SALUTE

Sangue infetto. Il 23 gennaio a Napoli nuova udienza. L'ex ministro De Lorenzo estraneo ai fatti

Va avanti a Napoli il processo per accertare le responsabilità sullo scandalo del sangue infetto, che risale agli anni Ottanta. Migliaia le persone contagiate dal virus dell’AIDS e dell’epatite, per trasfusioni di sangue ed emoderivati.

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di Gerardo D'Amico Lo scorso gennaio la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia a risarcire con 10 milioni di euro 350 malati che si infettarono più di 20 anni fa, con sangue ed emoderivati non sottoposti alle procedure che invece oggi garantiscono la assoluta sicurezza di questi presidi salvavita. Sono quelli che hanno fatto ricorso, una piccola parte delle migliaia di malati che hanno visto la loro vita stravolta da una trasfusione.
Era la fine degli anni 80 quando scoppiò lo scandalo del sangue contagiato da virus dell’HIV, epatite B e C, ance se il contagio si spinge ancora più indietro nel tempo, ci sono casi di emofilici che si sono ammalati tra il 1970 e l’87. Erano gli anni in cui l’Italia acquistava sangue dall’estero, la magistratura napoletana sta accertando se ci siano state delle responsabilità per il mancato controllo: ma solo ne 1988 si è arrivati ai metodi di disattivazione virale al calore umido o con solvente tensioattivi,  prima del 1983 non era stato scoperta la causa dell’AIDS,  la individuazione del virus dell’HIV è dell’anno successivo, solo nel 1989 è stata definita la eziologia dell’epatite C, prima veniva definita “non A non B”. Così si difendono le persone coinvolte e in un lungo iter giudiziario, che va avanti da decenni, prima a Trento, adesso a Napoli.
Dove il 23 gennaio ci sarà la nuova udienza, già fissato il calendario per le prossime, 30 gennaio, 13 febbraio, 27 febbraio, 13 marzo: bisogna far presto per tentare di dare una risposta a chi ancora combatte con una grave malattia procurata da quelle trasfusioni, e ai parenti di chi non c’è più.

A giudizio tra gli altri Duilio Poggiolini, un ex infermiere del Cardareli di Napoli, due rappresentanti di una ditta specializzata nella raccolta ed il trasporto del plasma, alcuni manager all’epoca impiegati nel gruppo farmaceutico Marcucci, Guelfo (pure lui imputato) è nel frattempo deceduto: in questi anni i suoi avvocati hanno più volte ribadito l’estraneità dell’anziano patron del Gruppo allo scandalo del sangue infetto, sottolineando come ci sia stata la dichiarazione di non luogo a procedere dal GUP di Trento per l’accusa di epidemia dolosa, perché il fatto non sussiste e poi, in dibattimento, stessa decisione di non luogo a procedere anche per l’accusa di epidemia colposa. A Napoli il capo di imputazione è di omicidio colposo plurimo aggravato, ma Guelfo Marcucci è uscito da questo processo per sopravvenuta morte.

Nulla ha a che fare con questa vicenda l’ex Ministro della Salute de Lorenzo, il suo avvocato ci chiede di precisare che ogni accostamento a questo scandalo è destituito di ogni fondamento perché il prof. De Lorenzo non è mai stato coinvolto, neppure come persona informata dei fatti, in questi procedimenti giudiziari. E soprattutto che a lui non può essere imputata nessuna responsabilità politica, perché i fatti sono antecedenti all’assunzione della carica di Ministro della Sanità da parte del prof. De Lorenzo, nel luglio del 1989. Al contrario, sostiene il suo avvocato nella richiesta di rettifica, nella sua veste di ministro ha promosso una intensa attività legislativa per garantire la qualità degli emoderivati e tutelare le vittime di contagio da sangue infetto, culminata con l’approvazione della legge del 1992, la numero 210, sull’indennizzo a favore dei soggetti danneggiati dalla somministrazione degli emoderivati.
Ed infatti è questa la verità storica, l’ex Ministro de Lorenzo non ha mai avuto a che fare con lo scandalo del sangue infetto, e ci scusiamo con lui ed i lettori se per brevità di racconto non abbiamo specificato che la sua condanna, passata in giudicato in Cassazione, è stata di 5 anni di carcere ai tempi di Tangentopoli per associazione a delinquere e corruzione e poi, con altra sentenza per danno all’immagine dello Stato, al pagamento di  5 milioni di euro, la stessa somma a cui è stato condannato anche Duilio Poggiolini.
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