MONDO
Il dibattito dopo la morte di almeno 12 sherpa
"Tanta sfortuna nella strage sull'Everest, ma lassù servirebbero regole diverse"
L'alpinista bergamasco Simone Moro a Rainews.it: "In questo momento al campo base ci sono centinaia di persone. Non si devono fare facili moralismi: per l'economia locale è una manna dal cielo. Bisognerebbe però obbligare gli alpinisti a salire sul tetto del mondo solo dopo aver fatto esperienza almeno su altri due 8mila"

“In nove spedizioni nella zona, sarò passato più di 100 volte dove è caduta la valanga. È il punto più pericoloso sulla via normale dell’Everest, ma in questo caso c’è stata anche tanta sfortuna. Se fosse capitato due ore dopo, non sarebbe morto nessuno”. Simone Moro, 46 anni, è salito per quattro volte sulla vetta del mondo. Conosce bene la montagna più alta della Terra e quello che accade in questo periodo dell’anno, quando il campo base è affollato da centinaia di persone.
Simone Moro, come è di solito la situazione sull’Everest tra aprile e maggio?
Questa è alta stagione: è come il Monte Bianco ad agosto lungo la via normale. Tutti i giorni c’è la fila di persone e di guide che tentano di raggiungere la vetta. L’Everest è fondamentale per l’economia del Nepal: al campo base ci saranno 400 alpinisti e altrettanti nepalesi come staff o guide.
Come è la zona dove si è verificato l’incidente?
È il tratto più pericoloso. La prima parte della salita, detta “ice fall”, è un ghiacciaio che parte a 5300 metri e arriva a 6100 metri di quota. Si muove a una velocità spaventosa, che può arrivare fino a mezzo metro al giorno. Il percorso che lo attraversa prima era nella parte centrale, mentre negli ultimi anni si è spostato verso nord e si è avvicinato pericolosamente alle pendici del versante sud-ovest della montagna. È già da un po’ di anni che le valanghe scendono in quel punto. Con l’alta frequentazione di alpinisti e con il livello tecnico che probabilmente si è un po’ abbassato, si passa di lì perché è la porzione più camminabile.
Le vittime sono sherpa di spedizioni commerciali. Andavano a preparare la via per alpinisti che altrimenti sarebbero in difficoltà a salire esclusivamente con le loro forze…
Questo avviene ormai da 20 anni. Per gli sherpa questo lavoro è manna dal cielo. Non lo fanno contro voglia, ma facendo la gara ad accaparrarsi questo incarico: prendono dalle 20 alle 50 volte il salario che prenderebbero in un mese di lavoro normale. Non voglio che si scada in un moralismo facile: non so quanti di noi al loro posto direbbero di no.
Questo però può spingerli a rischiare più del dovuto?
No, perché devono solo attrezzare tutta la via, poi se uno arriva in cima o no sono affari suoi. Certo, poi ci sono pochi sherpa che sono destinati ad accompagnare fisicamente i clienti in vetta e per loro c’è anche il “summit bonus”: se uno arriva in cima con il cliente riceve più soldi. Non voglio giustificare questo tipo di alpinismo, che io non pratico, però non voglio neanche fare il despota che dice chi deve andare e chi non deve andare. Senza l’Everest il Nepal sarebbe il paese più povero al mondo.
Come si può fare allora per limitare le situazioni a rischio?
Credo che sia giusto che la gente vada a vedere l‘Everest, a fotografarlo e magari anche a tentare di scalarlo. Bisognerebbe però obbligare gli alpinisti che non hanno la capacità di affrontarlo in una certa autonomia a scalare prima almeno altri due 8mila. In questo modo si spalmerebbe il traffico su altre montagne e li si forzerebbe a progredire prima di affrontare la montagna più alta del pianeta.
Lo scorso anno lei ha avuto dei problemi seri con degli sherpa: è stato aggredito mentre saliva in autonomia. Che tipo di rapporto c’è fra le spedizioni commerciali e quelle più classiche o da professionisti veri e propri?
Vado sull’Everest da 22 anni e non mi era mai capitato prima di avere difficoltà di questo tipo. Ognuno fa il suo alpinismo. Il mio problema è stato diverso: il fatto di andare veloce, senza ossigeno e in modo indipendente ha spinto pochi sherpa a suonarmele per far vedere che comandano loro. Devo essere sincero: l’anno scorso penso di aver trovato quattro deficienti. Anche in Italia su centinaia di guide alpine si può trovare qualche rimbambito o qualche arrogante.
Il 30 aprile lei interverrà al Trento Film Festival per parlare del valore della rinuncia in alta montagna. È applicabile anche alla situazione che si sta vivendo in questi anni sull’Everest?
