MONDO

Dopo un tweet del tycoon Pena Nieto annulla l'incontro

Usa-Messico, scontro sul muro. Salta il vertice, Trump: "Dazi sui prodotti messicani per pagarlo"

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Trump fa saltare il vertice a Washington con il presidente messicano Peña Nieto. Con un  tweet: "Se il Messico non è disposto a pagare per il muro, meglio cancellare l'incontro" scrive il tycoon. E Il presidente messicano informa subito la Casa Bianca che non parteciperà alla riunione.

La rottura con il presidente messicano si consuma in un duello su Twitter, diventato con il tycoon la nuova arena della diplomazia. Il muro costerà 12-15 miliardi di dollari, ha annunciato lo speaker della Camera Paul Ryan, prevedendo che il Congresso approvi i fondi entro fine settembre.

Il presidente messicano chiede rispetto
Peña Nieto, con cui Trump voleva iniziare a rinegoziare l'accordo commerciale nord americano (Nafta), aveva reagito subito al suo annuncio sulla nuova barriera, chiedendo "rispetto" per la sovranità nazionale e ribadendo che il suo Paese "non crede nei muri" e "non pagherà alcun muro". Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, ha tentato di gettare acqua sul fuoco: "Cercheremo una data per fissare qualcosa in futuro. Manterremo aperte le linee di comunicazione". Trump ha provato a far passare la cosa come una decisione "congiunta" perché altrimenti l'incontro sarebbe stato "infruttuoso" , ma poi si è vendicato minacciando tramite lo stesso Spicer dazi al 20% sull'export messicano (316 mld dlr nel 2015) che permetterebbero di raccogliere 10 miliardi di dollari l'anno.

E Trump non molla la presa: con un nuovo tweet accusa il Messico "di avere per troppo tempo approfittato degli Stati Uniti" e dichiara che "l'enorme deficit commerciale e lo scarso aiuto nella difesa del debole confine devono finire immediatamente".  



Castro: dialogo ma senza cedimenti
Nel frattempo anche il presidente cubano, Raul Castro, ha messo in chiaro di non voler piegarsi ai diktat del presidente americano per proseguire il disgelo avviato da Obama: "Continueremo a negoziare" ma senza che questo implichi "concessioni legate alla nostra sovranità e indipendenza". 

Il muro rinsalda la protesta
Il muro e la stretta sugli immigrati stanno mobilitando la protesta nel Paese. Da un lato sono scesi in campo i vescovi Usa criticando una politica che aumenterà le sofferenze e lo sfruttamento. Dall'altro è tornato in strada il popolo anti Trump, con una inedita alleanza tra musulmani e latinos: ieri con una veglia di alcune centinaia di persone vicino alla Casa Bianca e con una marcia a Manhattan di migliaia di manifestanti, oggi con oltre 3000 attivisti a Filadelfia all'arrivo del tycoon per il 'ritiro' dei repubblicani, omaggiato dalla premier britannica Teresa May. Spopolano intanto sul web gli hashtag #NoBanNoWall e #RefugeesWelcome. In rivolta anche le cosiddette 'città santuario', quelle che proteggono gli illegali e alle quali Trump ha deciso di tagliare i finanziamenti federali. Sono circa 300, tra cui Chicago, San Francisco, Newark (New Jersey), New Haven (Connecticut). New York, che potrebbe vedersi togliere 7 miliardi di dollari, guida la protesta con il sindaco Bill de Blasio: "Questo è il sogno americano davanti ai vostri occhi. Non permetteremo che ce lo tolgano", ha detto ai manifestanti, promettendo di difendere "tutti, a prescindere da dove vengono e dai loro documenti di identità".

Si teme la riapertura delle carceri segrete della Cia 
Ad aumentare le preoccupazioni, e non solo dei difensori dei diritti umani, sono le indiscrezioni sulla possibile riapertura delle carceri segrete della Cia all'estero per interrogare i terroristi e l'ambiguità di Trump sul waterboarding, l'annegamento simulato in fase di interrogatorio ritenuto una tortura e abolito da Barack Obama nel 2009: "Assolutamente, penso che funzioni", ha ribadito il tycoon, scaricando però la decisione finale sul capo della Cia Mike Pompeo e sul segretario alla Difesa James Mattis. Il suo partito, Ryan in testa, lo ha già sconfessato, bocciando inoltre alla Camera la sua richiesta di un'indagine su brogli elettorali ritenuti inesistenti. E la May, uno dei principali alleati su cui il magnate può contare, ha già avvisato che Londra potrebbe interrompere la collaborazione con l'intelligence Usa se gli Usa dovessero adottare la tortura.

L'incontro con Theresa May
Theresa May è la prima leader straniera a incontrare Donald Trump. Ha parlato ai membri repubblicani del Congresso a Filadelfia, gettando le basi per un asse con Londra-Washington. "La vittoria di Donald Trump - ha detto - vi dà l'opportunità di aprire una nuova era. Regno Unito e Stati Uniti - ha proseguito - hanno la responsbilità di essere leader, per difendere insieme i nostri valori di libertà e democrazia che sono minacciati: quando Regno Unito e Usa indietreggiano è un male per il mondo intero". La premier britannica ha poi assicurato che il regno Unito non tornerà indietro sulla Unione europea". Prima di partire da Londra, May aveva detto che Gran Bretagna e Stati Uniti possono ancora una volta "guidare il mondo".

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