ITINERARI

Intervista a Salvatore Settis

Se Venezia muore. Si può salvare un simbolo supremo?

In questo inverno in cui molti centri urbani “si fermano” per il troppo smog, Venezia sembra lontana dai problemi di tante città. Eppure le rappresenta tutte. Salvatore Settis ci racconta cosa hanno in comune con tutti noi la forma e l’identità di una Venezia minacciata e fragile. 

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di Laura Mandolesi Ferrini “L’uomo nello spazio può osservare la terra lontana, un corpo celeste (...). Essa gli appare verde, per la vegetazione della terra e le alghe che rendono verdi gli oceani, un verde frutto celeste. Osservando la terra più da vicino, egli vede delle macchie nere, brune e grigie, dalle quali tentacoli dinamici si allungano sull’epidermide verde. In queste macchie egli riconosce le città e le opere dell’uomo, e si chiede se l’uomo non sia altro che una malattia planetaria”. (Loren Eiseley, “The House We Live in”, WCAU-TV, 5 febbraio 1961)
 
L’umanità è quindi come una patologia per il pianeta? O lo sono le città? O sono esse stesse divorate da un morbo che le distrugge dal loro interno? Più importante di una risposta immediata a queste domande è l’impegno necessario a capire cosa stia succedendo al nostro rapporto con il “verde frutto celeste” e con i suoi territori, urbani e non. Allora le risposte diventano molteplici e fanno nascere nuovi interrogativi, nuovi dubbi, nuovi tracciati sui paesaggi che stiamo esplorando.
 
In Se Venezia muore, Salvatore Settis propone un’analisi che va oltre Venezia, per scoprire, fra la Serenissima e le altre città, legami invisibili e destini comuni. E per trovare che “all’esplosione della megalopoli corrisponde, fino a coincidere con essa, l’implosione delle città storiche". E ancora: "La città orizzontale cresce (...), si sparge disordinatamente, come una colata lavica”. “Macchie nere” dunque, come tentacoli e fiumi di lava, le nostre città, nate assieme alla civiltà moderna e loro chiara espressione, sono diventate un problema per lo sviluppo civile. Una minaccia per l’ecosistema e per la nostra salute, ma anche per loro stesse. Venezia insomma, come le altre città storiche, sta perdendo la sua anima: esodo dei residenti, monocultura del turismo, perdita della commistione delle funzioni, speculazioni immobiliari, urban sprawl, navi grattacielo, alterazione dei secolari equilibri fra città e laguna. Quello di Settis, non è l’ennesimo allarme su Venezia, ma un invito a considerare in modo diverso i nostri spazi: la città, ci fa notare, è una “macchina per pensare”. Teatro della nostra memoria, interagisce con i cittadini come un organismo vivente, come un corpo pulsante o una lingua, che “accoglie le novità mantenendo la propria struttura”. “Novità” dunque e non quella “modernità senza avvenire” che sta omologando il pianeta. Non si tratta infatti di frenare lo sviluppo in nome di irrazionali nostalgie del passato, ma di progettare il nuovo, tenendo presente prima di tutto il bene comune.
 
“Il traguardo devono essere i cittadini” afferma Settis che propone di valorizzare le specificità di Venezia per farne un “laboratorio del destino delle città storiche” e un “terreno di prova di una concezione inclusiva della cittadinanza. Anche in funzione dei nuovi italiani”. E in funzione di una cultura che crea inclusione, rispettando la sua storia come l’ambiente, un solo esempio (da Se Venezia muore): la new town, Stad van de Zon , in Olanda. Un quartiere costruito su un terreno “residuale”, su un Terzo paesaggio quindi, e che un’intelligente progettazione ha strappato alla casualità, creando un modello di equilibrio fra edifici, acqua e campagna. Una Venezia contemporanea? Niente di più diverso. Ma un esperimento comunque riuscito di creazione di spazi coerenti con le esigenze di risparmio energetico e di qualità della vita. L’armonia raggiunta in questo caso dipende dalla pianificazione urbanistica e dalla tecnologia, armonia che in Italia abbiamo conosciuto nel passato, attraverso l’esperienza urbana degli antichi Comuni. 
Per questo Settis sottolinea che Venezia rappresenta il “simbolo massimo, a livello planetario, della misura umana della città antica” e che rinnovare un luogo “senza tradirne il codice genetico” non solo è possibile, ma è anche un “compito urgentissimo”. 