Solo dal punto di vista normativo. Gli alpinisti sono un estratto della società e in generale nel mondo manca il buon senso. Se aspettiamo che a far ragionare coloro che vogliono tentare l’Everest sia il buon senso, questo non capiterà mai. Come dicevo in precedenza, bisognerebbe intervenire dal punto di vista normativo: non ti do il permesso di tentare la scalata dell’Everest se prima non sei salito su altri due 8mila. Il flusso di gente in Nepal ci sarebbe comunque, ma in questo modo si avvierebbe un percorso formativo.
Simone Moro, come è di solito la situazione sull’Everest tra aprile e maggio?
Questa è alta stagione: è come il Monte Bianco ad agosto lungo la via normale. Tutti i giorni c’è la fila di persone e di guide che tentano di raggiungere la vetta. L’Everest è fondamentale per l’economia del Nepal: al campo base ci saranno 400 alpinisti e altrettanti nepalesi come staff o guide.
Come è la zona dove si è verificato l’incidente?
È il tratto più pericoloso. La prima parte della salita, detta “ice fall”, è un ghiacciaio che parte a 5300 metri e arriva a 6100 metri di quota. Si muove a una velocità spaventosa, che può arrivare fino a mezzo metro al giorno. Il percorso che lo attraversa prima era nella parte centrale, mentre negli ultimi anni si è spostato verso nord e si è avvicinato pericolosamente alle pendici del versante sud-ovest della montagna. È già da un po’ di anni che le valanghe scendono in quel punto. Con l’alta frequentazione di alpinisti e con il livello tecnico che probabilmente si è un po’ abbassato, si passa di lì perché è la porzione più camminabile.
Le vittime sono sherpa di spedizioni commerciali. Andavano a preparare la via per alpinisti che altrimenti sarebbero in difficoltà a salire esclusivamente con le loro forze…
Questo avviene ormai da 20 anni. Per gli sherpa questo lavoro è manna dal cielo. Non lo fanno contro voglia, ma facendo la gara ad accaparrarsi questo incarico: prendono dalle 20 alle 50 volte il salario che prenderebbero in un mese di lavoro normale. Non voglio che si scada in un moralismo facile: non so quanti di noi al loro posto direbbero di no.
Questo però può spingerli a rischiare più del dovuto?
No, perché devono solo attrezzare tutta la via, poi se uno arriva in cima o no sono affari suoi. Certo, poi ci sono pochi sherpa che sono destinati ad accompagnare fisicamente i clienti in vetta e per loro c’è anche il “summit bonus”: se uno arriva in cima con il cliente riceve più soldi. Non voglio giustificare questo tipo di alpinismo, che io non pratico, però non voglio neanche fare il despota che dice chi deve andare e chi non deve andare. Senza l’Everest il Nepal sarebbe il paese più povero al mondo.
Come si può fare allora per limitare le situazioni a rischio?
Credo che sia giusto che la gente vada a vedere l‘Everest, a fotografarlo e magari anche a tentare di scalarlo. Bisognerebbe però obbligare gli alpinisti che non hanno la capacità di affrontarlo in una certa autonomia a scalare prima almeno altri due 8mila. In questo modo si spalmerebbe il traffico su altre montagne e li si forzerebbe a progredire prima di affrontare la montagna più alta del pianeta.
Lo scorso anno lei ha avuto dei problemi seri con degli sherpa: è stato aggredito mentre saliva in autonomia. Che tipo di rapporto c’è fra le spedizioni commerciali e quelle più classiche o da professionisti veri e propri?
Vado sull’Everest da 22 anni e non mi era mai capitato prima di avere difficoltà di questo tipo. Ognuno fa il suo alpinismo. Il mio problema è stato diverso: il fatto di andare veloce, senza ossigeno e in modo indipendente ha spinto pochi sherpa a suonarmele per far vedere che comandano loro. Devo essere sincero: l’anno scorso penso di aver trovato quattro deficienti. Anche in Italia su centinaia di guide alpine si può trovare qualche rimbambito o qualche arrogante.
Il 30 aprile lei interverrà al Trento Film Festival per parlare del valore della rinuncia in alta montagna. È applicabile anche alla situazione che si sta vivendo in questi anni sull’Everest?
Solo dal punto di vista normativo. Gli alpinisti sono un estratto della società e in generale nel mondo manca il buon senso. Se aspettiamo che a far ragionare coloro che vogliono tentare l’Everest sia il buon senso, questo non capiterà mai. Come dicevo in precedenza, bisognerebbe intervenire dal punto di vista normativo: non ti do il permesso di tentare la scalata dell’Everest se prima non sei salito su altri due 8mila. Il flusso di gente in Nepal ci sarebbe comunque, ma in questo modo si avvierebbe un percorso formativo.