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MONDO

Il viaggio del Pontefice

Papa Francesco in Bulgaria e Macedonia: tolleranza e pace, rinascita del cattolicesimo nei Balcani

 La chiesa bulgara è stata profondamente lacerata e segnata in passato dagli avvenimenti politici, sociali e culturali che si sono sviluppati nel paese e che rappresentano il periodo di instaurazione del regime comunista che provocò l’isolamento e la progressiva paralisi della chiesa cattolica

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di Roberto Montoya L’agenda di Papa Francesco è sempre più fitta. Partirà infatti questo fine settimana per la Penisola Balcanica, un viaggio apostolico che lo terrà impegnato dal 5 al 7 maggio in Bulgaria e nella Repubblica Macedone del Nord, paesi a maggioranza Ortodossa, in quell’Europa orientale in cui si parla e si conosce poco della vita dei cristiani e del lavoro apostolico. Nonostante tutto, Papa Francesco applica a tutto tondo l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dando segni d’apertura verso l’altro. Quello di andare a trovare le piccole greggi è da sempre il cuore di un pontificato che si pone grandi traguardi, che mette al centro di ogni impresa l’essere umano. A dargli il benvenuto saranno circa 60 mila fedeli bulgari e macedoni, di cui la maggior parte di rito latino e in piccola parte di rito bizantino. 



La gioia e l’attesa sono grandi. La chiesa bulgara è stata profondamente lacerata e segnata in passato dagli avvenimenti politici, sociali e culturali che si sono sviluppati nel paese e che rappresentano il periodo di instaurazione del regime comunista che provocò l’isolamento e la progressiva paralisi della chiesa cattolica: il clero ridotto a poche unità, la desolazione, lo strangolamento della maggior parte delle istituzioni educative ed assistenziali cattoliche, le condanne a morte, la libertà di professare un proprio credo, la repressione di qualsiasi orma di vocazione e missione. La stessa sorte, ma con diversi attori, accadde alla Chiesa cattolica della Jugoslavia, che subì un forte colpo in seguito alla salita al potere dei comunisti del Maresciallo Tito, con conseguente rottura dei rapporti diplomatici con la Santa Sede. Questa piccola comunità cattolica, così periferica, ha bisogno di essere incoraggiata e sostenuta ancora di più nella fede, ma soprattutto di rafforzare i legami con la Chiesa di Pietro.
La visita, voluta dalle autorità civili, sarà una di quelle occasioni da trasformare in opportunità: la promozione in maniera instancabile della pace attraverso la collaborazione dei diversi membri della società civile in beneficio del bene comune, processo già iniziato, da Mons. Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, e portato avanti da San Giovanni Paolo II. Francesco incontrerà una comunità molto compatta, attiva, profondamente radicata e vivace, grazie a un lavoro certosino in nome dell’unità e la collaborazione tra clero, religiosi e fedeli. 
Papa Francesco pregherà per la pace, nella città di Sofia e Skopje (nel Centro Memoriale di Madre Teresa) per la prima volta insieme ai rappresentanti di altre religioni. Incontrerà il Patriarca e il Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa; mentre a Rakovsky incontrerà la popolazione a maggioranza cattolica nella Chiesa di San Michele Arcangelo, presso la Chiesa del Sacro Cuore amministrerà la Prima Comunione a circa 200 bambini.
Non si può dire che ci sia una vera e propria collaborazione tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa. Se per i cattolici è quasi scontato parlare di “chiese sorelle”, per alcuni ortodossi i cattolici vengono ancora considerati come eretici. Papa Francesco, come i suoi predecessori, tende la mano in segno di fratellanza, mette in pratica il valore dell’umiltà e della pazienza, cercando di rispondere alle sfide dell’uomo contemporaneo, per raggiungere le periferie e accogliere tutti senza esclusione, servendosi della preghiera per abbattere i muri.
Papa Francesco, ricordando i 50 anni dell’enciclica Pacem in Terris, ha messo in rilievo l’attualità di cui si faceva portavoce Giovanni XXIII. L’Enciclica spiega come non si possa godere veramente della pace e dell’armonia se non si lavora per una società più equa e solidale, se non si superano gli egoismi, gli individualismi e gli interessi di gruppi ristretti a tutti i livelli.



Abbiamo intervistato Gonzalo Sanz, da più di dieci anni in Bulgaria, imprenditore spagnolo del settore energetico e cofondatore della prima scuola cattolica Colegio Español Reina Sofia.

