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POLITICA

al momento del voto in aula sui banchi del governo solo il ministro Mogherini

Per Renzi fiducia anche dalla Camera

378 sì e 220 no per il Governo a Montecitorio. Via libera da Partito democratico, Nuovo centrodestra, Scelta civica, Per l'Italia, Centro democratico, Psi, Maie e minoranze linguistiche. Contrari Lega nord, Fratelli d'Italia, Sel, M5S e Forza Italia

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Dopo il Senato il governo di Matteo Renzi ottiene la fiducia anche alla Camera con 378 sì e 220 no. Presenti 599 deputati, 598 hanno votato. Il via libera è arrivato da Partito democratico, Nuovo centrodestra, Scelta civica, Per l'Italia, Centro democratico, Psi, Maie e minoranze linguistiche. Contrari Lega nord, Fratelli d'Italia, Sel, M5S e Forza Italia. Un deputato si è astenuto. 

Nessun applauso si è levato dall'Aula dopo che la vicepresidente Marina Sereni ha proclamato il risultato della votazione sulla fiducia sul governo Renzi. In Aula, peraltro, era rimasta solo una cinquantina di deputati. 

Per il governo c'era solo il ministro degli Esteri Federica Mogherini. Assente, come la scorsa notte al Senato, il premier Matteo Renzi. Tra chi non ha partecipato al voto, come emerge dai tabulati, due fedelissimi di Matteo Renzi, Lorenzo Guerini e Luca Lotti. 

La giornata a Montecitorio
Il dibattito sulla fiducia all'esecutivo era iniziato alle 10, con i durissimi attacchi dei Cinque Stelle. Ma tra i momenti più importanti l'aula ha visto il ritorno di Pierlugi Bersani, assente dal 5 gennaio, giorno in cui era stato colpito da un'emorragia cerebrale. E, oltre all'ex segretario del Pd, a Montecitorio è ritornato anche un altro ex: il premier uscente Enrico Letta. Tra i due un abbraccio caloroso. Un momento che ha tolto parte della scena a Renzi, anche per i lunghi applausi tributati ad entrambi. Lontani poi, Bersani tra i banchi del Pd, e Letta in quelli di fronte al governo, hanno assistito alla replica di Matteo Renzi.

L'intervento del premier
Il premier si è presentato alla Camera per lanciare la sua ultima e decisiva sfida per cambiare l'Italia, in quell'aula che, ha ammesso, gli fa tremare le gambe. "Abbiamo una sola chance da cogliere qui e adesso", ha avvertito: quell'ultima occasione offerta dai segnali di ripresa per "fare l'unica cosa che possiamo fare, cambiare profondamente il nostro Paese, il sistema della pubblica amministrazione, quello della giustizia, del fisco, cambiare profondamente nella concretezza la vita quotidiana di lavoratori e imprenditori". Un programma che vorrebbe tanto sintetizzare in tre tweet, se non fosse che i 140 caratteri concessi mal si conciliano con la mole di cose che vuole dire e
soprattutto pensa di fare. Ma dopo il discorso 'choc' tenuto al Senato promette di volersi mantenere sul "bon ton istituzionale". Dice di provare "vertigini e stupore" per l'onore che gli viene concesso di sedere in un luogo in cui è stata fatta la storia del Paese. Ma dove ora si dovrà aprire un nuovo capitolo. In cui, auspica, sia possibile "tentare di fare uno schiocco delle dita tutti insieme, come la Famiglia Addams".

I bigliettini con Di Maio
In Aula, il neo premier è caduto anche nel primo 'tranello' dei Cinque Stelle: crede di poter trovare una 'sponda' nel vicepresidente della Camera 'grillino' Luigi Di Maio e gli invia un biglietto in cui, incurante del trattamento già riservato a Bersani, tenta un provocatorio aggancio. "Scusa l'ingenuità caro Luigi. Ma voi fate sempre così? Io mi ero fatto l'idea che su alcuni temi potessimo davvero confrontarci. Ma è così oggi per esigenze di comunicazione o è sempre così ed è impossibile confrontarsi?". Il Cinque Stelle gli risponde picche e poi pubblica il 'carteggio' su Facebook.

La partita del sottogoverno e quella nel Pd
Incassata la fiducia, resta ancora aperta la partita del sottogoverno. Il premier è intenzionato a chiudere già in serata, circola la voce di un cdm 'ad hoc' convocato dopo le 16, ma comporre il puzzle di sottosegretari e viceministri come era prevedibile si sta rivelando impresa ardua. Anche perchè il mandato per Lorenzo Guerini e Graziano Delrio, con il supporto di Luca Lotti, nelle cui mani è concretamente la pratica, è quello di tenersi sotto i 50 componenti. Il che complica non di poco il lavoro di queste ore. Entro questi paletti vanno miscelati gli altri 'ingredienti' della ricetta, come un buon rapporto di genere, l'equilibrio tra le varie forze di maggioranza, le aspirazioni di quei partiti (come i Popolari) che si sentono traditi dopo la composizione del governo.

Delicata anche la questione degli assetti ai vertici del partito. C'è da eleggere il nuovo presidente dell'assemblea e la segreteria va ricomposta dopo il trasferimento di alcuni al governo. Venerdì Renzi dovrebbe fare un punto con Lorenzo Guerini sulla composizione dei vertici dem. C'è da capire se le sostituzioni in segreteria porteranno all'ingresso di esponenti della minoranza ai vertici del partito.

Ma il premier sarà anche chiamato ad un'altra prova: capire qual è l'umore dei cittadini dopo il suo ingresso a palazzo Chigi. Partirà dal Veneto, dove aveva iniziato nel 2012 la campagna della 'rottamazione' del Pd, quella delle primarie (perse) con Bersani. Da questa stessa regione Matteo Renzi riparte per il primo viaggio da premier tra la gente.


 
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