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Le radici della crisi del ceto medio: intervista ad Arnaldo Bagnasco

di Pierluigi Mele Verso la fine del secolo scorso si è manifestata nei paesi avanzati una crisi del ceto medio. Un segno, tra i tanti, della crisi capitalismo industriale. Crisi che persiste ancora. Oggi il “ceto medio” appare come una “Classe inquieta” attraversata da un rischio di radicalizzazione. Ovvero che diventi “un luogo sociale del rischio”. Quali sono le radici della crisi del ceto medio? Quali dinamiche può scatenare questa crisi? Come ha risposto la politica? Ne parliamo, in questa intervista, con il Professor Arnaldo Bagnasco, emerito di Sociologia all’Università di Torino e accademico dei Lincei. Di Arnaldo Bagnasco la casa editrice Il Mulino ha pubblicato un saggio fondamentale sulla crisi del ceto medio: “La questione del ceto medio. Un racconto del cambiamento sociale” (pag. 230, € 22,00).

Professore, incominciamo dando una definizione: ceto o classe media?

Come diceva il sociologo americano Wright Mills, la classe media è un’insalata mista di occupazioni; è una nebulosa che comprende lavoratori indipendenti (come artigiani, piccoli e medi imprenditori) e dipendenti (come gli impiegati pubblici e privati). In realtà, una classe media non è mai esistita, esistono più classi medie professionali, che anche cambiano nel tempo e nello spazio. Eppure, specie in certi momenti, ci si riferisce, nel linguaggio corrente e politico, a un insieme che supera e comprende quelle diversità. Entra allora in gioco il termine ceto, che per i sociologi indica una vicinanza di tratti culturali, stili di vita, possibilità di consumo, effetto anche di misure politiche. Il termine americano middle-class, corrisponde grosso modo all’italiano ceto medio. 

Nel suo libro affronta la questione del ceto medio nel più ampio quadro della trasformazione del capitalismo, oggi di stampo neo liberista. Un tempo si definiva il "ceto medio ", tra l'altro, come il ceto, negli anni dell'ascesa, della "Piena cittadinanza sociale" (per reddito, grado d'istruzione , relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, ecc). Oggi quel ceto fa fatica a riconoscersi in quella definizione. Cosa è avvenuto?

Sì, è appunto in quel modo che definisco nel mio libro il ceto medio che si è formato negli anni di forte crescita del dopoguerra. Indipendentemente dall’essere autonomo o dipendente, nel settore pubblico o in quello privato, in posizioni professionali diverse, essere ceto medio significava posizioni medie e cresciute nella scala dei redditi e dei consumi, oltre ad aumentato grado di istruzione, relativa sicurezza nelle prospettive di lavoro, protezione dai rischi della vita. E si può dire che questa era percepita come una condizione di acquisita piena cittadinanza sociale: la maggioranza arriverà a dichiararsi di ceto medio nei sondaggi. Era l’età dei grandi “contratti sociali”, orientati a controllare con politiche di regolazione tensioni e disuguaglianze sociali, per coniugare insieme sviluppo economico e coesione sociale, in un quadro di democrazia politica. I vantaggi della crescita erano diffusi nell’insieme sociale, ma il ceto medio cresciuto nel tempo, era diventato il perno dell’equilibrio sociale.
Per più ragioni quel modello è entrato in crisi nel corso degli anni settanta, e nel decennio successivo l’orientamento neoliberista non è stato in grado di ritrovare solidi equilibri economici e sociali. Crisi economiche si sono succedute, e la disuguaglianza sociale è diminuita sino ai primi anni Ottanta, poi è tornata ad aumentare.

In questi anni di crisi abbiamo assistito a fenomeni di "correnti di polarizzazione" verso il basso, e, in misura minore, verso l'alto. Quanto è polarizzata la società italiana? Ovvero quanto è grande la diseguaglianza? 

Abbiamo molti dati concordanti che mostrano come siano presenti forti correnti di polarizzazione sociale. Come dicono gli inglesi, le figure nel mezzo sono state “strizzate”. Su molti pesa la condizione di essere più lasciati a se stessi, e di vivere senza lavoro o con lavori aleatori in condizioni in cui è difficile progettare un futuro. Guardando più da vicino, si vede però dove più ha colpito la crisi. Ovunque la contrazione di reddito e ricchezza è stata maggiore per le classi più povere che per quelle medie. Più precisamente, in Italia la diminuzione del reddito diventa più consistente a partire dal quarto decile e aumenta gradatamente scendendo ai primi decili.

Anche a questo riguardo bisogna comunque fare attenzione. Il fatto che siano in corso correnti di polarizzazione non significa necessariamente che al momento le nostre siano società polarizzate Una società polarizzata sarebbe quella dove due consistenti insiemi sociali, relativamente omogenei, si confrontano con valori e interessi distinti e contrapposti da far valere. In realtà le disuguaglianze sono più distribuite lungo una scala, e gli insiemi che si formano sono molto eterogenei. Lo riconosce uno dei più importanti studiosi e critici del precariato, Ian Standing. Quanto al ceto medio, è certamente dimagrito ovunque, non è più la maggioranza, ma non è affatto scomparso: in Italia conta per il 40% degli attivi.

