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SPETTACOLO

​Il cortometraggio da oggi sul sito del Boss

Springsteen esordisce alla regia con Hunter of invisible game

Il rocker del New Jersey  ha scritto, diretto e interpretato un cortometraggio, “Hunter of invisible game”, dal titolo di un brano contenuto nel suo ultimo album,  “High hopes”.  Lo si può trovare sul suo sito, www.brucespringsteen.net

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di Maurizio Iorio C’era da aspettarselo, da metterlo nel conto delle cose. Che il Boss prima o poi dovesse passare dalla parte dirigenziale della macchina da presa era stampato nell’elica del suo Dna.  Troppi i legami, i rimandi, le connessioni, le fascinazioni e le influenze del cinema sulla sua musica e viceversa (ma meno), perché non dovesse arrivare, per lui, il momento di mettersi in gioco con la settima arte. Così, con nonchalance, il rocker del New Jersey  ha scritto, diretto e interpretato un cortometraggio, “Hunter of invisible game”, dal titolo di un brano contenuto nel suo ultimo album,  “High hopes”.  Lo si può trovare sul suo sito, www.brucespringsteen.net.  La regia è co-firmata da Thom Zinny, già regista di un paio di suoi live e di due documentari: “Whings for wheels: The making of Born To run” del 2005, e “The promise: the making of Darkness of the edge of town” del 2010, entrambi sulla gestazione degli omonimi album.  

“Hunter of invisible game”
Il video, era scontato, è bellissimo. Springsteen è una sorta di re Mida dell’arte: tutto ciò che tocca diventa oro. Si dedicasse alla scultura, sarebbe un ottimo Michelangelo. Il lungo videoclip (10 minuti) è la trasposizione in immagini del testo apocalittico della canzone (Ora, pregare per te stessa e che tu possa non cadere/ Quando l’ora della liberazione arriva per tutti noi/ Quando l’alta speranza e fede e coraggio e fiducia/ Può aumentare o svanire come polvere e polvere/ Ora c’è un regno di amore in attesa di essere reclamato/ Tesoro, sono il cacciatore del gioco invisibile). Basta uno sguardo alle prime immagini, perché si colga immediato il riferimento visivo a ”The road”, il film di John Hillcoat, con Viggo Mortensen, tratto dall’omonimo libro di Corman Mc Carthy. Un uomo solo, impersonato dallo stesso Springsteen (una vera faccia da film), che vaga ramengo per le terre, solitario ed armato, in fuga dal mondo e da se stesso, silenzioso ed ostile, come la natura che lo circonda. E poi dei flashback, una donna felice, un bambino, forse la sua famiglia persa o abbandonata. Il viaggio verso la redenzione, tipica tematica springsteeniana, il fiume che scorre e porta la vita, gli edifici in rovina, claustrfobici, e i campi aperti, dove la serenità supera l’angoscia. E poi un bambino, che trova il Boss (e viceversa), e da lui viene riaccompagnato in famiglia, la chiusura di un cerchio e di una missione salvifica. Le immagini scorrono quasi sempre in ralenty, in sincrono con i tempi lenti della ballata, che la voce roca del Boss interpreta con voce sofferta. Visto così, sembra l’uomo della provvidenza, quasi il “Cavaliere solitario” di Clint Eastwood, a metà fra il redentore e il lupo solitario, che cerca la salvezza, sua e degli altri, senza pretendere riconoscenza. Il “gioco invisibile”, va da sé, è l’amore, quello di cui tutti siamo a caccia, da che mondo è mondo. Fine. Per essere la prima volta, siamo già a metà dell’ opera. 

I  trascorsi e le influenze
Per spiegare il legame forte che c’è tra Springsteen e il cinema, il suo rapporto osmotico con le immagini, si potrebbe partire da una vecchia pellicola con Robert Mitchum, “Thunder Road”, (Il contrabbandiere”, 1958)  dalla quale il ragazzo (dell’epoca) potrebbe solo aver mutuato il titolo di una delle sue canzoni-manifesto. Bellissimo il trailer in b&n, con lo stesso Mitchum che canta la ballata del titolo.  E poi  “Badlands” (“La rabbia giovane”) di Terrence Malick, con un sociopatico Martin Sheen  e una catatonica Sissy Spacek, la cui storia verrà trasposta  in “Nebraska”, e che ispirerà in seguito il più famoso “Natural Born Killers” di Oliver Stone. Oppure “Light Of Day”,  di Paul Schrader, per il quale il Boss scrisse l’omonima canzone. E che dire di “Streets Of Philadelphia”, insignita dell’Oscar come miglior canzone originale, brano portante della colonna sonora del bel film di Jonathan Demme, e del cameo dello stesso  Springsteen nel film cult di Stephen Frears, “Alta fedeltà”, tratto dal romanzo  di Nick Hornby? Per non parlare di “The wrestler”, brano scritto appositamente per l’omonimo film di Aronofsky, su richiesta personale dell’amico (e protagonista) Mickey Rourke. Anche in questo caso, plurinomination  e riconoscimenti vari (Golden Globe 2009). Infine, last but not least, l’inaspettata presenza di “I’m On fire” in Palombella rossa” di Nanni Moretti. Fin qui, le presenze e le influenze. Ma bisognerebbe scomodare anche altri registi e altri film non necessariamente musicali, che in qualche modo hanno rappresentato l’asse portante di quella filmografia rock che ha raccontato l’immaginario popolare americano post-bellico, quando il rock è diventato la colonna sonora di una gioventù intenta a conquistare un posto al sole, per la prima volta riconosciuta come nuova classe sociale: film in cui si parla di loser, di emarginati, di ribelli anarcoidi, di cattivi-buoni, di storie di strada, di sogni infranti, di corse nella notte, della generazione hippie, delle  guerre (Vietnam), di diritti civili. Quindi: “Fronte del porto” e “La valle dell’Eden” di Elia Kazan, “Il selvaggio”, con Marlon Brando, “Gioventù bruciata” di Nicolas Rey, con James Dean, “L’ultimo spettacolo”, di Peter Bogdanovic”,  “Strada a doppia corsia” di Monte Helmann, per non parlare d classici della cultura rock, come “Easy Rider”, “Arancia Meccanica”, “Fandango”, “Streets of fire”, “I guerrieri della notte”e, perché no? “Ossessione” di Luchino Visconti. A ben guardare, il primo vero film rock. Come diceva un vecchio critico cinematografico,  “è rock un film che è rock”. 
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