MONDO

L'analisi

Corea del Nord, cosa c'è dietro le provocazioni di Kim

Gli analisti della scena nord-coreana cercano, in queste ore, di intuire le prossime mosse del regime di Kim Jong-un, sempre più imprevedibile e di difficile lettura

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Cosa fara' ora Kim Jong-un dopo l'ultimo test nucleare, che ha visto domenica esplodere una bomba H all'idrogeno non una semplice atmomica? Gli analisti della scena nord-coreana cercano, in queste ore, di intuire le prossime mosse del regime di Kim Jong-un, sempre piu' imprevedibile e di difficile lettura. Solo pochi giorni prima del test di domenica scorsa, anche i rispettati analisti del sito web 38 North non se la sentivano di avallare i sospetti di un possibile, imminente, test atomico da parte di Pyongyang.

A contribuire all'incertezza, ci sono anche le indiscrezioni di oggi comparse sui media sud-coreani, in base alle quali il regime di Kim Jong-un starebbe spostando i missili balistici sulla costa occidentale del Paese, un segnale che un possibile nuovo lancio missilistico possa avvenire a breve. "Penso che il Nord abbia raggiunto lo stadio in cui non ha piu' bisogno di fare test", ha commentato un'analista della scena nord-coreana, Koo Kab-woo, ai microfoni dell'agenzia France Press, citando come esempio il Pakistan, che ha condotto sei test atomici in totale. "Se guardiamo all'esempio del Pakistan, il Nord potrebbe essere agli stadi finali" per diventare una potenza nucleare.

Ma quali saranno le prossime mosse del regime nord-coreano e quali sono le motivazioni che portano Kim Jong-un a proseguire nell'escalation della tensione in Asia orientale?

Dalla ricerca del rispetto internazionale alla giustificazione del regime
L'escalation della tensione nella penisola coreana non e' un fatto nuovo, ma la situazione attuale e' segnata da grandi passi in avanti nella tecnologia nucleare e missilistica sbandierati da Pyongyang. Ancora venti anni fa, nel 1997, prima dei test atomici di Pyongyang, (il primo e' del 2006) un ex colonnello dell'esercito nord-coreano che aveva disertato, Choi Ju-hwal, aveva avvertito il senato statunitense dei rischi connessi allo sviluppo di armi nucleari da parte del regime di Pyongyang. "Con queste armi, il Nord e' in grado di evitare la mancanza di rispetto delle grandi potenze, come Stati Uniti, Russia, Cina e Giappone, e anche di avere la meglio nei negoziati e nei colloqui politici con queste superpotenze". (AGI) Ciy/Red/Red/Gis (Segue)

Gli sforzi diplomatici hanno, pero', finora fallito, e la diplomazia, come scrive in n'analisi dello scenario attuale della penisola coreana il magazine The Diplomat, "non e' una soluzione probabile alle tensioni in Corea del Nord e rimangono scelte e domande difficili". Tra queste: "quanto e' probabile che la Corea del Nord sviluppi appieno un arsenale nucleare? Possiamo accettare una Corea del Nord nucleare e quanto e' importante? E se fosse assolutamente inaccettabile, questo pesa di piu' del costo e del rischio di una guerra?". Se il principale motore che spinge le azioni di Kim fosse la giustificazione del regime all'interno, avverte il Diplomat, "non ci sarebbe niente che gli Stati Uniti potranno fare o offrire che possa portare a una risoluzione del conflitto" e le due alternative rimaste sarebbero il ricorso alla forza militare o l'accettazione della Corea del Nord come un Paese dotato dell'arma nucleare.

I contatti diplomatici non ufficiali. Le sorti del "canale di New York"
L'escalation della tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord, negli ultimi mesi, sarebbe anche un segnale delle alterne fortune dei contatti diplomatici non ufficiali. A spiegarlo, nei giorni di meta' agosto scorso, quando il regime di Kim minacciava un attacco alla base navale statunitense di Guam, nell'Oceano Pacifico, era l'Associated Press.

A condurre le trattative, tra le due parti sono soprattutto due persone: l'inviato speciale di Washington per la questione nord-coreana, Joseph Yun, e un senior diplomat di Pyongyang alle Nazioni Unite, Pak Song-il, che assieme compongono il "canale di New York", ovvero il canale di comunicazione diretto tra i due Paesi per evitare il conflitto. Il canale di comunicazione funzionerebbe bene (forse addirittura meglio che durante gli ultimi mesi dell'amministrazione guidata da Barack Obama) ma il mese scorso sarebbe andato incontro a una battuta d'arresto: un incontro tra lo stesso Yun e un alto funzionario di Pyongyang, Choe Son Hui, vice direttore generale del dipartimento del Ministero degli Esteri di Pyongyang che si occupa degli Stati Uniti, scrive il Washington Post, sarebbe saltato perche' la Corea del Nord non avrebbe mostrato progressi tangibili sulle condizioni dei cittadini statunitensi detenuti nelle carceri di Pyongyang.

