ITALIA

Passione o sfruttamento?

Sofri: "Il lavoro giornalistico non deve essere pagato" ed è polemica

L'intervento del direttore del "Il Post" al festival del Giornalismo di Perugia scatena ​commenti più o meno indignati sul web: "Non abbiate la pretesa di farvi pagare per il vostro lavoro giornalistico". Qualche anno prima, sul suo blog, scriveva che farsi pagare "1 euro a post" era un 'un ricatto'

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Perugia

"Io non credo che il lavoro debba essere pagato. Io credo che qualunque tipo di lavoro possa conoscere anche delle retribuzioni, delle soddisfazioni più varie che non sono necessariamente monetizzate". Autore della frase è Luca Sofri, direttore de "Il Post", intervenuto all’ultimo festival del Giornalismo di Perugia in un incontro incentrato su di lui dal titolo: 'Trentuno domande sul giornalismo'. "Trovo bizzarro - ha proseguito Sofri - che noi stessi che andiamo dicendo che la nobiltà del nostro lavoro deriva da altri fattori, come il servizio alla comunità o la qualità dell’informazione, poi pretendiamo allo stesso tempo che questi aspetti vengano quantificati in sistemi economici e monetari. No, esistono quantità di altre motivazioni e occasioni in cui possiamo liberamente lavorare gratis senza sentirci sfruttati. Anche io, qui, al Festival del giornalismo, lavoro gratis". Una risposta, questa, che non poteva passare inosservata tanto da venire subito rilanciata sul web scaldando le piazze virtuali di Facebook e Twitter:




Cui risponde direttamente Sofri con questo post:





Del resto l’impossibilità per molti giovani professionisti di vivere del proprio lavoro era stato al centro, pochi mesi fa, di una campagna dal titolo #coglioneno lanciata sul web da un gruppo di designer, che ha riscosso grande successo. 

Quando Sofri diceva che 1 euro a post era un 'un ricatto'
Qualche anno prima, però, Sofri la pensava in maniera diversa. Sul suo blog Wittgenstein, in un commento intitolato "Un euro a post" sulle offerte di lavoro online per autori di testi dalle retribuzioni considerate "scandalose", parlava perfino di proposte di lavoro che somigliavano più a un "ricatto": 'Molti network di blog “di informazione” funzionano pagando persone per scrivere post a cottimo e guadagnare dal ritorno in pagine viste e pubblicità: le retribuzioni variano molto, e vanno dai 3-5 euro a post ai 15, a seconda". E aggiunge: "L’altra cosa da sapere è che per molti di questi progetti è una questione di vita o di morte: pagare di più chi scrive non lascerebbe nessun margine di guadagno, stante la dimensione del mercato italiano, a meno di risultati straordinari e proficui che riescono solo a pochi pochi". La rete, scriveva ancora Sofri, 'è riempita quotidianamente non solo da contenuti accurati, chiari, interessanti, come – esempio facile – quelli che si trovano sul Post grazie a redattori a cui è stato offerto un contratto dignitoso da giornalisti e il coinvolgimento in un’impresa qualificante: ma anche da pagine e pagine di roba inutile e mediocre volta solo a portare a casa più o meno ingannevolmente dei clic, e per quella roba non si può pretendere molto'

"Con Twitter gli Esteri si possono fare anche da casa"
Quello sul lavoro gratis non è l’unico spunto controverso e controcorrente che Sofri lancia in pasto alla platea del Festival durante la sua ora e mezza di 'one man show'. In effetti lo aveva detto fin dall’inizio: “Metterò della carne sul fuoco sul tema del cambiamento della professione, vi offrirò spunti da portare a casa e condividere con colleghi e amici, twittatele, fatene quel che ne volete”. Altro passo discusso sono state le parole del giornalista riguardo la non più evidente necessità di essere “sul campo”, grazie ai nuovi strumenti di cui dispone: "Con la diffusione di Twitter, soprattutto nel settore Esteri dove le agenzia di stampa italiane sono carenti, non è poi così necessario essere sul posto. Posso sapere più cose dalla mia scrivania di Milano, intrecciando le informazioni che trovo su web, tv straniere, social media, che stando per strada in mezzo a una rivolta".

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