Professor Settis, lei invita a ripensare molti concetti, come quelli di “progresso” o di “modernità”, nel nome dei quali si sono fatte spesso scelte molto discutibili. Ma fin dall’antichità ci si è mossi rinnovando e innovando. Le nostre città storiche sono il frutto della sperimentazione di allora. Cosa non ha funzionato in quest’ultimo secolo? 
Non si può mai salvare tutto o condannare tutto in blocco, di nessun’epoca storica. Ma è innegabile che nelle ultime generazioni si sono intrecciati tra loro, con particolare intensità negli ultimi decenni, tre processi che, nonostante qualche precedente, sono nel loro insieme del tutto nuovi e stanno trasformando l’aspetto della Terra e le condizioni di vita degli uomini. Il primo è la crescita delle megalopoli (decine di città in tutto il mondo contano oggi oltre i 20 milioni di abitanti), e il connesso fenomeno dell’urban sprawl che interessa anche l’Italia (per esempio la pianura padana). Il secondo è la gara al grattacielo: il più alto è oggi il Burji Khalifa di Dubai (830 metri), ma già ne sono in costruzione altri fino a un Km di altezza, e oltre. Il terzo è la “zonizzazione”, cioè la separazione delle città (in orizzontale e in verticale) in zone per ricchi e aree per poveri (ne ha parlato anche il Papa nell’enciclica Laudato si’). Questi tre fenomeni sono fortemente determinati da un’economia, favorita dalla politica, che genera diseguaglianze, innesca le nuove povertà, volta le spalle all’equità e alla democrazia. In questa misura, non era mai successo nella storia.
 
Nel suo libro Se Venezia muore, paragona la presente situazione della città a catastrofi come pestilenze e deforestazioni. Poi però afferma che “pensando a Venezia possiamo capire qualcosa anche delle altre città, quelle dove viviamo”. Perché una città così colpita e sofferente può diventare in modo tanto forte un “simbolo supremo di densità di significati”?
Perché Venezia può incarnare (simbolo e metafora) l’idea stessa della città storica. Come ha scritto Manfredo Tafuri, «Venezia, persino cadaverica come essa è oggi, lancia una provocazione insopportabile al mondo della modernità. Sono sussurri quelli che questa Venezia riesce a lanciare, ma sono insopportabili per il mondo della tecnica, per quell’era della tecnica in cui (...) Venezia viene assalita dalle masse dei turisti, ma anche dalla velleità di architetti indegni di questo nome».
 
Lei ha ricevuto una laurea honoris causa in Architettura. E ha affermato che il mestiere dell’architetto ha una grande influenza sulla nostra vita. Per questo ha suggerito di “trasferire, per analogia o per metafora, gli stessi principi di Ippocrate al mestiere di architetto” e costruire un “giuramento di Vitruvio”. Quanto è realizzabile questa proposta?
Ho usato il nome di Vitruvio (autore dell’unico trattato di architettura del mondo classico che sia sopravvissuto) come simbolo di un mestiere che anche in epoche molto più recenti, anzi fino a poche generazioni fa, si nutriva di cultura umanistica, filosofica, storico-artistica, e che oggi sembra invece rotolare sulla strada in discesa di un tecnicismo al servizio del potere e all’inseguimento del denaro. Il messaggio che volevo dare in quella lezione, legata all’onore immeritato di una laurea in architettura, e che ho trasferito tal quale in un capitolo del mio Se Venezia muore, è che non basta trovare una giustificazione estetica delle architetture, l’architetto deve (come ogni cittadino) porsi dei problemi etici, che non sono solo la cieca ubbidienza al committente (chiunque sia e qualsiasi cifra sia disposto a pagare), bensì alla comunità dei cittadini. Etica, insomma, e non solo estetica.
 
