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SPETTACOLO

Musica

Quarant’anni fa esce “Born to run” e comincia l’epopea musicale di Bruce Springsteen

Il disco fu lo spartiacque del rock. Epico, potente, pieno di rabbia e gonfio di speranza

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di Maurizio Iorio Quello che fa più impressione, a guardare la splendida copertina in bianco e nero di “Born to run”, 40 anni in questi giorni, è che “Big Man” Clarence Clemons, sassofonista della E Street Band, non c’è più. Non è dato sapere, ma può darsi che da qualche parte festeggerà anche lui il compleanno dell’album che proiettò Bruce Springsteen e la sua banda di scalmanati nell’Olimpo del rock, grazie anche a due copertine, che i settimanali Time e Newsweek dedicarono al rocker del New Jersey, già glorificato dalle parole dell’autorevole critico musicale Jon Landau, che vide il Boss in concerto a Boston e scrisse lapidario: “Ho visto il futuro del rock’n roll e il suo nome è Bruce Springsteen”.

In effetti quell’album fu il manifesto programmatico dell’intera poetica springsteeniana, nonché volano ideologico per l’intero mondo del rock, all’epoca in crisi di idee e di identità. I primi due lavori, “Greetings From Ashbury Park “ e “The Wild The Innocent & the E Street Shuffle,” entrambi del 1973, acerbi ed interlocutori, furono il tributo da pagare all’inesperienza e alla ricerca spasmodica di una diversità sonora. Springteen stenta a definire i contorni della propria musica, suoni troppo enfatici, personaggi non ancora messi a fuoco, debiti musicali da pagare a Dylan e Van Morrison, Stax-sound trattato jazz (“Kitty’s Back”), band con una line-up ancora piena di panchinari. “Nato per correre”, partorito da fra il 1974 e il 197 ’75, arriva come un sasso nello stagno, e diventa la pietra miliare del rock operaio, del blue-collar rock, la colonna sonora della working class, quella che si spezza la schiena nelle fabbriche senza avere possibilità di riscatto. A quel punto i protagonisti sono ben delineati, e la poetica stradaiola del Boss fa il resto. Springsteen diventa “l’ultimo eroe romantico ed innocente di una generazione di perdenti” (autocitazione). Arrivano il pianista Roy Bittan e il batterista Max Weimberg a completare l’organico della E-Street Band, che diventerà la più potente backing-band della storia del rock,. Il suono è più secco, tagliente, potente, epico. Le canzoni sono delle mini sceneggiature, l’effetto cinematico è immediato. I piccoli eroi intrappolati in città grigie ed alienanti, quelli che popolano le “Backstreets” e lottano nelle “Jungleland”senza uno straccio di speranza per un futuro migliore, emergono dall’anonimato e prendono forme e vita. I vari Shooter, Mary, Wendy, che fuggono nella notte mentre “Roy Orbison canta per i cuori solitari”, sono i prototipi di un’ umanità urbana che continuerà a popolare il repertorio springsteeniano negli anni a venire. “Born to run” diventa un’anthem generazionale. “Le autostrade sono piene di eroi distrutti/ Alla guida della loro ultima possibilità/ Sono tutti in fuga, stanotte/ Ma non è rimasto più nessun posto dove nascondersi/ Insieme Wendy possiamo sopportare la tristezza/ Ti amerò con tutta la pazzia della mia anima/ Un giorno ragazza, non so quando, arriveremo in quel posto/ Dove davvero vogliamo andare e cammineremo al sole/ Ma fino ad allora i vagabondi come noi sono nati per correre”. Fughe nella notte, amori frettolosi consumati sul retro di una Chevy tirata a lucido, autostrade come unico mezzo per evadere dai ghetti operai. Temi semplici, ma di presa immediata. Ancor di più “Thunder road”, con il titolo rubato ad un bel film con Robert Mitchum, che compose anche la colonna sonora, è un affresco rabbioso delle periferie, un invito a non arrendersi mai (“No surrender”).

“Senti i loro motori rombare/Ma quando ti affacci sulla veranda si sono già dileguati/Nel vento, perciò Mary salta dentro/E’ una città piena di perdenti/E io me ne sto andando per vincere” . Anche qui, il mito della fuga come mezzo di riscatto, unitamente al rock ‘n roll, colonna sonora di una generazione tradita dal sogno americano, ormai infranto. I personaggi che affollano le canzoni del Boss sono uomini comuni presi dalla catena di montaggio, dalla gente di strada. Springsteen diviene il cantore ufficiale dell’americano medio, di qualunque colore, bianco, nero o giallo che sia. “Born to run”, al di là della semplicità lirica, è una rock-opera, un concept album non dichiarato. Una colossale campagna pubblicitaria ne decreterà il successo mondiale, al quale il Boss era ancora impreparato. Il ragazzo del New Jersey, con la collo la sua Fender Telecaster del ’53 (che suona ancora oggi), viene immortalato appoggiato alla spalla del suo grande amico Clarence Clemons. “E’ un disco sull’amicizia”, disse all’epoca. E’ un disco per gente che non si arrende, diremmo noi. Da allora, il rock non è stato più lo stesso.
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