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ITALIA

Il ricordo personale di un amico e collega

Niki Filipovic ricorda Miran Hrovatin: "Trovava sempre l'essere umano"

Niki e Miran lavoravano insieme per la Videoest, società di produzione televisiva di Trieste. Nel suo racconto emerge il coraggio e l'umanità di Miran, e dei cineoperatori che vivono la loro professione in prima linea

Niki Filipovic e Miran Hrovatin
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di Niki Filipovic (cineoperatore Rai) Provate ad immaginare, magari in bianco e nero, un cantiere navale dove si costruiscono enormi navi da crociera. Provate ad immaginare un perfetto quadro cubista fatto di travi e paratie di acciaio e provate a pensare alla vostra reazione  quando, dopo aver fissato questo quadro per un po', scoprite che in un angolo c'è un operaio minuscolo e impercettibile che sta saldando delle giunture.

Ecco, questo era Miran Hrovatin, e così erano fatte le sue riprese. Trovava sempre l'essere umano o, se preferite, le storie, che secondo Miran meritavano di essere raccontate, erano quelle che, per dirla con Rudolf Arnheim, più di tutte stimolavano nello spettatore l'elemento identificativo con il soggetto. E se a Monfalcone era l'operaio navale, a Belgrado l'essenza della storia diventava un anonimo suonatore di tromba dove la telecamera che lo riprendeva avanzava dolcemente, in un lento piano sequenza, come se volesse entrare nello strumento e trasportarti, così, idealmente verso le sonorità dell'anima.

Non è da tutti, come non è da tutti trovarsi a Sarajevo, durante il conflitto Jugoslavo, insieme a due colleghi, in mezzo a un campo, con l'auto in panne e i cecchini, non si sa di quale parte, che si divertono a spararti, ma invece di svenire dalla paura accendi la telecamera e riprendi tutto, dai proiettili che s'infrangono sull'abitacolo blindato fino all'arrivo dei soldati francesi che vi traggono in salvo.

Solo pensando a queste immagini si riesce a comprendere l'estrema importanza che ha la narrazione fotografica per il giornalismo televisivo. Potrebbe sembrare una banalità ma quando veniamo continuamente sommersi da servizi televisivi dove il testo del giornalista segue una propria strada  e le immagini sembrano un tappeto sonoro da hall d'albergo, ci si rende conto che per un buon prodotto bisogna essere bravi almeno in tre: il giornalista, il cineoperatore  e il montatore. Queste figure professionali sono i tre punti che delimitano il racconto che resterà sempre un'esperienza soggettiva anche quando, con il proprio lavoro, si persegue la pedante e quotidiana ricerca della verità.

L'importanza, quindi, del lavoro di gruppo che Miran conosceva benissimo, perché nasceva professionalmente quando i servizi si filmavano con le Arriflex a pellicola e al tuo fianco c'era sempre un collega, che spesso era anche tuo amico, a curare la ripresa audio. Tempi da “slow food” televisivo dove però si correva lo stesso, tutto il giorno, o perché bisognava inseguire gli avvenimenti oppure perché, quasi fosse una scelta esistenziale, si era semplicemente in perenne ritardo sulla scaletta di marcia.

Certo, alla fine resta il ricordo, ma resta anche una sensazione di riscatto della ragione quando scopri che nei momenti più difficili si può anche non soccombere.
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