ITALIA

Udienza rinviata a 8 febbraio

PG di Palermo chiede quattro anni e mezzo per il generale Mario Mori

Palermo, chiesti dal PG 4 anni e mezzo per Mario Mori e 3 anni e mezzo per il colonnello Mauro Obinu, per la mancata cattura di Provenzano nel '95. Udienza rinviata a febbraio

Mario Mori (Mauro Scrobogna /LaPresse)
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Il procuratore generale Roberto Scarpinato ha chiesto la condanna a quattro anni e mezzo per il generale Mario Mori e la condanna a tre anni e mezzo per il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nel 1995.

L'accusa chiede l'esclusione dell'aggravante per la trattativa Stato - mafia. Chiesta anche la pena accessoria della interdizione da pubblico ufficio di cinque anni. L'udienza è stata rinviata all'8 febbraio per la difesa.

Modificando il capo di imputazione il pg ha escluso le aggravanti della cosiddetta trattativa e dell'avere agevolato Cosa nostra al reato di favoreggiamento di cui Mori e Obinu sono imputati. L'unica aggravante rimasta in piedi nella nuova prospettazione accusatoria è l'avere commesso il reato ricoprendo la qualifica di pubblico ufficiale.

Nella lunga carriera di Mario Mori emerge una "costante deviazione dai doveri istituzionali e dalle procedure di legge e del codice". Sarebbe da leggersi in questa chiave anche la mancata cattura di Bernardo Provenzano secondo il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. Secondo il Pg, il generale, ben prima di prendere il comando del Sisde, di cui fu direttore nello scorso decennio, sarebbe stato legato ai Servizi e avrebbe "sempre assecondato interessi extraistituzionali, deviando dalle regole". Analoga chiave di lettura per la mancata perquisizione del covo di Riina, che sarebbe stata motivata dall'intenzione di non trovare "documenti scottanti che avrebbero potuto svelare i segreti del potere di uomini come Andreotti e di personaggi a lui legati, un potere che per decenni con Toto' Riina aveva avuto rapporti".

In comune con l'impianto messo su dai colleghi della Procura rimane, forse, solo il richiamo al tradimento dei valori a cui aveva giurato fedeltà. Per il resto, quello pensato ed esposto dal pg Roberto Scarpinato, costretto a fare i conti con una pesante sentenza di assoluzione di primo grado, è un "film" assai diverso rispetto a quello rappresentato al tribunale dai pm all'epoca guidati da Antonio Ingroia. Non potendo prescindere dalle prove raccolte, dal no della corte d'appello alla richiesta di allargare gli orizzonti del processo e dai tanti dubbi sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, Roberto Scarpinato, dunque, cambia scenario e spiazza i giudici modificando le accuse a carico di Mario Mori, ex numero uno del Ros, e Mauro Obinu, colonnello per anni a fianco di Mori e ora ai Servizi.

Rimane, per entrambi, il reato di favoreggiamento della latitanza del boss Bernardo Provenzano, ma nella nuova prospettazione della Procura generale cadono due aggravanti: quella dell'avere agito per favorire Cosa nostra e quella che i media hanno semplicisticamente denominato come l'aggravante della trattativa. Un mutamento di rotta che, ovviamente, ha contraccolpi nella richiesta di pena: 4 anni e 6 mesi per Mori, 3 e 6 mesi per Obinu contro i 9 e gli 8 anni del primo grado. 

Mario Mori e Mauro Obinu, per la Procura generale, dunque, avrebbero "semplicemente" favorito Provenzano, tacendo ad esempio alla Procura le informazioni avute dal colonnello Michele Riccio sui favoreggiatori del boss, non approfondendo gli spunti fatti filtrare dal confidente Luigi Ilardo, mentendo ai pm. Perché? "Non devo provarlo - ha tentato di spiegare Scarpinato - la legge non lo richiede, essendo il favoreggiamento un reato a dolo generico. Il movente non conta".

"Non è importante", torna a sottolineare Scarpinato che, però, fa intravedere un contesto più complesso, il suo movente, quello che il no della corte, che ha negato una riapertura dell'istruttoria dibattimentale concentrando la sua attenzione sul fatto contestato agli imputati, gli ha impedito di portare in aula.

L'impressione è di un "gioco" al ribasso con qualche vuoto logico dettato dalla fragilità della tesi della cosiddetta trattativa, al vaglio in contemporanea di una corte d'assise, e dalla difficoltà di provare che due ufficiali dell'Arma abbiano agito per favorire la mafia. Resta dunque il tentativo di fare intravedere scenari complessi, mai entrati però nel dibattimento, pur "puntando" al minimo, a quel favoreggiamento semplice al capo di Cosa nostra che si pensa provato e per cui si ritiene possibile la condanna.
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