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SALUTE

Giovani ed Educazione

Digitals: multietnici, multisessuali, meno garantiti

La rappresentazione che passa attraverso il virtuale non deve scalzare l’immaginazione e la fantasia che nascono dalle esperienze reali, pena un inaridimento e l’omologazione della personalità. Ecco cosa possiamo fare, noi adulti. Colloquio con Anna Oliverio Ferraris, psicopedagogia all’Università Sapienza di Roma

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Professoressa se dovesse esprimere con tre aggettivi la nuova generazione di adolescenti di questo Paese, quali userebbe?

Disinvolti, digitalizzati, omologati

Bambini che sanno utilizzare un decoder o un tablet appena nati, ma poi sono incapaci di scrivere con la penna. Disabituati alla lettura. Nessuno che voglia più fare l'astronauta o l'esploratore, la fantasia racchiusa in un videogioco. Quanto è davvero così, e che stiamo combinando, coi nostri figli?

Un eccesso di fiction e di virtuale può avere come effetto quello di lasciare poco spazio all'intraprendenza e all'immaginazione personale. L'immaginazione e la creatività non possono essere indotte completamente dall'esterno, dai film o dai videogiochi per quanto stimolanti essi siano: sopratutto nell'infanzia l'immaginazione e l'intraprendenza passano attraverso il corpo, i movimenti, i cinque sensi, il linguaggio attivo, le esperienze che si vivono in prima persona, i ricordi personali, i sentimenti e le emozioni che nascono dentro di noi e nel rapporto con persone, animali, spazi e fisicità concrete, non solo con spazi virtuali, avatar ed emoticon. Dipende dunque dagli adulti accendere la fantasia dei bambini in modi consoni alla loro fisiologia e non lasciandoli modellare, passivamente, da discutibili prodotti del mercato.

E' sempre stato, nella storia, che la generazione precedente proiettasse sulla nuova le proprie aspirazioni, desideri, rivalse. Ma gli adolescenti di oggi sono i veri nativi digitali, e ci vivono dentro, sono in simbiosi con la tecnologia: il cellulare, il tablet come protesi elettronica e mezzo di relazione. E' questa una frattura, che impedisce a vecchi valori (positivi o negativi che fossero) di essere colti, interpretati, visto che arrivano da un'altra era tecnologica?

Non solo la generazione precedente proiettava sulla nuova le proprie aspirazioni, ma riteneva di avere l'autorità necessaria per trasmettere alla nuova generazione la propria cultura, i propri valori e le proprie convinzioni. Il messaggio implicito (o esplicito) che l'anziano inviava al giovane era: <>. In un clima del genere i giovani rispettavano gli anziani in quanto depositari di quel sapere che si trasmetteva da generazione a generazione. La rivoluzione tecnologia (i prodromi già visibili all'inizio del '900) ha portato i giovani a ritenere che i loro genitori non sono stati giovani nella realtà in cui lo sono loro adesso e quindi gli anziani appaiono ai loro occhi meno abilitati di un tempo ad insegnare loro qualcosa. Un convincimento rafforzato dai messaggi provenienti dal marketing. E tuttavia, per quanto riguarda l'utilizzo delle tecnologie i nativi digitali appaiono più disinvolti dei loro genitori e insegnanti a cui spesso insegnano come muoversi in rete ribaltando il rapporto docente-discente. Il fatto, però, è che non tutti gli apprendimenti si riducono alle tecnologie o passano attraverso di esse e quindi c'è ancora ampio spazio per la trasmissione del sapere da una generazione all'altra.
 
Che tipo di italiani saranno, gli adolescenti di oggi tra vent'anni?    

Multietnici. Con una sessualità più variegata. Con un futuro meno garantito. Alle prese con problemi ecologici. Forse con la sensazione di essere meno liberi di quanto si siano sentite le generazioni del secondo dopoguerra.
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