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ITALIA

Moldavi e italiani autori del colpo a Verona, a novembre

Presa la banda che rapinò il Museo di Castelvecchio, 13 arresti

Individuato il nascondiglio della refurtiva. Fermata la guardia giurata in servizio la sera del colpo, suo fratello e la compagna moldava
 

La sala del museo di Castelvecchio dopo la rapina
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Porta in Moldavia la pista del recupero dei dipinti trafugati il 19 novembre scorso dal museo di Castelvecchio, a Verona, mentre una dozzina di persone, tra cui la guardia giurata in servizio quella sera, sono state arrestate. Dalla piccola repubblica schiacciata tra Romania e Ucraina veniva, per l'accusa, gran parte dei componenti della banda; lì, sarebbero state portate le opere: sei di Tintoretto, una di Rubens, una di Mantegna, una di Pisanello, una di Jacopo Bellini e un'altra di Giovanni Bellini, più altre sei di autori 'minori', per un valore stimato attorno ai 20 milioni di euro.

"Le opere non sono ancora state materialmente recuperate. Speriamo di poterlo fare presto. Speriamo domani di dare buone notizie anche sul ritrovamento dei dipinti trafugati. Siamo sulla pista buona ma non abbiamo ancora messo le mani sui quadri": ha detto in serata il procuratore di Verona, Mario Giulio Schinaia interpellato dall'Ansa.
   
L'operazione - dopo quattro mesi di indagini serrate attorno a una rapina che fin dalle prime fasi era sembrata anomala - è scattata nella notte ad opera della mobile della Questura scaligera e dei carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, coordinata dal sostituto procuratore Gennaro Ottaviano. Gli arresti sono avvenuti nell'ex repubblica sovietica e a Verona. Figure centrali per le indagini il vigilante e la compagna del fratello, di origine moldava, che avrebbe svolto un ruolo di coordinamento tra gli 'informatori' e la manovalanza formata da connazionali.

Sulla guardia giurata, dipendente della società che si è aggiudicata il servizio di vigilanza del museo civico scaligero, si era puntata l'attenzione fin dalle prime fasi dell'inchiesta. "Da lui siamo partiti - ha spiegato Schinaia -. Siamo sicuri di aver imboccato la strada giusta". La sera della rapina, prima di entrare in servizio, aveva lasciato l'auto nel cortile del museo con le chiavi sul cruscotto. Proprio quella vettura era stata poi usata dai banditi per la fuga dopo aver caricato nel bagagliaio i dipinti trafugati.
   
I malviventi erano entrati in azione al momento della chiusura del museo. Le telecamere di sorveglianza avevano immortalato l'irruzione di tre persone, due con in mano delle armi, con i volti coperti, entrate da una porta laterale. Non era scattato alcun segnale di allarme, cassiera e vigilante erano stati legati e in un'ora era stata fatta quella che Sgarbi aveva poi definito "una strage di civiltà". "E' un episodio unico, incredibile. Uno sfregio per la città" aveva detto il sindaco Flavio Tosi, avanzando l'ipotesi di un furto su commissione. Il dispositivo d'allarme avrebbe dovuto essere inserito alle 20 e in assenza di accensione alle 20.10 avrebbe dovuto scattare una segnalazione alla centrale operativa. Un 'mistero' evidenziato dallo stesso Tosi, ma la società di vigilanza, dopo un'indagine interna, aveva ritenuto corretta l'azione della guardia giurata in quanto "è stata aggredita ed immobilizzata prima del giro d'ispezione". Le indagini hanno mostrato un'altra 'verità', indicando la presenza di una 'mela marcia' nello stesso sistema chiamato a vigilare le opere. "Fin dall'inizio - dice ora Tosi - era evidente che vi era una responsabilità da parte di chi era preposto alla sorveglianza del Museo; falle palesi sulle procedure che andavano seguite e troppe coincidenze 'fortunate' non lasciavano dubbi sulla presenza di un basista all'interno". Intanto, il lavoro degli investigatori continua. Ad attendere il ritorno dei 17 dipinti a Castelvecchio - fortezza fatta erigere nel 1354 da Cangrande della Scala - c'è la tavola di Giulio Licinio, 'Conversazione di Sauro', danneggiata dai malviventi e prontamente restaurata.
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