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MONDO

Cold Case

Storie americane: il caso di April Tinsley

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di Valentina Martelli Si chiamano “cold case”: delitti più gravi rimasti insoluti, per i quali la legge non prevede prescrizione. Omicidi senza colpevole come quello di April Tinsley che, per 30 anni, ha fatto letteralmente brancolare nel buio e nella frustrazione polizia ed FBI, che tramite l’unità “CARD” -Child Abduction Rapid Deployment Team - seguiva il caso. Un caso risolto, finalmente, a inizio luglio, quando un laboratorio di genetica forense è riuscito a individuare il DNA di due fratelli con le tracce lasciate dal killer e ad arrestare John D. Miller.

Andiamo con ordine. E’ il 1° Aprile del 1988, un Venerdì Santo. Siamo a Grabill, alle porte di Ford Wayne, nello stato dell’Indiana. Tranquilla zona di campagna, con qualche insediamento Hamish, dove si conoscono tutti. Qui abita, con la sua famiglia, April che ha solo otto anni quando, dopo essere uscita per giocare con un’amichetta, scompare nel nulla.

Le ricerche continuano per tre giorni, quando il suo corpicino viene ritrovato in un campo ad una trentina di chilometri dal luogo della scomparsa.

La bambina è stata violentata e poi soffocata.

Sui suoi slip gli investigatori trovano le tracce biologiche dell’assassino. Ma nonostante le incessanti indagini, i molteplici esami di laboratorio, gli interrogatori di possibili sospetti, la polizia non trova nessuna corrispondenza e la morte della piccola April resta senza colpevole.

Il caso forse sarebbe rimasto “solo” nella memoria degli americani come uno dei delitti più abietti, mentre il responsabile rimaneva impunito se, lui stesso, non avesse deciso di sfidare le autorità in cerca, forse, di quella malvagia e malata notorietà che caratterizza i killer più spietati. Sono, infatti, passati due anni dall’omicidio - è quindi il 1990 - quando, sulla porta di un fienile a poca distanza dal luogo del delitto, compare una scritta:

"Ho ucciso io April Marie Tinsley, 8 anni, ucciderò di nuovo".

L’indagine si riapre ma, per la seconda volta, gli sforzi della polizia non bastano a risolvere il caso.

L'esibizionismo del killer lo porta a farsi vivo di nuovo, sedici anni dopo. E’ il 2004 quando quattro biglietti vengono ritrovati in altrettante zone di Fort Wayne, persino sulle selle delle biciclette di bambine, davanti ai giardini di casa. “Ciao tesoro, sono la stessa persona che ha rapito, violentato e ucciso April – recita il testo pieno di errori, terrificante e grossolano - tu sarai la mia prossima vittima”.

I biglietti sono chiusi - assieme a foto scattate con una Polaroid dove si vede la parte bassa del corpo di un uomo - in sacchetti di plastica con all’interno alcuni preservativi usati. L’FBI si unisce alle indagini. Il caso, che nel frattempo ha acquisito ancora più popolarità, è diventato uno dei ‘misteri' preferiti di programmi televisivi come ‘American most wanted' e viene definito dal CARD “highly solvable”, altamente risolvibile. Ancora una volta però il colpevole resta ignoto.

La soluzione arriva 30 anni dopo. Nel maggio del 2018 a sole due settimane dall’arresto in California del “Golden State Killer”, il detective della polizia di Fort Wayne Brian Martin decide di utilizzare la stessa tecnica dell’analisi del DNA nel caso Tinsley. Nel laboratorio di genetica forense della ‘Parabon NanoLabs', la ricercatrice CeCe More identifica così due fratelli il cui DNA è compatibile con quello del killer di April. L’FBI si mette sulle loro tracce, li pedina per giorni, preleva ulteriori tracce del DNA di uno dei due. E’ quello di John D. Miller, 59 anni, che ancora vive nella stessa cittadina della sua vittima.

Pochi giorni dopo, quando l’uomo apre la porta della sua roulette, gli agenti della polizia gli chiedono: “Sa perché siamo qui?”

Lui risponde con due parole: “April Tinsley”.
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