Cosa incontrerà Papa Francesco in Bulgaria?
Il papa incontrerà un paese pieno di entusiasmo, più di quanto manifestato dai paesi a maggioranza cattolica. Questo si vede per la strada, nella stampa, e domenica prossima ci sarà una messa in cui sono stati distribuiti 6mila inviti in pochissimo tempo. La maggior parte della popolazione non ha un leader religioso che dia una linea, una dottrina chiara; quindi molte persone sentono Papa Francesco come un leader proprio, nonostante non siano cattolici.
È sempre un paese cristiano…
Certamente, dal momento in cui tu entri in Bulgaria, senti che è un paese cristiano. Si nota dall’architettura, nelle decorazioni dei negozi, si nota nella presenza delle chiese e nei rintocchi delle campane, per cui ti senti a tuo agio; la mentalità delle persone è cristiana. I governi negli ultimi anni sono stati molto impegnati nel reintrodurre nelle scuole l’ora di religione.
Qual è la storia dei cattolici in Bulgaria?
I cattolici in Bulgaria sono più o meno lo 0,5%. Questo vuol dire che ci sono più protestanti che cattolici; è una comunità piccola e dispersa, con una maggiore concentrazione nella città di Rakovski, per un motivo storico molto interessante. I Pauliciani, nei primi secoli e nei primi Concili, emergevano come un’eresia, una credenza nuova all’ortodossia, ed essendo erranti tra Ucraina e Romania, finirono in Bulgaria. A questa gente lo Scisma d’Oriente chiese di essere eretici, per cui non sono mai stati cattolici ortodossi, ma sono rimasti sempre cristiani. Nel 1595, quando arrivarono i Francescani, iniziarono a realizzare un apostolato missionario di largo respiro che ebbe particolare successo tra i seguaci dei Pauliciani, che per motivi sconosciuti, si consideravano sudditi del Papa di Roma, e passarono alla chiesa cattolica.
Quindi che caratteristiche ha questa comunità cattolica?
Come ogni comunità in minoranza si possono incontrare due estremi; la gran maggioranza dei cattolici bulgari sono cattolici praticanti, convinti, e attivisti. Questo dà una sensazione di unione molto forte: lo si vede molto chiaramente nelle parrocchie. D’altro lato invece, come ogni minoranza dominata dal comunismo, c’è una buona parte di cattolici che non ha fiducia nel prossimo e che ha ancora oggi un complesso di minoranza perseguitata, nonostante siano passati 40 anni. Questo ha ripercussioni nei dibattiti sui temi Pro vita, i temi sociali, solitamente in mano ai protestanti, che si sentono più sicuri e liberi rispetto a questi ultimi cattolici che pensano di non essere ascoltati, e neanche fanno tentativi.
Dopo la fine del comunismo in Bulgaria si è dovuto ricominciare da capo. Quanto è cresciuta la vocazione sacerdotale e laica in Bulgaria?
Nel 1989 il cattolicesimo in Bulgaria era un deserto assoluto: chiese e sacerdoti si contavano sulla punta delle dita, i Vescovi erano soltanto tre. Dal ’95 al 2005 si è avuto un primo forte scossone, se possiamo dire cosi, specialmente nella Diocesi di Sofia, dove oggi è concentrata la maggior parte del clero, circa 15 sacerdoti locali. Nel 1990 tornarono anche alcuni ordini religiosi espulsi durante il regime. Ci sono diversi ordini stranieri, ad eccezione delle Suore Eucaristine, che sono tutte bulgare e hanno la casa generalizia a Sofia. Attualmente La Chiesa è cresciuta, grazie visite dei predecessori di Francesco; si stanno costruendo chiese in luoghi dove non sono mai esistite. Ogni anno circa 20/25 persone chiedono di far parte della chiesa cattolica, lo stesso parroco di Sofia mi raccontava che più della metà dei fedeli della messa della domenica sono ortodossi, perché a loro piace, perché capiscono quello che si dice, perché nell’omelia si parla delle cose quotidiane. Infatti il popolo Bulgaro e Macedone si augura che la venuta di Papa Francesco possa portare abbondanti grazie sia per la comunità cattolica, che per il resto dei cittadini, affinché la Bulgaria e la Macedonia continuino ad essere luoghi di tolleranza promotori di pace nella regione.
Papa Francesco ha in programma una visita ad un centro profughi in Sofia. Che segnale vuole dare?
Lunedì mattina partirà dalla nunziatura apostolica di Sofia per andare verso Rakovsky; strada facendo verso l’aeroporto visiterà il centro profughi di Vrazhdevna, che ha una capacità di circa 300, nato nel 2013 nei locali di una vecchia scuola abbandonata. È una delle quattro strutture, la più piccola e la più vicina al suo percorso. Lì incontrerà, in forma privata, persone che provengono da Siria, Afghanistan, che scappano dai conflitti attraversando le frontiere (Grecia, Turchia) in maniera disumana. Immagino che saranno momenti molto toccanti. In questo centro dove nessuno è cristiano, Francesco darà conforto, affetto, solidarietà, umanità, come fece Cristo con gli ultimi della terra… è meraviglioso. I rifugiati hanno come destinazione la Germania, ma vengono fermati e ospitati qui. Personalmente ho visto questi ragazzi correre per la città con uno zaino sulle spalle, vengono presi, derubati dei loro soldi e ricattati. Le persone che vanno in questi centri, sanno che i rifugiati hanno denaro in tasca, e sanno che possono avere un beneficio personale, altri lo fanno per obbligo, ma non perché sono mossi dell’amore e dalla cura per chi è che in difficoltà.




 
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