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MONDO

Da Reggio Emilia a New York

"Quella mattina ero al World Trade Center": Martina Gasperotti racconta il suo 11 settembre

Alle 8.46 dell'11 settembre 2001 Martina Gasperotti, igienista dentale di Reggio Emilia, era nella Torre Nord. Era il primo giorno del suo corso di inglese. Arrivata in anticipo, per ingannare l'attesa aveva deciso di dare un'occhiata al Windows of the World, il locale dove aveva deciso di passare la serata. Non poteva immaginare cosa sarebbe accaduto

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Reggio Emilia Quando le chiediamo cosa ricorda di quel giorno, Martina Gasperotti sorride. Perchè lei, quel giorno, se lo ricorda per filo e per segno.
Aveva preso sei mesi di aspettativa dalla sua attività di igienista dentale per andare in America a studiare l’inglese. Il suo corso a New York sarebbe iniziato proprio l’11 settembre per finire a Natale, ma non è andata oltre il test d’ingresso. "La lingua alla fine non l’ho mai imparata"- racconta - "Questo è uno dei miei più grandi rimpianti". Era arrivata da meno di tre giorni Martina, ancora un po’ provata dal fuso orario e dalle grandi novità di una città come quella. "Avevo dormito poco ed ero arrivata davanti il grattacielo con largo anticipo". A pochi passi dal World Trade Center, decide di andare a dare un’occhiata agli orari del Windows of the World, il complesso di ristoranti situato al 107esimo piano della Torre Nord. Ha intenzione di passarci la serata: il locale che domina la città è una tappa obbligata per turisti e visitatori.

Il primo aereo
Martina è nella torre, parla al telefono con la madre e le racconta gli ultimi aggiornamenti del viaggio, poi cade la linea. «Ad un certo punto ho sentito un gran botto, la terra ha tremato. Ma non mi sono preoccupata più di tanto- spiega- dal primo giorno i rumori di New York mi erano sembrati molto strani e avevo finito per non farci più caso». In molti cominciano ad uscire, Martina è con loro. «Non mi sono accorta subito di cosa fosse successo perché avevo preso un’uscita dalla quale non si vedeva nulla: il primo aereo, rimasto nella struttura, era invisibile per chi non guardava dalla giusta prospettiva». Ma poi comincia a camminare e a guardare i volti delle persone: impietriti, qualcuno piange, tutti sono con il naso all’insù. «Ho alzato la testa anche io- dice Martina- e mi ricordo di aver notato l’insolito cielo azzurro e migliaia di fogli bianchi che volavano ovunque». In un attimo arrivano anche i mezzi di soccorso.

Il crollo
«Ho visto il secondo aereo trapassare la torre sud: prima la sua ombra sugli altri grattacieli e poi lo schianto, talmente forte che ancora oggi sono sensibile ai forti rumori. Una delle sensazioni più vivide? Il calore dell’esplosione che mi arrivava da sotto i piedi». Martina è sola, e prova a chiedere con il suo inglese stentato se le torri crolleranno, ma tutte le persone che sono intorno a lei la rassicurano: le torri gemelle non crolleranno mai. Poi invece comincia l’inferno, quell’inferno che chi ha vissuto l’11 settembre in tv non potrà mai veramente comprendere: «Non c’è un dettaglio che mi è rimasto particolarmente impresso- confida Martina- perché porterò sempre tutto con me. La polvere, le grida. La mia mente non lascerà mai andare certi ricordi, come le persone che si lasciavano cadere nel vuoto. Il rumore sordo dei corpi che cadevano a terra mi ha sconvolto. Più del sangue. C’era sangue ovunque».
Quando la prima torre crolla per davvero, tutti iniziano a scappare, sopraffatti dall’onda di fumo e cenere: «Abbiamo iniziato a correre all’impazzata, ognuno in una direzione diversa, come topi. Sono arrivata con il fiato rotto fino a Brooklyn, grigia di polvere, i vestiti sporchi di un sangue che non era mio». Non funzionano né cellulari né telefoni fissi, e Martina riesce ad avvisare sua madre che sta bene solo in serata. «La mia scuola di lingua si è trasferita a Brooklyn solo qualche giorno dopo l’attentato, ma io non sarei stata in grado di restare in America. Ricordo di aver parlato con il console italiano: mi ha detto che New York da quel momento sarebbe stata la città più sicura del mondo, ma che se se fossi stata sua figlia mi avrebbe rimandato in Italia».

Ricordare
Fino a qualche anno fa Martina si chiudeva in casa ogni 11 settembre, senza rispondere al telefono, senza vedere nessuno. Era il suo modo di ricordare. Oggi se ripensa a quel giorno di 13 anni fa si commuove, ma è consapevole del fatto che le cose vanno avanti. «Sono tornata a New York per l’anniversario del 2002, con mia madre; per il decennale invece ha portato tutta la famiglia e mia figlia, che oggi ha otto anni». La piccola sa pochissimo di quello che è successo alla mamma: conosce qualche racconto, ha visto le prime pagine dei giornali dove ci sono le foto di sua madre. Quando sarà più grande capirà, anche se, come ammette Martina, solo chi ha vissuto quell’inferno ne può capire la portata. «Da lì è cambiato il mondo e non lo sapevamo».
La sopravvissuta reggiana dopo l’11 settembre si sente anche un po’ americana: «I newyorkesi sono stati fantastici, mi hanno fatto sentire una di loro. Ne apprezzo la forza e la dignità, la stessa che hanno messo nella costruzione del Ground Zero». Martina Gasperotti  pensa di non tornare più in America dopo l’ultimo viaggio che ha fatto nel 2011, ma lascia una flebile possibilità: «Mai dire mai».
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