Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/Silvia-Guerra-belgio-la-espelle-un-peso-per-il-welfare-163e6b06-f343-4d49-a7aa-e68e5c092953.html | rainews/live/ | true
MONDO

La donna ha presentato ricorso

Espulsa dal Belgio, "un peso per il welfare"

La storia di Silvia Guerra, una 38enne di Bologna trasferitasi per lavoro a Bruxelles nel 2010. Ora è disoccupata e con un figlio a carico. Ha ricevuto il decreto di espulsione da parte di un paese comunitario, pur essendo anche lei cittadina Ue

Condividi
di Cristina Raschio Sogni di giovani e progetti per il futuro andati in fumo. La protagonista di questa storia è Silvia Guerra, 38enne di Bologna residente dal 2010 in Belgio con un bambino di 8 anni e con un lavoro da artista di strada. Silvia è stata cacciata da un paese della Ue, il Belgio, nonostante sia cittadina di un altro Paese dell’Unione, l’Italia.

Il 30 novembre scorso, come un fulmine a ciel sereno, si vede recapitare un decreto di espulsione: è diventata un peso per lo Stato sociale belga, è ora di fare le valigie. Ironia della sorte, pochi giorni dopo, il 3 dicembre, avrebbe comprato casa.

Nonostante sia una cittadina dell’Ue, Silvia si ritrova nella stessa situazione di tanti immigrati extracomunitari. “Dicono che la mia permanenza è stata troppo breve — ci dice — ma vivo in questo paese dal dicembre 2010, ho seguito le normali procedure, e in più ho sempre lavorato". Anche suo figlio di otto anni, che frequenta la scuola elementare a Bruxelles, deve andarsene. “Le autorità - aggiunge - mi hanno risposto che anche lui non è integrato, non contano gli affetti, le sue amicizie". Per via del provvedimento di espulsione, ora Silvia è senza lavoro.

In Belgio la legge sull'immigrazione è durissima: ogni straniero, anche se comunitario, deve avere un reddito adeguato per provvedere al suo soggiorno. Se così non avviene, dopo tre mesi può essere espulso. Rainews l’ha contattata telefonicamente per capire qualcosa in più.

Silvia, perché l’hanno espulsa anche se lavorava?
 “Io sono arrivata in Belgio nel dicembre del 2010 con l’idea di stabilirmici, sono andata in comune a Bruxelles e ho dichiarato il mio domicilio. Per ottenere la carta di residenza (che dura 5 anni) ho dovuto lavorare per 10 ore alla settimana per tre mesi consecutivi. E così ho fatto. Poi ho incontrato quello che sarebbe diventato il mio futuro datore di lavoro. Mi ha proposto un contratto (di inserimento, ndr) e mi ha detto che con la carta di residenza, che ormai possedevo, potevo chiedere l’assistenza sociale belga. Lo Stato me l’ha erogata per sette mesi, fino al contratto. E qui arriviamo al dunque: il tipo di contratto che mi è stato fatto prevedeva un contributo sociale da parte dello Stato. C'è stata tanta confusione, poca chiarezza. Sapendo quello che sarebbe successo dopo non avrei mai accettato”.

Lo Stato la accusa, quindi, di avere goduto per troppo tempo dei benefici sociali?
Esattamente, ma io lavoravo. La legge sull’immigrazione qui in Belgio è durissima. Se fossi stata una cittadina belga questo non sarebbe successo. La cosa assurda è che io sono italiana, sono una cittadina dell’Unione europea. Perché questo deve valere solo sulla carta?

Che cosa ha intenzione di fare?
“Ho fatto immediatamente ricorso contro il decreto di espulsione. Fino a quando non ci sarà una risposta, negativa o positiva che sia, non mi possono espellere. Mio figlio va a scuola a Bruxelles. Dove ha la sua vita, i suoi amici. A nessuno importa più niente. I politici stanno prendendo decisioni assurde: vogliono eliminare tutto, la parola 'austerità' è diventata di moda. Anche a Bruxelles, la capitale dell'Europa. Ma così non si può andare avanti".
Condividi