Nonostante l'esistenza di questo canale di comunicazione informale, alla base dei rapporti tra Usa e Corea del Nord, permane una "enorme carenza di fiducia" che impedirebbe un "dialogo costruttivo", ha spiegato il direttore della Commissione Nazionale Usa sulla Corea del Nord, Keith Luse, ai microfoni dell'agenzia americana.

L'approccio di Kim agli Usa
Altro fattore non secondario che contribuisce alla tensione e' l'approccio mentale del leader nord-coreano. Se speculazioni sullo stato di salute mentale di Kim si susseguono da tempo, la paura di un assassinio si e' manifestata ufficialmente a maggio scorso, quando l'agenzia di stampa ufficiale del regime, la Korean Central News Agency, ha lanciato la notizia di un complotto della Cia e dell'intelligence sud-coreana per uccidere il giovane leader con l'utilizzo di armi biochimiche.

Il complotto per assassinarlo avrebbe anche un nome: "Operation Plan 5015". Il piano e' emerso alla fine del 2015, e prevederebbe, secondo il Brookings Institute citato da Fox News, "una guerra limitata con enfasi sugli attacchi preventivi a obiettivi strategici in Corea del Nord e "raid di decapitazione" per sterminare i leader nord-coreani". Uno scenario hollywoodiano, e che si avvantaggerebbe della collaborazione di una unita' speciale sud-coreana creata ad hoc.

Il piano sarebbe, pero', difficilmente praticabile, per gli esperti, soprattutto per la difficolta' di fare breccia nella cerchia ristretta dei funzionari piu' vicini a Kim, e potrebbe comunque scatenare una reazione imprevista da parte del regime, senza la certezza che il sostituto al vertice del Paese possa essere meglio del leader attuale. Il tasso di paranoia di Kim Jong-un, intanto, proprio negli ultimi giorni, sarebbe in decisa crescita. Secondo fonti che hanno parlato il mese scorso al quotidiano giapponese Asahi Shimbun, Kim avrebbe alzato ulteriormente il livello della propria sicurezza personale: la squadra di persone che si occupa della sua sicurezza si comporrebbe, oggi, anche di dieci ex agenti del Kgb, che avrebbero come compito prioritario quello di evitare tentativi di assassinio del leader nord-coreano.

La vera paura di Pyongyang: lo scenario libico e quello iracheno
A portare la Corea del Nord e, soprattutto lo stesso Kim Jong-un, a perseguire lo sviluppo missilistico e nucleare sarebbe soprattutto il timore del verificarsi di due scenari tra i piu' temuti: quello libico e quello iracheno. Di questa testi, che circola da tempo tra gli esperti internazionali, e' convinta anche la leadership cinese. Nel saggio "The Korean Issue: past, present and future - A Chinese perspective", pubblicato sulle pagine on line della Brookings Institution alla fine di aprile, Fu Ying, portavoce dell'Assemblea Nazionale del Popolo, il parlamento cinese, spiega i timori di Pyongyang.

Fu cita un articolo comparso nel 2011 sul maggiore quotidiano nord-coreano, il Rodong Sinmun, in cui trova conferma la tesi secondo cui lo sviluppo delle armi nucleari viene messo da Pyongyang in diretta connessione con la sopravvivenza stessa del regime. La tesi e' legata alle paure del regime di Pyongyang per la piega presa da alcuni eventi internazionali, e in particolare da uno: la caduta del regime di Muammar Gheddafi in Libia, che nel 2003 aveva rinunciato allo sviluppo delle armi di distruzione di massa. "Negli ultimi anni", scriveva nell'aprile 2011 il maggiore quotidiano nord-coreano, prima della morte dello stesso Gheddafi, "le tragedie di alcuni Paesi che hanno rinunciato al programma nucleare a meta' strada sotto pressione degli Stati Uniti hanno chiaramente confermato la ragionevole e corretta scelta che la Corea del Nord ha fatto. Solo cosi' potra' essere salvaguardata l'autonomia etnica e nazionale".

Un altro editoriale pubblicato dall'agenzia di stampa del regime di Kim Jong-Un, la Korean Central News Agency, subito dopo il quarto test nucleare del 6 gennaio 2016, spiegava ancora piu' chiaramente questo concetto e faceva riferimento a un altro leader del recente passato che oggi non c'e' piu': Saddam Hussein. "La storia prova che il potere deterrente del nucleare serve come fortissima spada per impedire l'aggressione esterna. Il regime di Saddam Hussein in Iraq e il regime di Muammar Gheddafi in Libia non potevano sfuggire al loro destino di distruzione dopo essere stati privati delle loro fondamenta per lo sviluppo nucleare e avere rinunciato per loro scelta ai propri programmi nucleari". Con l'ultimo test nucleare del 3 settembre scorso, Kim Jong-un sembra promettere di non volere fare la stessa fine.

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