferimento dei dati; anche nel caso in cui, come era effettivamente avvenuto, la Commissione europea avesse ritenuto legittimo il trasferimento di questi dati personali.
In effetti in una decisione del 2000 la Commissione aveva considerato che negli Stati uniti,in ottemperanza al sistema conosciuto con il nome di “Safe Harbor” i dati trasferiti fossero protetti in modo corretto.
Le autorità nazionali irlandesi a cui questo cittadino austriaco si era rivolto per difendere i suoi diritti avevano invece ritenuto che, a seguito della direttiva europea, non gli fosse possibile mettere in questione il rispetto di un adeguato livello di protezione da parte degli Stati uniti.  La Corte di giustizia europea ha invece deliberato che le autorità nazionali possono sempre indagare e nel caso in cui abbiano dei dubbi possono richiedere alla corte di giustizia di esaminare se questa decisione sia corretta o no.
In secondo luogo la Corte ha ritenuto che, a causa dell’assenza di limiti precisi nel sistema americano del “safe harbor” e dato che le autorità americane potevano avere un accesso illimitato a questi dati senza essere sottomessi a controlli giudiziari, la trasmissione di questi dati violava il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali. Inoltre veniva anche violato il diritto fondamentale alla tutela giurisdizionale dei diritti fondamentali dei cittadini. Pertanto spetta alla giurisdizione irlandese tenendo conto di questa sentenza di dare seguito alla denuncia interposta dal cittadino austriaco.
  
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