Original qstring: refresh_ce | /dl/rainews/articoli/Migrantes-Flaviano-Bianchini-nei-panni-di-un-clandestino-dal-Guatemala-all-Arizona-cc6b2512-b487-462b-ad8e-2d7db98afbe3.html | rainews/live/ | true
MONDO

Verso il sogno americano

Migrantes, Flaviano Bianchini nei panni di un clandestino dal Guatemala all'Arizona

In 21 lunghissimi giorni Bianchini, "uno a cui, quando distribuivano le fortune della vita, è capitata una delle migliori: un passaporto con su scritto Unione Europea - Repubblica italiana", diventa Aymar Blanco, uno dei tanti migranti che sognano una vita diversa, e che affronta il viaggio attraverso la rotta del Messico

Condividi
di Alessandra Solarino 15mila persone sequestrate in un anno. Un quarto di loro è desaparecido. Sei donne su dieci violentate. Tra i 50mila e i 100mila morti negli ultimi 15 anni. Un morto ogni due giorni solo sul muro della vergogna. Sono alcuni numeri del massacro dei migranti che dal Sud America tentano di attraversare il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Fuggono da città in preda a bande criminali, dove ci sono 30 o 40 omicidi al giorno, da povertà ed esclusione sociale. Flaviano Bianchini, 33 anni, ambientalista e attivista per i diritti umani fondatore della Ong Source International, si è finto uno di loro per raccontare dall'interno la rotta che dal Guatemala porta al sogno americano. Ne è nato "Migrantes. Clandestino verso il sogno americano", Bfs edizioni. In cui il racconto del protagonista, migrante tra i migranti, si intreccia, sdoppia e differenzia con quello del narratore Bianchini. 

(Le foto dei migranti scomparsi, presentati dalla Search Commission for Missing Hondurans alla Casa del Migrante in Arriaga, Chiapas)

Bianchini, da "italiano. Protetto. Fortunato" diventa così Aymar Blanco, un peruviano di origini basche "senza scudi né protezioni", che sogna un lavoro negli States. Un clandestino lontano dalla società dell'informazione di Internet, ipad, mobile: "Se loro non sanno non so neanche io". 

A bordo della Bestia, il treno della morte
Inizia così il viaggio di Aymar, con uno zainetto che contiene l'essenziale, acqua, biscotti, spazzolino e carta igienica, e i soldi nascosti nelle mutande. Ventuno lunghissimi giorni, mezzo di trasporto principale: la Bestia, il nome che viene dato ai treni della morte, dove si viaggia sul tetto o tra i vagoni, costretti a restare svegli (una delle regole del migrante, forse l'unica che Bianchini-Blanco non infrangerà mai) e pronti a saltare giù se il treno venisse fermato da bande paramilitari, narcotrafficanti o dalla polizia messicana, a cui spesso i migranti vengono venduti da chi guida il treno. Perché "le merci e le risorse possono migrare. Sono le persone che non possono farlo". Il nord del mondo si arricchisce dei prodotti, dei lavorati, delle materie prime del Sud del mondo, ma impedisce alle persone, nate casualmente nel posto sbagliato, di trasferirsi dove le condizioni di vita sono migliori: "Abbiamo globalizzato le merci, non le persone". 

(Migranti saltano sulla Bestia, il treno che attraversa il Messico)

Quel dio sconosciuto
"I migranti li ha dimenticati pure dio": nel viaggio ognuno è solo e pensa a sé, in alcune situazioni si diventa avversari, in altre il destino del singolo è legato a quello di tutti gli altri. "Nessuno parla con nessuno" eppure "tutti sono alla costante ricerca di compagnia". Sul volto la stessa espressione, come un marchio di fabbrica: "il volto di chi non ha nulla da perdere perché ha già perso tutto", con un barlume di speranza misto a tristezza e stanchezza. 

