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Lavoro, Istat: un giovane su 4 a termine o part-time

Tre laureati su 10 sono pronti a trasferirsi anche all'estero per trovare un lavoro che li soddisfi. E più in generale, sono quattro i giovani disoccupati su 10 che sarebbero disponibili a trasferire il luogo di residenza per un impiego, oltre la metà di questo andrebbero anche fuori Italia

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"Quattro giovani occupati su 10 hanno trovato lavoro con la segnalazione di parenti, amici o conoscenti. Tra i laureati crescono di molto le possibilità di trovare lavoro attraverso altri canali". E' quanto si legge nel focus giovani nel mercato del lavoro dell'Istat, secondo il quale "il 41% dei diplomati e il 31,4% dei laureati dichiarano che per svolgere adeguatamente il proprio lavoro sarebbe sufficiente un più basso livello di istruzione rispetto a quello posseduto".

Un giovane su 4 a termine o part-time, un laureato su due ha occupazione atipica 
Un giovane su quattro ha un lavoro a termine. E sempre uno su quattro lavora a orario ridotto, "nella maggioranza dei casi per l'impossibilità di trovare un'occupazione a tempo pieno". E' quanto emerge dal focus dell'Istat sui giovani nel mercato del lavoro, che sottolinea come tra coloro che sono usciti dal sistema di istruzione nell'ultimo biennio la quota di occupati in lavori atipici  del 51,7% per i laureati e del 64,4% per i diplomati.

Tre laureati su 10 pronti a trasferirsi anche all'estero
Tre laureati su 10 sono pronti a trasferirsi anche all'estero per trovare un lavoro che li soddisfi. E più in generale, sono quattro i giovani disoccupati su 10 che sarebbero disponibili a trasferire il luogo di residenza per un impiego (oltre la metà di questo andrebbero anche fuori Italia).  La disponibilità al trasferimento è minima tra i giovanissimi ed è invece  massima tra i 25-29enni, poi nella successiva classe, quella dei 30-34enni, si riduce significativamente probabilmente anche a causa dei maggiori vincoli familiari che subentrano all'aumentare dell'età. Secondo l'Istat, la disponibilità a trasferirsi è maggiore tra i giovani uomini rispetto alle coetanee (oltre 15 punti percentuali) e molto più elevata nel Mezzogiorno (poco meno di un giovane su due lascerebbe il suo luogo di residenza per un lavoro contro tre giovani su 10 di quelli al Nord). Le differenze territoriali risultano marcate solo nella disponibilità a trasferirsi all'interno del nostro Paese mentre sono piuttosto simili nella disponibilità a trasferirsi all'estero. Questo risultato mostra come i giovani meridionali, spiega l'Istat, "siano ben consapevoli delle scarse possibilità occupazionali presenti nelle loro aree di residenza e dunque della necessità di essere disponibili a spostarsi in aree meno depresse del paese".  Sono pronti al trasferimento anche sei laureati disoccupati su 10, e all'estero oltre su 10. La maggiore disponibilità a trasferirsi per lavoro si riscontra, indipendentemente dal livello di istruzione posseduto, se il giovane proviene da ambienti familiari in cui il livello d'istruzione dei genitori è più elevato. In particolare, tra i laureati la quota di giovani disponibili al trasferimento passa dal 49,8% per coloro che hanno genitori con basso titolo di studio, al 63,1% per quelli con genitori laureati; tra i diplomati, le analoghe quote sono rispettivamente pari al 35,6% e al 50,3%; infine, tra i giovani con al più un titolo secondario inferiore, le stesse corrispondono al 29,3% e al 38,9%.

Il 60% dei giovani usciti dal percorso formativo è occupato
Negli ultimi 6 mesi del 2016, 8 milioni e 10 mila giovani tra i 15 e i 34 anni sono usciti dal percorso educativo formale. La probabilità di lavorare cresce con l'aumentare del livello di formazione. In particolare, sono occupati il 47,4% dei giovani con un titolo di studio secondario inferiore, contro il 63% dei diplomati e il 71,7% dei laureati. Il numero dei giovani non più in istruzione occupato aumenta anche al crescere dell'età, passando dal 20,4% nella classe di età 15-19 anni al 49,6% nella classe 20-24 anni, al 61,0% per i 25-29enni (54,2% nella classe 15-29 anni) fino al 68,3% in quella 30-34 anni. È occupato il 42,7% dei giovani del Mezzogiorno, il 65,5% di quelli del Centro e il 73,3% del Nord. Il 67,5% degli uomini non più in istruzione lavora contro il 51,8% delle donne.

Cresce formazione; nel 2015 si fa in 60% aziende
Nel 2015 sei imprese italiane su dieci (il 60,2%) con almeno 10 addetti ha svolto attività di formazione professionale (+5% rispetto al 2010). L'andamento positivo - spiega l'istituto di statistica - è determinato dall'incremento di aziende che hanno realizzato corsi di formazione nell'area ambiente-sicurezza sul lavoro, mentre per gli altri corsi la quota di imprese si è ridotta lievemente (dal 33,7% del 2010 al 32,3% nel 2015). Quasi 3 milioni e mezzo di lavoratori  hanno partecipato a corsi di formazione (45,8% del totale degli addetti,  di cui 47,8% uomini e 42,5% donne).  In particolare, le grandi imprese (con 250 addetti ed oltre) sono le più attive nella formazione (90%) mentre per quelle più piccole si conferma, seppur con un parziale recupero rispetto al 2010, una minore propensione. La formazione è piu' diffusa nelle imprese del settore dei servizi finanziari (circa il 94% di imprese  ha attivato programmi di formazione). Dal punto di vista territoriale spicca il Friuli-Venezia-Giulia (74,5%).  Nel confronto tra 2010 e 2015 si amplia il divario tra regioni del Nord e del Sud in termini di incidenza delle imprese attive nella formazione rispetto al totale; le regioni del Centro riescono solo parzialmente a recuperare la maggiore crescita di quelle settentrionali. La propensione all'attività formativa da parte delle imprese è maggiore nelle regioni del Nord, in particolare nel Nord-est (quasi il 67,0% di imprese formatrici) che  ha un vantaggio sulle isole di circa 16 punti percentuali.  Rispetto al 2010 l'incremento è più deciso per le imprese del Nord e più contenuto per quelle dell'Italia centrale; al contrario la formazione nelle imprese del Sud risulta sostanzialmente stazionaria mentre per quella della ripartizione Isole si rileva una contenuta flessione (dal 47,4% del 2010 al  44,3% del 2015).     
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