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CULTURA

Il nuovo libro

Scrittura, amore e vita. "La scala d'oro" di Alessandro Iovinelli

Viene dalla famiglia che fondò l'Ambra Jovinelli di Roma, di cui racconta aneddoti e storie. Alessandro Iovinelli ha scritto un inno alla vita e alla letteratura, una metabiografia non tradizionale, una riflessione sull’ambivalenza della memoria, ingannatrice ma anche rifugio ed energia vitale. Un atto di esistenza, e di resistenza

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di Alessandra Solarino

Un relitto, un asso di bastoni. Alessandro Iovinelli, traduttore e scrittore classe 1957, si definisce così dopo che alcuni anni fa una malattia invalidante lo ha colpito costringendolo su una sedia a rotelle. Nelle ultime pagine del suo libro, "La scala d’oro" (Robin Edizioni), racconta, lucidamente e senza sbavature, la propria condizione attuale, “una vera e propria caduta che non ha più sosta e non ha più scampo”. Dove “il peggio del processo è la capacità di prevederne lo sviluppo”.

Ma Iovinelli (nella foto) scrive, come ha sempre fatto, con due dita sulla tastiera del suo pc: “possono bastare e quindi – mi sono detto – non devo sprecare il tempo a disposizione”. Nasce da queste premesse “La scala d’oro”: un inno alla vita e alla letteratura, una metabiografia non tradizionale, una riflessione sull’ambivalenza della memoria, ingannatrice ma anche rifugio ed energia vitale, un congedo ma non certo l’ultimo perché “spero di aver di nuovo voglia e possibilità di scrivere”. Un atto di esistenza, e di resistenza: “La scrittura come forma irriducibile dell’essere”.

La storia dell'Ambra Jovinelli
Il libro si apre così con un capitolo dedicato alla storia della famiglia, quegli Jovinelli fondatori, con  il bisnonno Peppe,  dell’omonimo teatro romano, a cui ad un certo punto, racconta l’autore, venne dato il nome di Ambra, con la A per comparire in testa alle segnalazioni di film e spettacoli dei giornali, e non in omaggio a chissà quale musa ispiratrice come certi “rumors” avrebbero voluto. L’autore racconta aneddoti (la ‘maledizione della zinna’),  storie familiari, e ricorda i tempi d’oro di quando il sipario si apriva su personaggi come Petrolini, scoperto e lanciato da don Peppe, e anche Ciccio e Franco, Totò. 



Quei giovani degli anni Settanta
La narrazione segue una linea cronologica ma non lineare, dagli anni Sessanta si passa così alle vicende e ai primi amori di un gruppo di adolescenti negli anni Settanta, convinti che “non solo fosse possibile cambiare il mondo ma che fosse un dovere farlo proprio noi”. Quelli che credevano nel socialismo come “condivisione della vita con i suoi beni e il suo destino collettivo”. Il narratore di oggi, che interviene, commenta e giudica gli eventi e i comportamenti dello Iovinelli di allora, riflette su quella generazione: “Eravamo proprio dei sempliciotti, assolutamente impreparati davanti alla vita reale”. Un narratore che guarda se stesso,  i propri errori, le illusioni, con un sorriso ironico: “quando infine il disincanto mi ha reso meno sprovveduto il tempo era ormai scaduto e l’esatta percezione della realtà non mi è servita più a niente”.  

Letteratura e non solo
Non mancano gli amori letterari e artistici, da Tabucchi (nella foto) e i suoi Dialoghi mancati, alla Scala d’oro di Burne Jones, che dà il titolo al libro, a quelli “in carne ed ossa”, nella consapevole ricerca della lei dell’ideale. Un “Novecento privato” scrive nell’introduzione Giuseppe Antonelli, dal teatro Jovinelli alla guerra nell’ex Yugoslavija. Una riflessione sulla memoria e le sue trappole abbiamo detto, memoria che seleziona quello che si vuole ricordare, lo scompone e ricontestualizza quasi impercettibilmente adattandolo e leggendovi nuovi significati: “quel che ancora oggi illumina le mie giornate di un chiarore tenue e spalmato sui visi che mi appaiono davanti”. Un rifugio in un’età dell’oro, ancora una volta, quando “Ero ricco e non lo sapevo”. Il recupero di un tempo perduto, operazione impossibile anche sulla carta “Ma almeno uno può provare a recuperarlo. E io ci ho provato”. Centrale il ricordo degli anni vissuti a Zagabria come addetto italiano alla cultura, insieme alla moglie e al figlio, in una realtà culturale densa e viva. “La felicità non solo non si racconta ma si capisce di averla vissuta soltanto quando è finita”.
Ecco cosa ci ha raccontato Alessandro Iovinelli. 