"Ritorniamo animali affamati, assetati, spaventati"
Sottoposti alle intemperie, al freddo, al caldo torrido, alla scarsità di cibo e acqua, sporchi e con i vestiti sempre più logori, con le scarpe buone per tutte le stagioni (Aymar dovrà vedersela con la suola tagliata da un poliziotto), i migranti per un verso si abbrutiscono: "Ritorniamo bestie e come tali ci comportiamo". Ma a colpire Aymar e la sua "anima" occidentale è la riscoperta del valore di cose essenziali, che troppo spesso nel Vecchio Continente diamo per scontate: "A volte ci si dimentica di che cosa meravigliosa è l'acqua". 


(Il muro tra Messico e Stati Uniti. Fotoracconto della rotta messicana)

Le contraddizioni del Messico, tra narcotrafficanti e solidarietà

Nel viaggio uno dei pericoli maggiori è l'assalto di bande paramilitari, come Los Zetas, di gang di narcotrafficanti, poliziotti corrotti o dei minutemen americani, fanatici nazionalisti pronti a sparare a vista contro chi oltrepassa la frontiera. Aymar, insieme a un gruppo di migranti, conosce il carcere, i maltrattamenti e i furti dei poliziotti. Non c'è rispetto per nessuno, donne incinte, anziani e ragazzi sono "carne da macello, di pessima qualità". Eppure tra tante violenze non mancano toccanti momenti di soldarietà da parte dei più poveri verso chi forse è ancora più sfortunato di loro: c'è chi avvicina il treno con acqua e tortillas e chi divide con i migranti le sue povere cose. 

(L'arresto di alcuni leader dei Los Zetas, "I talebani")

I sogni americani non bastano per tutti

Sono tante le storie che emergono nel racconto di Bianchini/Blanco. Il sogno di una vita diversa, di un lavoro redditizio, di diventare ricchi e portare negli Usa la famiglia. Di far nascere il proprio figlio in territorio americano, a costo di sottoporsi al viaggio infernale all'ottavo mese di gravidanza. Ma "andare negli Stati Uniti significa solo passare da una forma di sfruttamento a un'altra". E' il narratore Bianchini a spiegare che la stragrande maggioranza dei migranti si ritrova a lavorare nell'agricoltura, per salari da fame, negli slums, "per un padrone che parla un'altra lingua e che si reputa parte del paese più civilizzato e democratico del mondo". Quello stesso Paese che trasferisce in Messico la lavorazione di sostanze tossiche e pericolose per l'uomo e l'ambiente, che vengono lavorate da aziende che non sono sottoposte a normative ambientali, per importare poi i prodotti finiti, e lasciare gli scarti, i rifiuti, e tutti i rischi, nel Paese vicino, "non di sicuro in discariche ben gestite e controllate".  "Le differenze tra come vivono i migranti oggi -  chiosa Bianchini -  e come vivevano gli schiavi centocinquanta anni fa sono davvero minime". 



Attraverso il deserto del Sonora
Negli ultimi giorni del viaggio Aymar e altri 23 clandestini attraversano, con una guida locale, il terribile deserto del Sonora. Arriveranno in 20 a Tucson, in Arizona, meta finale, o quasi, del percorso. "Migrantes" è così una testimonianza dal punto di vista dei migranti di cosa significa avere il coraggio di affermare il diritto a una vita migliore. Un J'accuse. Un tentativo di scuotere le coscienze di noi fortunati verso i migranti del Sud del Mondo, in fuga dalla Siria, dai Paesi africani così come dal Sud America: "Provate voi a vivere  in un posto dove piovono bombe a ogni ora, dove decine di persone muoiono ogni giorno, dove le case vengono distrutte, dove la tua famiglia potrebbe sparire da un momento all'altro...perché è meglio morire in mare cercando un futuro, che non morire sotto una bomba che rappresenta il passato". 


(ll fiume Colorado nel deserto del Sonora)
Condividi