Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/Obama-Putin-pace-in-siria-guerra-fredda-5d0fd18b-e8d3-40d1-ba66-80cdaa4c9545.html | rainews/live/ | (none)
MONDO

La guerra fredda "tattica" e il nuovo ordine mondiale: vincitori e vinti

La partita siriana è veramente finita?

studia l'evoluzione del conflitto siriano con il nostro Diario della guerra 

Condividi
di Zouhir Louassini Era l’unica strada valida per mettere fine al conflitto siriano. L’accordo russo americano che invita tutte le parti coinvolte ad aderire alla cessazione delle ostilità, sembra indicare,  che la partita è finita.  I due “grandi” hanno deciso che è arrivato il momento di chiudere la pagina siriana prima di essere trascinati in uno scontro diretto.

La tattica  “guerra fredda”, rilanciata da Putin quando ha capito le difficoltà di Obama nel conservare il predominio americano, doveva creare delle nuove regole che solo le due potenze potevano scrivere. La Siria, in questo senso, è stato un buon laboratorio per imparare a gestire i conflitti. Non si può giocare a scacchi con le regole del Poker. I tanti bluff americani senza una conseguenza reale sul terreno, hanno aperto gli occhi del Cremlino sulla possibilità di imporre la sua visione realistica delle relazioni internazionali: uno scontro diretto in cui il più forte ha l'ultima parola.

Il rifiuto degli Stati Uniti nel 2013 di intervenire contro Damasco dopo l'uso di armi chimiche contro i ribelli è stato un importante punto di svolta. Senza il sostegno occidentale, i gruppi "moderati" della ribellione sono stati costretti a cedere alle fazioni jihadiste (al Nusra e l’Isis). Da quel momento il conflitto ha assunto una una forma più settaria e ha coinvolto più direttamente le potenze regionali (Iran, Arabia Saudita e Turchia). Iniziato come una rivolta contro il regime di Assad lo scontro si stava trasformando, almeno apparentemente, in un conflitto tra sunniti e sciiti di cui nessuno poteva prevedere le conseguenze. Meglio fermare una teoria pericolosa, più adatta ai salotti dei Think Tank che al mondo reale, prima che si materializzasse sul terreno.

L’accordo russo americano è in grado di porre fine a tutto ciò. Certo, bisogna aspettare la notte del 26 febbraio per capire meglio sia la reazione delle fazioni coinvolte nel conflitto, sia la risposta delle potenze regionali. Un intervento turco-saudita, come si è annunciato negli ultime settimane, non può prendere forma senza la luce verde di Washington. Dal canto suo Obama ha avuto da subito chiaro il pericolo che una azione terrestre da parte delle due potenze poteva mettere a rischio non solo la pace regionale, ma poteva avviare un vera guerra mondiale.    

Vincitori e vinti
Se la guerra in Siria veramente si fermasse sarebbe molto facile giudicare chi sono i vincitori e chi sono i vinti.  Per gli iraniani il conflitto siriano, come l’intervento degli Stati Uniti in Iraq, è servito a rafforzare la loro presenza nella zona. Sono i grandi vincitori del “terremoto” che ha sconvolto il Medio Oriente negli ultimi cinque anni. Al contrario della Turchia e l’Arabia Saudita.
Erdogan, in questo conflitto, ha giocato le sue carte: molta ambiguità verso l’autoproclamato Stato Islamico e pugno di ferro contro i movimenti indipendentisti curdi. Se l’accordo tra Putin ed Obama riuscisse a fugare  i timori turchi sulla nascita d’uno Stato in Kurdistan siriano, Ankara avrà evitato il peggio. La Turchia ha capito sulla propria pelle che sull’Occidente non può contare più di tanto.

Per l’Arabia Saudita non poteva andare peggio. Riyadh ha scommesso sul cambiamento del regime siriano, ha giocato le sue carte per fermare l’influenza iraniana nella zona e ha provato a consolidare la sua presenza come forza regionale con risultati, a dir poco, deludenti. La disperazione saudita può risultare una minaccia per qualsiasi accordo in Siria. Uscire da questo conflitto “sconfitti” sarebbe l’inizio della fine per la dinastia di Al-Saud. La famiglia regnante in Arabia ne è cosciente e cerca di resistere giocando tutte le carte che ha: il Petrolio, con una grande abilità di cambiare alleati quando serve.

Infatti, se la nascita dello Stato Saudita deve molto al sostegno britannico, il Re Abdulaziz non ha avuto dubbi, dopo la scoperta del petrolio, nello scegliere a chi concedere i campi petroliferi. L'incontro con il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, il 14 febbraio 1945, a bordo della USS Quincy presso il canale di Suez ha stabilito le basi delle future relazioni tra i due paesi: greggio in cambio di protezione militare. Il Re aveva intuito che il vento era cambiato. La gran Bretagna aveva lasciato il suo ruolo predominante a favore della nuova potenza mondiale emergente. Oggi il petrolio saudita non è così rilevante per l’economia statunitense e questo fatto può spiegare le tante titubanze americane nella gestione della guerra in Siria.
In questa fase del conflitto, i sauditi potrebbero essere soddisfatti con “la testa dell’Assad”. Sono disposti a qualsiasi accordo per la transizione politica in Siria ma senza il Rais. Se Putin non accontenta i sauditi sacrificando il suo alleato, nessuno potrà prevedere la reazione di Riyadh.
 
Se l’intervento diretto con le truppe terrestre è diventato poco probabile, Riyadh può ripetere il modello afgano anni ottanta: consegnare armi anti-aeree ai ribelli adottando le tattiche della guerriglia, che anche se non porta alla vittoria, potrebbe prolungare il conflitto.

Rimane una soluzione, apparentemente estrema, per i sauditi: capire che la partita è finita e che è il momento di cambiare alleanze. Lo hanno fatto prima possono farlo anche adesso. In politica non esistono alleanze eterne, esistono solo interessi. Un proverbio arabo cita: “la mano che non puoi mordere baciala!”. A Riyadh questo proverbio suona come l’ultima spiaggia per una dinastia in difficoltà da quando è arrivato il Re Salman al potere. 
Condividi