La memoria
Il libro ti racconta ricomponendo i ricordi di alcuni momenti della tua vita. Che cosa è la memoria per te?
La memoria è per me una delle facoltà umane fondamentali. Ho sempre pensato che non vi possa essere consapevolezza di noi stessi senza una percezione netta, viva, sicura del tempo passato che abbiamo vissuto o che semplicemente è alle nostre spalle. In questo senso, una delle mie paure più grandi è di perdere la memoria per colpa della malattia o della vecchiaia. Temo però anche gli inganni della memoria, cioè la fabbricazione di falsi ricordi. Come dissuasione contro quest’altra deriva della mente, ho eletto un motto di Mark Twain: più invecchio e meglio ricordo gli eventi che non ho vissuto.

Come hai scelto gli episodi della tua vita che racconti nel libro, cosa ti ha guidato?
Ci sono alcuni racconti che mi portavo dietro da molto tempo. Per esempio, era da anni che mi ripromettevo di narrare un po' della storia dell'Ambra Jovinelli. Ma vi avevo sempre rinunciato perché ritenevo incomplete le fonti e le informazioni in mio possesso. Il fatto è che ragionavo in termini di romanzo familiare. A un certo punto, mi sono convinto che potevo scrivere un racconto, concentrandomi soltanto sulla storia del cinema-teatro.
Lo stesso discorso vale per  "Eresaz" che è incentrato sul luogo di vacanza della mia adolescenza, Settarme che è il mio posto delle fragole, e vale per "In ricordo di Antonio Tabucchi", un racconto dedicato alla figura di questo grande scrittore.

In un passaggio del libro scrivi: “dovrei strappare anch’io i manifesti che conservo nell’archivio della mia memoria”: in fondo però il ricordo è sempre rivissuto, ricontestualizzato e quindi risemantizzato alla luce del presente in un certo senso? 
Sì, è vero. Questo è inevitabile. Ma l'idea del "décollage", cioè lo strappare e rimuovere i diversi strati di manifesti che si sono sovrapposti nel tempo l'uno suill'altro, mi sembra funzionare anche come metafora della scrittura della memoria, qualcosa che scava in profondità ma contemporaneamente produce altre immagini – non cercate, dunque imprevedibili – che danno al ricordo un'altra dimensione, fors'anche un significato completamente diverso.

La scrittura
Cosa significa per te scrivere?
Dipende dal momento in cui ci si riferisce. In questo momento della mia vita, in cui la malattia mi costringe ad essere immobile in casa, scrivere significa mantenere ancora una soglia di vita minima. Giuseppe Antonelli ha intitolato la sua prefazione: "Vivo dunque scrivo". È vero. Ma io direi adesso: sopravvivo dunque scrivo.
 


L’amore
Ad un certo punto parlando dell’amore assoluto scrivi provocatoriamente che oggi “viviamo in un’epoca in cui Humbert Humbert sarebbe arrestato per pedofilia, Werther ricoverato in una clinica psichiatrica, Consalvo, Cyrano de Bergerac e Florentino Aziza condannati da qualsiasi tribunale come minacciosi molestatori”. C’è ancora spazio nella società di oggi per un amore totale?
Il problema del rapporto tra l'amore assoluto e una forma di ossessione paranoica è stato posto da un romanzo di Jan MacEwan: L'amore fatale (1997), il cui titolo originale è ancor più elequente – Enduring love cioè l'amore duraturo. Lo scrittore inglese cita apertamente come termine di paragone la sindrome di de Clérambault“ ed è impressionante il numero di analogie tra questa forma di demenza paranoica e l'atteggiamento di un innamorato.
Ogni grande amore è per sé stesso un amour fou? Non lo so, ma mi limito ad osservare che nella nostra moderna mentalità occidentale le passioni – al di là di una certa misura – sono viste con sospetto, diffidenza, insomma come sinonimo di una patologia.

I lettori
Cosa vorresti che restasse ai tuoi lettori della Scala d’oro?
Potrei cavarmela con una battuta richiamandomi al „piacere del testo“ di cui parlava Barthes. Devo aggiungere però che, trattandosi di racconti autobiografici, sarei lusingato se il lettore trovasse nei miei riccordi un nocciolo di verità che lo coinvolge direttamente, magari facendogli ritrovare qualcosa del suo vissuto personale.

Il progetto
Nel primo capitolo ti riprometti di scrivere un libro sull’Ambra Jovinelli, è il tuo prossimo obiettivo?
Mi piacerebbe rispondere di sì. Purtroppo le mie condizioni di salute attuali – delle quali ho parlato nell'ultimo racconto, cioè quello dove passo dallo ieri all'oggi – non mi consentono di fare programmi così impegnativi come sarebbe realizzare un intero libro sulla storia dell'Ambra Jovinelli e della mia famiglia, dal suo capostipite Giuseppe Jovinelli in poi. Lo spero ancora, ma non sono sicuro di farcela. 

(Nella foto Peppe Jovinelli)
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