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CULTURA

Speciale

Periferie, luoghi del disagio ma anche laboratori di energie. Incontro con l'urbanista Cellamare

La periferia non è più soltanto un luogo lontano dal centro. Oggi esistono “le” periferie, luoghi segnati da condizioni di svantaggio economico e sociale, dove le istituzioni sono spesso assenti. Ma anche territori di grande vitalità e spazi di produzione culturale, da cui possono partire progetti di riqualificazione urbana. Ne abbiamo parlato con Carlo Cellamare, urbanista dell’Università La Sapienza di Roma.

L'urbanista Carlo Cellamare
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di Alessandra Solarino

 “L’idea di periferia è cambiata. Ormai la dicotomia centro-periferia non funziona più. Le periferie oggi sono diversificate”. La contrapposizione tra un centro come luogo di qualità e la periferia – degrado per Carlo Cellamare, urbanista, non esiste più, e ha più senso parlare di “periferie”, al plurale. A Roma, ad esempio, accanto ai tradizionali quartieri dell’edilizia residenziale pubblica, ci sono “quartieri nuovi costruiti intorno ai grandi centri commerciali, che non sono zone di degrado nel senso stretto del termine, così come zone abusive”. A conferma che la periferia non è più soltanto un concetto geografico, Cellamare sottolinea che esistono anche “periferie all’interno dei centri storici”. “ Oggi – ci spiega - il concetto di periferia va associato alle condizioni di disagio economico e sociale, alla mancanza del lavoro, di servizi, di centri di riferimento”.  

Gli anni dell'emergenza casa
Con Cellamare torniamo agli anni dell’emergenza casa e ai grandi progetti di edilizia residenziale pubblica, grandi agglomerati urbani divenuti il simbolo del degrado e del disagio delle periferie: “Era un momento in cui bisognava fare scelte forti e importanti. Molti dicono che questa situazione di degrado sia legata al fatto che i progetti non siano stati completati, in realtà c’era una difficoltà già nell’ideologia che aveva dato origine a quei macroprogetti”. “Erano megastrutture – prosegue- città concentrate in un unico quartiere, situazioni in cui la cultura dell’abitare si perde” . Come Corviale a Roma, il cosiddetto Serpentone: “il quarto piano doveva essere dedicato alle attività, ai servizi, al commerciale, ma è difficile pensare che le persone abbiano piacere ad incontrarsi al quarto piano di un edificio di 1 km, tutto in cemento e al chiuso”. Il risultato fu che il piano venne occupato abusivamente e divenne un luogo di degrado per diversi anni. Solo pochi giorni fa, con l’assegnazione di nuovi alloggi regolari la Regione Lazio ha avviato un percorso all'insegna del cambiamento. 

La rigenerazione urbana parte dal basso
Eppure il riscatto delle periferie non può che venire dalle periferie stesse. Cellamare: “Oggi le periferie sono i luoghi più vitali delle città. Molti centri storici tendono alla museificazione, mentre le periferie sono i luoghi dove vanno a vivere le famiglie più giovani,  dove il mercato della casa è meno costoso, come nell’area Est della Capitale”.  Se il centro storico è il luogo del consumo culturale, la periferia è quello della produzione culturale, come la musica. Un laboratorio culturale e sociale, dove l’assenza o scarsa presenza delle istituzioni ha stimolato i residenti a farsi carico della cura dei luoghi dove si vive.
 
Un esempio è il Parco della Collina della pace, nella borgata Finocchio di Roma, dedicato a Peppino Impastato. Una zona che ha conosciuto un momento di grande espansione negli anni Sessanta e Sessanta, quando si è sviluppata un’area di origine abusiva per rispondere alle esigenze abitative di chi migrava dal Sud Italia verso la Capitale.  “La responsabilità di questa condizione di abusivismo non è legata soltanto ai costruttori abusivi ma anche e soprattutto ai proprietari della terra che vendevano abusivamente” e ne traevano grandi profitti. “Si sono realizzati così quartieri con strade al minimo, privi di marciapiedi, di parcheggi, di spazi pubblici, di verde. Poi si è cercato di regolarizzare la situazione, sia con i tre condoni edilizi che si sono succeduti nel tempo, sia con alcune politiche del comune di Roma che miravano a riqualificare questi spazi, in particolare attraverso il sistema dei consorzi di autorecupero, consorzi tra i proprietari delle case che con una sorta di cassa comune miravano a riqualificare i propri territori”. Centrale anche il ruolo delle  associazioni locali, che si sono mobilitate per il recupero della borgata Finocchio.


“Qui siamo nel parco della Collina della pace – spiega Cellamare - un’area verde realizzata su pressione delle associazioni locali, in particolare Casilino 18, a cui all’epoca l’amministrazione comunale fu sensibile e si impegnò in un’opera di riqualificazione sociale, di recupero. Questa era un’area di proprietà della banda della Magliana, c’era un edificio in cemento armato alto sei piani, simbolo di dominio e controllo sul quartiere”. Grazie alla mobilitazione dei residenti, riuniti in associazioni, si arrivò alla confisca del bene e all’abbattimento dell’edificio. L’area venne trasformata in un parco pubblico, con l’area giochi per i bambini e la biblioteca. Il progetto ebbe importanti riconoscimenti anche internazionali.

Il ruolo delle istituzioni
Ma come possono le istituzioni far tesoro di queste energie e attivare delle sinergie per il rilancio delle periferie? “Non ci deve essere un intervento dall’alto, estraneo al quartiere – sottolinea Cellamare -  ma l’obiettivo deve essere valorizzare le energie che emergono dal territorio”. Cellamare le definisce “politiche per l’autorganizzazione, cioè politiche a sostegno delle capacità che i territori esprimono di organizzare iniziative culturali, con una particolare attenzione a gestire le relazioni che si costituiscono sui territori. “Ci sono progetti diversi, soggetti che portano avanti iniziative differenti, categorie sociali che hanno interessi diversi. Bisogna fare un lavoro di costruzione di contesti di interazione, dove le progettualità, le esigenze emergano si confrontino e possano essere trovati terreni di interesse pubblico”. “Quando le persone sono coinvolte come protagoniste si mobilitano, si prendono con più forza cura delle proprie realtà. Qui alla Collina ma anche in altri posti dove le persone si sono mobilitate per qualcosa, tanto più sono capaci di difendere quello che hanno realizzato. Bisogna – conclude - ricostruire un tessuto collaborativo, di confronto tra posizione differenti perché la distanza dell’amministrazione a volte lascia posto alla deregulation. Va ricostruito il senso del collettivo, dei beni comuni, bisogna che l’ente pubblico recuperi un ruolo di valorizzazione della democrazia”.

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