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MONDO

Il reportage

Storie Americane: Tijuana, il confine un anno dopo

L'improvviso aumento del numero di famiglie messicane che cercano di chiedere asilo negli Stati Uniti sta però suscitando la preoccupazione degli esperti di immigrazione di entrambi i paesi. Il timore è di una nuova crisi di frontiera che metterebbe a rischio le fragili relazioni instaurate tra Trump e López Obrador

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di Valentina Martelli Pablo e la sua famiglia tengono un numero in mano. Indica che davanti a loro ce ne sono “solo” altri 40. Poi potranno finalmente far richiesta di asilo. Aspettano pazientemente che questo momento arrivi da cinque mesi. Pablo vuole portare la moglie e i due figli lontano dalle crescenti violenze del cartello messicano.


 
Tijuana, confine nord con gli Stati Uniti. Solo un anno fa quotidianamente al centro delle cronache per quelle carovane di migranti che si erano mosse come un’onda anomala partendo dall’America centrale. In fuga da povertà, narcotraffico, persecuzione politica dei loro paesi di origini -Honduras, Guatemala, El Salvador -c’erano migliaia di persone. Si erano mosse a piedi e poi sempre più velocemente con autobus e grazie a passaggi dati da volontari. Famiglie, uomini, donne e bambini erano arrivati proprio a Tijuana, sospinti dal tam-tam mediatico che, come il passare della tempesta, si era poi quietato. 

Le immagini di quei giorni raccontavano proteste e tentativi di attraversare il confine respinte da lacrimogeni, ma anche condizioni igieniche drammatiche e sovraffollamento dei centri dove, quelle migliaia di esseri umani, erano stati stipati. Li avevamo filmati, intervistati, ci eravamo indignati per come erano trattati poi, forse, spinti da altre emergenze, li avevamo abbandonati.
 
Oggi a circa un anno da quei giorni la situazione alle porte di San Ysidro non è diversa. In attesa ci sono tra i 6500 e i 7000 messicani. Lo dice ‘Al Otro Lado’ organizzazione che difende i diritti degli immigrati e fornisce loro servizi legali pro-bono. E questo numero racchiude sono solo quelli che cercano di fuggire dalle violenze del cartello messicano che ormai si allarga, in modo tentacolare, a tutto il sud del paese. Poi ci sono gli altri. Quelli che arrivano da più lontano e che si accampano vicino al confine in quella Tijuana che, già povera, è ormai allo stremo.
 
Tutti in lista d'attesa per presentare una prima richiesta e soggetti al metering la politica – utilizzata già a tratti dal 2016 - di "misurazione” dei richiedenti asilo alla frontiera che consente ai migranti di entrare negli Stati Uniti solo se c'è spazio sufficiente nelle strutture di detenzione.

Il metering, non dovrebbe essere applicato ai migranti messicani, perché li costringe ad aspettare nello stesso paese da cui fuggono, ma per non penalizzare chi arriva da più lontano, è stato implementato anche per loro.

L'improvviso aumento del numero di famiglie messicane che cercano di chiedere asilo negli Stati Uniti sta però suscitando la preoccupazione degli esperti di immigrazione di entrambi i paesi. Il timore è di una nuova crisi di frontiera che metterebbe a rischio le fragili relazioni instaurate tra Trump e López Obrador.

Il Presidente messicano ha di cui preoccuparsi anche perché’ il paese sta per registrare il record per l’anno più violento. Una media di 90 morti al giorno. Diciassettemila persone uccise solo nei primi sei mesi.
 
Pablo racconta che giorni fa sono stati fatti entrare, negli Stati Uniti, 17 migranti, 16 di loro erano messicani, uno del Camerun.  In mano tiene stretto quel numero che rappresenta la speranza, mentre assieme alla famiglia torna al rifugio dove ha trascorso gli ultimi cinque mesi.
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