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CULTURA

Cercare una pianta e scoprire un pianeta

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di Laura Mandolesi Ferrini Un regalo informale da acquistare, non molto tempo per sceglierlo, come al solito. Cosa pensare, cosa fare? Ma sì, forse una pianta rara o insolita, una di quelle che non si trovano in un qualsiasi vivaio. All’Auditorium di Roma c’è il Festival del Verde e del Paesaggio, andiamo a vedere. In fondo si sa che dietro all’atmosfera intellettuale si cela spesso una muscolosa manifestazione commerciale. Magari si riesce a trovare una Rosa damascena. O un Giglio acquatico.

Una volta entrati però, si perde per un po’ l’obiettivo della missione. Lo sguardo cade su una scrittura, in gesso, davanti a un allestimento: “Hic Sumus Felices”, “Qui siamo felici”. “E’ scritto all’ingresso di un giardino di Pompei”, spiega uno degli autori, di “L2S”, un laboratorio di ricerca dell’Università di Padova. C’è poco, veramente, a ricordare Pompei, tranne un arco quadrato che incornicia la sagoma esterna di una delle sale dell’Auditorium, e una base, sempre quadrata, supporto di un giardino un po’ arruffato. Ortaggi vari che si alternano a barattoli, cocci e fondi di bottiglia. “Sembra il mio terrazzo”, viene da pensare. Ed ecco la spiegazione: il senso della loro ricerca è proprio costruire partendo da esperienze di giardini reali, effimeri o casuali, per arrivare a una forma, capace a sua volta di trasformarsi e rimettere tutto in discussione. All’interno dell’arco quadrato,  si nota un particolare del Modulor di Le Corbusier. Ecco allora il perché di queste scelte geometriche. Ma viene in mente anche il disordine, l’amore per il frammento e per le rovine di Aldo Rossi. E si torna col pensiero a Pompei. Memoria storica, nuovi giardini, trasformazioni. Il cerchio si è chiuso. Hic sumus felices.

Pochi passi e lo sguardo viene catturato da un’altra scrittura. Un’altra allusione a un luogo, anche questo, carico di richiami drammatici: Fukushima. Eppure anche qui, come a Pompei, regna la pace. “E’ un karesansui” (letteralmente “pietra-pianta-acqua”, il giardino zen) spiega Giorgio Skoff, uno degli architetti che hanno firmato il progetto (del gruppo STD). Chiede ai visitatori come vedono il paesaggio, cosa si aspettano da un giardino, cosa desiderano. Li invita a prendere una pietra e a metterla su uno dei riquadri posizionati a terra, ognuno contenente un concetto, un’idea. Ogni visitatore contribuirà così a esprimere una sua opinione sul futuro dell’ambiente e a determinare le priorità per la sua salvaguardia. E quindi per la nostra. “Come vedete il futuro?” domanda Skoff con disarmante semplicità. C’è chi non gli nasconde il suo pessimismo. Ma intanto piace la sua serenità e quella con cui le persone accolgono l’invito a riflettere e a mettere una pietra sulla parte del “giardino” che coinvolge di più.

Il tempo incalza, l’esplorazione procede. La missione non è più quella di cercare soltanto una pianta unica e irripetibile da regalare. La ricerca è di un compromesso tra la fretta e la curiosità di vedere il più possibile. E l’attenzione va a un’altra città: Roma. C’è una sua cartina con tanti post-it, ognuno posizionato su un quartiere. “E’ la mappatura degli alberi da frutta della città, quella operata fino ad ora, almeno”, spiega Ilaria Rossi Doria, anche lei architetto e fra i promotori dell’iniziativa, che si chiama “Frutta urbana”. Sembra di aver già sentito parlare di queste cose. Evocando Londra, Berlino o New York. Orti urbani, gruppi solidali d’acquisto, giardini condivisi. Ma a Roma, dove il senso di appartenenza a una comunità non è maturo come altrove, tante iniziative stentano ad avere una portata rilevante. “Frutta urbana” è "il primo progetto in Italia che intende occuparsi di questa risorsa che cresce abbondante e per lo più va sprecata. Il progetto inoltre tenta di coordinare una rete di relazioni a più livelli - continua a spiegare l’architetto - dalla conoscenza del patrimonio botanico del territorio, alla gestione partecipata dello spazio pubblico". Entusiasmante, viene da pensare, e molto poetico l’allestimento: frutti che pendono da due alberi, uno reale, da una parte, e uno di legno dall’altra. Ma una preoccupazione sorge quasi subito, i metalli pesanti: quanto è sicuro mangiare frutta cresciuta in un ambiente inquinato? Ilaria Rossi Doria risponde che “Roma è un ambiente ‘urbano’, diverso da un ambiente industriale. Ciò può non essere confortante ma l’inquinamento nel nostro caso si limita alle particelle depositate sulla buccia: secondo esperienze fatte negli Stati Uniti e in Inghilterra, togliendo la buccia dovremmo essere sicuri. Nel caso degli alberi poi, il tronco svolge una funzione di filtro, rendendo più pulita l’acqua assorbita dalle radici. Siamo in contatto con l'Università della Tuscia per iniziare una collaborazione per approfondire, fra gli altri aspetti scientifici, quelli relativi all'inquinamento presente nella frutta che cresce in città". Una domanda tira l’altra e viene da chiedersi se esista una specificità romana per quanto riguarda questo tipo di alberi. “Senz’altro – risponde l’architetto -  Roma è ricca di ville e giardini storici, dove per esempio regnano gli agrumi. Arance, Limoni, Melangoli. Nelle ville storiche però gli alberi come i loro frutti hanno un valore ornamentale e in questo caso bisognerà valutare le modalità di raccolta, che avranno regole diverse da quelle di un frutteto. Un'altra specificità romana è anche la tradizione agricola della città e la forte presenza di colture produttive, soprattutto vigneti ma anche alberi da frutto, che sono esistite storicamente per secoli all'interno delle mura di cinta. Questo spiega che si tratta di un progetto con molte implicazioni, la cui complessità richiede una squadra interdisciplinare”. Ma sarà possibile individuare nuove aree per la progettazione, ex novo, di frutteti urbani?  “Certo – spiega Rossi Doria – anche se ora il progetto, il primo in Italia, è nato lo scorso settembre ed è in fase di definizione e consolidamento. L’idea è  quella di mappare una risorsa che cresce abbondante in città, documentare lo stato di fatto e individuare spazi per nuovi frutteti. Siamo in contatto con alcuni municipi che stanno creando dei bandi per affidare aree verdi di difficile gestione, a privati. E noi ci vogliamo candidare come un’organizzazione che potrebbe prendersi cura di alcune di queste aree. Prevediamo e ci auguriamo  un incremento della partecipazione dei cittadini. Per ampliare non solo le squadre di lavoro ma anche la conoscenza”. 
 
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