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SCIENZA

Ricerca italo-spagnola misura l'impatto ambientale della pesca

La pesca a strascico uccide il mare

Praticata da settecento anni, la pesca a strascico è tra le principali cause dell'impoverimento biologico dei nostri mari

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di Stefano Lamorgese

Non è certo una novità: la pressione umana sul patrimonio biologico dei mari è sempre più devastante. L'impoverimento della biodiversità che ne deriva si affianca alla drammatica diminuzione degli stock alimentari disponibili.

Nuovo è invece lo studio, condotto presso l'Università politecnica delle Marche dal Professor Antonio Pusceddu con il CSIC (il Consejo Superior de Investigaciones Científicas, equivalente spagnolo del nostrano CNR) e l'Università Autonoma di Barcellona che s'intitola "Chronic and intensive bottom trawling impairs deep-sea biodiversity and ecosystem functioning" (La continua e intensiva pesca a strascico danneggia la biodiversità dei fondali marini e il funzionamento degli ecosistemi), pubblicato da PNAS.org.

Nuovo perché misura il problema raffrontando il danno registrato nelle aree soggette a pesca intensiva con le condizioni ambientali di altri fondali marini, esclusi dallo sfruttamento alieutico.

Una storia vecchia di sette secoli
La pratica della pesca a strascico risale al XIV secolo: da allora le tecniche si sono perfezionate e sono divenute sempre più efficaci. Tanto da trasformare - complici attivi il processo industriale e l'accumulazione capitalistica - un sistema straordinariamente efficiente per l'approvvigionamento umano di cibo in una pratica devastante. La preoccupazione sulla sua sostenibilità è emersa con chiarezza durante la prima metà del XX Secolo e oggi è in netto aumento, non soltanto nella comunità scientifica. 

I rilievi effettuati nel canyon de La Fonera, un fondale marino a circa venti chilometri dalla costa catalana di Palafrugell, poco a Nord di Barcellona, hanno fornito risultati sconcertanti. Dimostrano che, rispetto a quelle non colpite da questa attività umana, le aree del Mediterraneo nord-occidentale - tra le più sfruttate dell'intero bacino - sono caratterizzate da una significativa diminuzione nel contenuto di sostanze organiche (fino al 52% in meno); da un più lento ricambio del carbonio organico (-37%), da una riduzione (-80%) della meiofauna (i piccolissimi animaletti che abitano i sedimenti, noti per questo anche come "fauna interstiziale"), della biodiversità (-50%), nonché nella ricchezza di specie dei nematodi marini (-25%), il gruppo di vermi posti alla base della vita dei fondali marini.

In conclusione: continuare a praticare la pesca a strascico d'altura, oggi diffusa lungo la maggior parte dei margini continentali (e voce sempre più in crisi nel comparto economico europeo), costituisce una grave minaccia per l'ecosistema dei fondali. Se vale per il Mediterraneo, è altrettanto vero su scala globale.

Per saperne di più
http://www.savethehighseas.org/

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