Nel suo libro, un vero e proprio "racconto del cambiamento sociale, sostiene che, se i fenomeni di "polarizzazione" verso il basso dovessero ancora peggiorare, vede il rischio che il "ceto medio" diventi un "luogo sociale del rischio" con l'eventualità di una radicalizzazione con esiti negativi per tutto il sistema. Quale sbocco potrebbe avere, questa radicalizzazione, in termini sociali e politici?

Effettivamente abbiamo esempi nel passato dei danni prodotti dalla radicalizzazione politica del ceto medio. La Germania e l’Italia degli anni venti e trenta ne sono due esempi. Anche qui bisogna però fare bene attenzione. Anzitutto, rispetto allora, le condizioni sono molto diverse. Resta comunque la possibilità di derive radicali in senso autoritario, se le condizioni dovessero peggiorare. E l’evoluzione dell’opinione pubblica e del quadro politico in molti Paesi non è davvero incoraggiante. Tuttavia, la storia insegna che il ceto medio si è mobilitato come attore radicalizzato quando si è diffuso nei suoi ranghi un atteggiamento di panico, e questo non è il caso attuale nelle nostre società. Oggi il ceto medio è piuttosto una “classe ansiosa”, come ha detto in America Robert Reich a proposito del fenomeno Trump. Riconoscere la differenza fra panico e ansia non ci tranquillizza, ma è importante, e deve farci riflettere che c’è spazio per intervenire, e che il ceto medio non è perduto alla democrazia. 

Com' è la situazione, del ceto medio, negli altri Paesi europei? Di fronte a questa crisi qual è stata la risposta della politica?

L’esplosione della “questione del ceto medio” si è verificata verso la fine del secolo scorso. In America si era annunciata prima ed è stata molto vivace dopo. E’ comunque significativo che, dove più dove meno, si sia manifestata in tutti i Paesi avanzati. Proprio questo la rendeva il segnale che cambiamenti profondi del capitalismo contemporaneo erano arrivati a una fase nuova, con conseguenze sociali pesanti che arrivavano a toccare anche l’insieme prima meglio stabilizzato.

Per circostanze diverse relative all’andamento dell’economia e/o al miglior funzionamento delle compensazioni sociali, la questione è stata sentita meno in Paesi come il Regno Unito, la Svezia, l’Olanda. Qui si trova un ceto medio meno usurato. Più avvertita è stata invece la questione in altri, fra i quali in particolare l’Italia e la Francia. La politica ne ha preso atto, e il problema del ceto medio è entrato nei programmi elettorali. Comunque sia, anche nuovi fattori di crisi – basti pensare alle migrazioni o al terrorismo internazionale - hanno reso meno centrale e specifica l’attenzione al ceto medio. Questa è una tendenza che oscura e tende a rendere episodiche e confuse le politiche che riguardano le classi medie. Faccio osservare che ho cambiato termine di riferimento, perché quanto sta nel mezzo è un insieme ora più eterogeneo, e riemergono le tensioni fra le sue varie componenti professionali, che prima erano mediate in un progetto di ceto medio, politicamente coltivato in combinazioni di risorse diverse. 

Lei prende di mira il capitalismo deregolato, ovvero l'estensione della logica del mercato. Quali strade si possono percorrere per superare la crisi?

Non so se questa sua domanda sia, nel clima di oggi, politically-correct; intendo se non sia una domanda impertinente, da non fare in Italia a un professore, specie se anziano. Umorismo a parte, riconosco che è difficile fare politica oggi, per chiunque ci provi. Ed è velleitario sparare sentenze. Alla fine del mio libro dico qualcosa sulle prospettive, ma qui riprendo solo un punto generale, che era nella domanda. Il mercato è una grande risorsa di regolazione economica e sociale, ma è sprecato se si afferma in un vuoto di regole, tanto più in epoca di globalizzazione e finanziarizzazione. Non solo l’economia non può funzionare bene se lasciata esclusivamente alla autoregolazione di mercato, ma soprattutto è immanente al capitalismo che il mercato tende a conquistare alla regolazione di mercato sempre più ambiti della vita di relazione. Questa tendenza, ha l’effetto di consumare società, di non permettere la vitale, genuina  espressione della società civile, di generare anomia individuale e collettiva, e problemi sociali rilevanti.

Queste osservazioni non sono deduzioni “ideologiche”, ma constatazioni analitiche. I modi in cui il consumo di società si verifica, e punti in cui intervenire sono segnalati da molta, buona ricerca sociale. Aggiungo ancora, per precisare, che se è certamente vero che i tasselli da ricomporre nel quadro economico e politico contemporaneo sono diventati più piccoli, incerti e complicati da combinare, il punto è che dobbiamo guardarci anche da una possibile retorica della inconsistenza della società; la società non è completamente sfatta o sbriciolata dai processi di differenziazione e individualizzazione, e retoriche che insistono su questa immagine giocano proprio a favore della radicalizzazione autoritaria.