Sempre parlando di “etica dell’architetto”, lei ha scritto (in Se Venezia muore):  “L’estetizzazione in architettura è diventata un meccanismo di mercato”. Esistono strumenti oggettivi per riconoscere il bello? E come distinguere un lavoro “eticamente” corretto da uno che nasconde meccanismi di mercato?
Lungi da me l’idea di demonizzare i meccanismi di mercato in quanto tali. Sempre ci sono stati, e sempre ci saranno. Ma non possono essere l’unica guida delle azioni umane. Per esempio, ai produttori di gas letali l’Olocausto conveniva, e infatti ne hanno venduto enormi quantità alle SS, che li usavano per procedere alle loro operazioni di sterminio. Ma non sarebbe stato eticamente più accettabile se, sapendo (come sapevano) a che cosa erano destinati i loro prodotti chimici, si fossero rifiutati di venderli, a costo di chiudere le fabbriche e ridursi in povertà? Se a un architetto oggi si chiede di costruire a un passo da una discarica con liquami letali (come è successo e succede di continuo in Campania), il “mercato” da solo forse suggerisce di rispondere ‘sì’ condannando a morte chi andrà ad abitare in quei condominii. Ma il senso etico del cittadino, la «solidarietà sociale» prescritta dalla nostra Costituzione, dovrebbe vietargli di farsi complice di chi specula non solo sui suoli, ma sulla vita e sulla morte.
 
Tornando a Venezia, lei ha affermato che un tempo era possibile nelle città, “leggere il presente in controluce col passato”. E che questo ha offerto nei secoli, “continuità nel tempo e varietà nello spazio”, essendo la città storica insieme narrazione di una storia e teatro della memoria. In un altro libro (Paesaggio, Costituzione, Cemento), ragionando sui diritti, parla della capacità di leggere, anche inconsapevolmente, lo spazio. Quanto è importante allora saper leggere lo spazio, la città e il paesaggio, se ciò è ancora possibile?
E’ certo possibile, anzi tutti lo facciamo a un qualche livello, talora anche minimo. Meglio quando la consapevolezza è maggiore, e in questo è cruciale la funzione della storia dell’arte: perciò trovo irresponsabile che essa venga insegnata sempre meno nelle nostre scuole, nonostante tutta la vuota retorica sulla “buona scuola”, che buona certo non è.
 
Lei fa spesso uso di metafore, come (in Paesaggio, Costituzione, Cemento) quella dello spirito della Costituzione, paragonata a un meraviglioso monumento in mezzo a una piazza maltenuta, il malconcio territorio italiano. Quanto è importante l’uso di metafore nel comunicare queste realtà?
 Il linguaggio metaforico si presta a colpire l’immaginazione e a far riflettere, purché non ci si fermi alla metafora ma si suggeriscano dei ricchi contenuti, vicini all’esperienza di chi legge. E’ quello che provo a fare nei miei libri, non saprei con quanto successo (non sta a me dirlo).
 
“Basterebbe poco – lei afferma – a ridare al monumento la piena dignità con cui nacque”. Eppure la selva intricata di norme, l’immobilità che questa provoca, la stessa sovrabbondanza dei dati e delle informazioni sembrano complicare tutto. 
E’ vero, le norme fanno selva, anzi giungla impenetrabile. Ma come correggerle? Spesso si parla di semplificazione, ed è giusto. Ma la semplificazione deve avere dei principi e un traguardo. Il traguardo devono essere i cittadini, i principi quelli prescritti dalla Costituzione: l’assoluta priorità dell’interesse generale (cioè del bene comune) sul profitto del singolo. Molte “semplificazioni” o presunte tali stanno seguendo purtroppo una logica opposta.
 
“Una modernità non violenta è possibile. Nel mondo in cui viviamo c’è posto per la diversità”. Lei conclude in Se Venezia muore. E sottolinea più volte l’importanza della consapevolezza dei cittadini, che possono fare molto. Ma spesso si scrive o ci si mobilita dopo un fatto eclatante. Come intervenire prima che un disastro già avvenuto? Forse la proposta italiana dei “Caschi blu della cultura” non dovrebbe essere pensata solo per le aree di conflitto?
Non credo molto nei caschi blu della cultura. A meno che non lo siamo tutti. Uno dei più grandi storici dell’arte del Novecento, Ernst Gombrich, disse in una celebre intervista che “o tutti gli italiani si fanno custodi del loro patrimonio, o non riusciranno a farlo né le Soprintendenze né i Carabinieri”. E la consapevolezza non deve aspettare la disgrazia per svegliarsi. Nessuno di noi aspetta una malattia grave prima di chiamare il medico: proviamo a curare il nostro corpo giorno per giorno. Lo stesso dovremmo farlo per quel corpo delle comunità civili che si chiama città. Se Venezia è ancora così supremamente bella, è perché per secoli è stata assai curata.
 
 
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